Da I Siciliani giovani. Giornali “a sinistra” all’ora dell’aperitivo

di Pietro Orsatti, su I Siciliani giovani di Agosto

 

C’erano una volta Paese Sera, Avvenimenti, i grandi e amati giornali popolari. E ora? Qualcuno ne ha comprato i nomi. Ma solo quelli

 

E tramonta questo giorno in arancione

e si gonfia di ricordi che non sai

mi piace restar qui sullo stradone

impolverato, se tu vuoi andare, vai… 

 

Bartali – Paolo Conte

 

 

Zero

 

Mi ritrovo all’Antica Focacceria S. Francesco quasi per caso per incontrare una giovane collega che ha seguito un annetto fa un mio workshop sulla documentaristica. Non alla Focacceria originale di Palermo, ma a quella aperta a piazza della Torretta a Roma. Proprio accanto alla sede dell’Ordine dei Giornalisti. La collega è decisamente scoraggiata. Da mesi scrive gratis per una testata online, altri non l’hanno pagata, di trovare anche una mezza collaborazione estiva in qualche testata neanche se ne parla. Dividiamo uno sfincione (pagato a peso d’oro, se lo sapessero a Palermo) e io mi ritrovo a fare l’avvocato del diavolo. “Cercati un lavoro, uno qualsiasi, e lascia perdere per ora. Qui non c’è uno spazio uno per la vostra generazione”. Lei mi guarda sconfortata. “Neanche a un call center accettano il mio curriculum”. E già. Come fai a farti un curriculum se nessuno ti fa lavorare, firmare, nessuno ti insegna il mestiere, la macchina, i trucchi, la noia e l’ossessione del lavoro del cronista? Otto euro a pezzo. Oggi questo è. Non ci paghi neanche una telefonata per scriverlo il pezzo. E allora ti dedichi al taglia e incolla dal web e dalle agenzie. E pace. E fine. E basta.

Sfruttamento, approssimazione, casta, mezzucci e sotterfugi e salotti autoreferenziali e illegalità: di questo parliamo a due metri dal portone dell’Ordine. In questo paese che va in malora. So che ci sono dei progetti editoriali nell’aria, nuovi giornali che nascono mentre a decine altri chiudono, falliscono, tagliano, sbracano, si svendono, vanno a puttane. Neanche ne accenno. Perché dovrei far un così cattivo servizio a questa ragazza che crede ancora che esista l’informazione? In Italia, poi. “Se vuoi fare questo mestiere, imparare qualcosa, tanto vale andare all’estero”. Lo dico proprio nei giorni in cui, dopo quasi trent’anni, ho deciso di cambiare mestiere, metro, linguaggio. Lo dico oggi, perché è così. E così vagano i miei pensieri.

 

Uno

 

C’era una volta un giornale che si chiamava Avvenimenti e per almeno quindici anni fece la differenza. Chiuse, con una montagna di debiti, all’arrivo del terzo millennio. Poi ci fu un tentativo di farlo rinascere e sembrava una cosa seria, ma un furbacchione con un cognato con una montagna di soldi se lo prese. Tac! Golpe, dissero. Romantici inguaribili, eterni attempati adolescenti di questa sinistra credulona. La famiglia Bonaccorsi, con l’aiuto non marginale del cognato Ivan Gardini, il giornale se lo acchiappò – ciao ciao Avvenimenti -, compresa la cooperativa Altritalia e il finanziamento pubblico di qualche centinaia di migliaia di euro, e lo impacchettò ben bene tutto quanto giornalisti e poligrafici compresi e, fatto un bel fiocco con un nome nuovo nuovo (Left), lo regalò di fatto a quell’allegra congrega dei cosiddetti “fagiolini”, ovvero la comunità di pazienti e collaboratori dello psichiatra Massimo Fagioli. Un club di simpaticoni molto potenti in particolare nella sinistra salottiera e acculturata romana. Che innumerevoli danni ha fatto proprio a sinistra. Basti rimembrare il rincoglionimento di Fausto Bertinotti sulla via della terapia collettiva fagioliniana. E il conseguente imbriacamento senile che contribuì al tracollo del 2008.

Fagioli in terapia (collettiva, ovvero lui che parla a ruota libera per ore davanti a qualche centinaio di persone e ogni tanto concede qualche secondo al pubblico adorante) dettava la linea, che fosse un delirio o una cosa seria o almeno vagamente pensata. La proprietà imponeva. E imponeva anche l’edificante doppia pagina del “maestro” che settimanalmente impreziosiva il giornale. Che contributo fondamentale al dibattito della nuova sinistra italiana. Per mesi, tanto per fare un esempio, i lettori di Left/Avvenimenti (il sottotitolo Avvenimenti era rimasto solo per garantirsi il finanziamento pubblico) lessero ampie disquisizioni sul tema “pompino con l’ingoio o no?”. Poteva la sinistra alternativa al Pd non affrontare un tema così cruciale? E così andava. Con le ossessioni sessuali del club fagioliniano, e l’omofobia, le furbizie politiche salottiere, il saccheggio impastrocchiato del pensiero di Spinoza, l’occhiolino ai radicali e a Pannella, etc etc.

Quella fase lì me la sono vissuta tutta in prima persona. Ero uno dei redattori regalati ai fagiolini a sua insaputa. Devo dire che finché non si sfioravano i temi “fondanti” del “pensiero” di Fagioli il livello di autonomia per i cronisti di fare il proprio lavoro era inimmaginabile. La direzione praticamente non esisteva. Nel senso che i Bonaccorsi Brothers, dopo aver fatto fuori un buon numero di direttori, il giornale lo avevano affidato a uno del club che si disinteressava praticamente della cronaca e degli esteri e dell’attualità concentrandosi solo sul messaggio del “maestro”. Tutto il resto era contorno. E bastava avere un po’ di mestiere per farsi e beati cazzi propri. E così io facevo. Quasi sempre. Prima un lavoro sugli esteri aprendo su temi come i movimenti sociali e le trasformazioni politiche in America latina e poi Raccuglia e la nuova mafia palermitana, la trattativa, le stragi, dell’Utri, i testimoni di giustizia, Why Not, Wind, ‘ndrangheta, la nuova destra, il damping sociale nelle ristrutturazioni della metallurgia e dei porti italiani, il terremoto de L’Aquila. Scrivevo, lavoravo, producevo, e facevo vendere copie. Così alcuni – pochi – altri con me. Poi, con la crisi e la scissione di Rifondazione post elezioni politiche, iniziò la caccia al nemico interno. Perché un club come quello descritto finora ha bisogno di un buon numero di nemici veri o presunti per sopravvivere e ne deve avere assai, soprattutto in momento di crisi, per tenere compatto il branco. E inevitabilmente il conflitto arrivò. Eccome se arrivò. Io riuscì, solo dopo mesi, a farmi pagare gli arretarti. Ed erano un mucchio di soldi per uno sfigato come me. E comunque sono stato uno dei fortunati. So di decine e decine di cause di collaboratori che non hanno neanche mai visto una lira dei lavori regolarmente comprati e pubblicati. E quello economico è stato uno degli aspetti più eclatanti, ma non il solo. Mica puoi lavorare che so su temi come la mafia o la corruzione con un clima interno da sacra inquisizione. Figuriamoci a scrivere di politica o di diritti civili. Una brutta storia. Che solo in minima parte è diventata pubblica (come quella della testata presa successivamente da Luca Bonaccorsi Terra) con la sottovalutazione disastrosa del sindacato e dell’Ordine. Che sono intervenuti solo tardivamente e in maniera goffa in particolare su Terra con risultati disastrosi per i lavoratori.

Bene. Oggi Left (non più in mano a Luca Bonaccorsi ma alla sorella Ilaria) approda come supplemento a L’Unità. Ho avuto la notizia in anteprima da un collega sopravvissuto a quella redazione. Sconcerto. Anche perché so che Left (sottraggo il sottotitolo Avvenimenti perché di quella esperienza e di quella generazione e modo di fare inchiesta non ce n’è più traccia) vendeva una manciata di copie (neanche tutti i fagiolini lo compravano più) e  L’Unità non naviga certo in buone acque. Anzi. Le acque dove galleggia non sono assolutamente tranquille. E si chiamano “esuberi”, debiti, ristrutturazioni, Cig etc etc. Insomma editorialmente l’operazione sembra tutt’altro che una furbata imprenditoriale. Ma si sa. Sta roba della razionalità e del mercato nel sistema editoriale italiano è un oggetto alieno. E allora, pensa che ti ripensa, alla fine mi è venuta un’idea.

Ripartiamo dai fagiolini. Si tratta di un pacchetto di voto compatto, monolitico. E geograficamente omogeneo. Il prossimo anno si vota per il Comune di Roma. E a Roma i fagiolini fanno numero. E quindi, assodato che non si tratta di un pacchetto indirizzato verso Zingaretti – anche perché perfino il Pd e la sua sindrome tafazziana davanti a quella candidatura impallidisce e arretra – chi è nelle “seconde linee” che ha bisogno di blindare la propria candidatura in consiglio comunale e di far pesare il pacchetto fagiolino per ottenere un assessorato di peso? Un dalemiano o un veltroniano? Bettini? Morassut? Chi? Ovviamente non ho la risposta. E attendo dal mio rifugio in un borgo del viterbese “scalpitando sui miei sandali” di vedere chi sbucherà fuori. Anche perché solo in funzione politico/elettorale ha senso questa operazione Left/Unità.

 

Due

 

Piero è stato un gran capo cronaca, se lo ricordano ancora i sopravvissuti de L’Unità degli anni ’80 e ’90. Mica uno che non sapesse fare il suo mestiere. Anzi. Uno che si era formato per strada a fare il cronista. Attento, bravo. Poi fu un fantasioso direttore a Liberazione, se lo ricordano ancora disoccupati e precari che sotto di lui cercarono di fare un giornale. Io all’epoca, per un anno prima di essere assunto a Left, collaborai con quel giornale, in particolare con il supplemento settimanale della domenica. Una bella esperienza, in quella fase, che poi si conlcluse male. Anzi malissimo. E ora l’epilogo della liquidazione. Che per un giornale è una roba drammatica. Per chi ci lavora e per chi per anni lo ha letto.

Alla fine il nostro Piero approdò a Calabria Ora, facendo il garantista con  la ‘ndrangheta e liquidando l’esperienza di Paride Leporace e della scuola di cronisti che fece grande quel piccolo e innovativo giornale. Anzi, la fase iniziale della sua direzione del quotidiano calabrese è stata segnata da una sistematica campagna per isolare e poi trombare tutti i cronisti che si occupavano degli intrecci fra politica, affari e ‘ndrangheta. Una strage di penne. Questo ha messo in atto il garantista ex direttore di Liberazione. E mentre quei cronisti erano sottoposti a un’offensiva mafiosa basata su attentati, minacce e intimidazioni di ogni genere.

Ora fonda Paese, che è la riproposizione in veste minore, ma non minoritaria, di quel grande giornale che fu Paese Sera che insieme a L’Ora di Palermo dimostrò la forza culturale e politica della cronaca: il racconto sociale, una specie di rivoluzione. Sparisce la “Sera” sostituita dal salotto annoiato e smosciato romano fra Bertinotti e Zingaretti, Bettini e l’imprescindibile Anubi e un po’ di residui di un Ulivo Bis mai nato? E mi domando, anche. Dove minchia ha trovato i soldi per fare un quotidiano oggi il nostro barbuto Piero? E perché un quotidiano mentre altri chiudono e c’è chi ha dimezzato vendite e entrate pubblicitarie in meno di un anno? Ha un’idea nuova? Un progetto rivoluzionario? O sta solo macinando un altro contenitore da rivendersi poi per ottenere qualche spazio televisivo a La7 che ormai non si nega a nessuno? Sansonetti Piero, oltre al capello sbarazzino e la barba che più anni settanta non si può, si vende bene in Tv, e non ci sarebbe da stupirsi a vederlo gestire uno spazietto editoriale da sinistra radicale normalizzata. Si, ce lo vedo bene a La7 Piero, e anche a mettere in piedi l’improponibile Paese. Il mondo va così. Di salotto in salotto, di comparsata in comparsata, di marchettona in marchettona. Amen.

 

Tre

 

Telese me lo sono tenuto per ultimo. Perché la sua panzetta (non ci accomuna solo aver transitato tutti e due per l’agenzia Dire) e il suo baffetto/mosca primo novecento me lo rendono simpaticamente insopportabile. Ma l’uomo è furbo nonché un fior di spregiudicato professionista. E Luca ha pelo sullo stomaco. Tanto per fare un esempio per aver fatto il cronista politico per Il Giornale di Paolo Berlusconi all’epoca diretto da Belpietro prima di fondare Il Fatto, la testata più anti Berlusconi che si può. Poi per aver fatto salti mortali per conquistarsi spazi e visibilità televisive fino ad avere contenitori a sua forma e immagine. Ammetto che ho tifato per lui recentemente per la sua rottura con Il Fatto (che aveva fondato con altri) e in particolare con Marco Travaglio e la linea grillina che ha assunto ciecamente il giornale dopo che l’editore e socio di Grillo (la Casaleggio associati) ha acquisito una gran parte della casa editrice Chiarelettere che è di fatto uno dei pacchetti di peso del quotidiano non-diretto da Antonio Padellaro (visto che è evidente che lo dirige lo stizzoso Marco). Che abbia lavato i panni sporchi in pubblico sulla vicenda de Il Fatto gli fa onore. Però. C’è sempre un però.

Dopo quei numerosi passaggi “destrorsi”, oggi si lancia nell’avventura di un nuovo quotidiano, Pubblico, di area progressista che guarda un po’ al Pd, un po’ a Idv e un po’ di più a Sel e con azionisti Lorenzo Mieli e Fiorella Mannoia. A guardare la squadra, oltre alcuni provenienti da Il Fatto, ci sono nomi che fanno ben capire a che salotto (più che a quale area politica) il nuovo giornale fa riferimento: Francesca Fornario da l’Unità ), Tommaso Labate dal Riformista e Stefania Podda da Liberazione. Senza parlare delle “firme” di peso come Ritanna Armeni, Corrado Formigli, Mario Adinolfi, Marco Berlinguer e Carlo Freccero. Ma che, l’organigramma lo ha suggerito Antonio Polito, il dalemanissimo ex direttore de Il Riformista e oggi editorialista al Corsera dopo un passaggio parlamentare? Solidarietà di baffetti?

Delle tre operazioni, devo ammettere a malincuore, quella di Telese mi sembra la più solida e reale. Anche per la spregiudicatezza di Telese. Mi sbaglierò, ma dopo i rimescolamenti post Vasto del centro sinistra il progetto di Pubblico mi sembra quello che garantisca meglio il megafono alla salottiera sinistra radical chic capitolina che non disdegna le furbate del sempiterno Massimino (e pure qui il baffetto c’entra). Come si dice: un giornale con i baffi. Sperando che la peluria che sovrasta il labbro tenga lontana i grembiuli.

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