Un paese vuoto

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C’è un vuoto assordante. Non di rumore o parole. Di quelle ce ne sono fin troppe. C’è un vuoto di idee, di chiarezza e soprattutto di racconto. Sembra che tutto proceda in questo paese con una fretta impressionante. Ogni giorno il balletto dello spread, il rinvio a giudizio o l’avviso di garanzia per tizio o caio, la dichiarazione da macelleria sociale di questo o quel ministro, il tentativo di Monti o di Napolitano di anestetizzare gli italiani frastornati dal quotidiano bollettino di guerra, il finto scontro fra Pdl e Pd, l’inneggiare di Grillo a plotoni di esecuzione e liste di proscrizione a chiunque metta in dubbio la sua vocazione messianica con contorno di deliri paranoici di Grillo e dei suoi adepti. E via. Ma non succede nulla.
Va solo sempre peggio, per ciascuno di noi, sbranati lentamente dalla crisi, dal disincanto, dall’egoismo dei tempi di guerra e del razionamento. Assordati dal nulla. Accecati dal vuoto.
Tutti pensano di sapere tutto. Parlano di tutto. Ma si nutrono di aggettivi e non di fatti. Il racconto, ripeto, non c’è. In questo momento in cui web e Social network sembrano essere il centro condiviso della circolazione delle informazioni, in realtà nessuno dice qualcosa di concreto. Nessuno si rimbocca le maniche e si mette a raccontarlo questo tempo. E soprattutto sembra che a nessuno freghi nulla. Si preferisce fare salotto, esercitarsi nel stupire gli amici con la frase ad effetto, il termine desueto, l’uso caotico della punteggiatura, l’arguzia del taglia e incolla. Retorica e banalità. Narcisismo inopportuno e stucchevole. Non un fatto chiaramente esposto che conduca alla riflessione, una notizia collegabile a un’altra. Non c’è un barlume pur minimo di ragionamento. In questo tempo delle parole e della comunicazione istantanea ci si rifugia nel rombo della banalità pur di non guardare se stessi e il mondo che ci circonda.
Capire le cose. Questo servirebbe. Per scegliere e agire. Nel voto, nei comportamenti pubblici e in quelli privati. Noi non capiamo le cose che accadono, le subiamo e basta. E sembriamo accontentarci del nostro mugugno sterile e senza conseguenze a cui ci siamo adeguati. Non per pazienza o mitezza, ma per inadeguatezza.

La domenica delle salme
gli addetti alla nostalgia
accompagnarono tra i flauti
il cadavere di Utopia
la domenica delle salme
fu una domenica come tante
il giorno dopo c’erano segni
di una pace terrificante
mentre il cuore d’Italia
da Palermo ad Aosta
si gonfiava in un coro
di vibrante protesta.

Fabrizio De Andrè – La domenica delle salme

Siamo tutti responsabili. Dal momento in cui ci siamo bastati. Nel momento in cui abbiamo buttato le idee insieme alle ideologie. Siamo tutti colpevoli. Di omissione di intelligenza. Siamo tutti recidivi di superficialità senza leggerezza.
Come potremmo tollerare, se qualcuno ce lo raccontasse, di apprendere che siamo stati stritolati da più di un anno dalla crisi finanziaria per coprire il culo delle banche tedesche che si erano esposte troppo con investimenti azzardati in Grecia? Come potremmo tollerare scoprire che molte banche italiane speculano alla pari di altri soggetti stranieri per buttare giù l’economia del nostro paese e poi ricevere profitti dalla svendita delle macerie? E tutto questo con il consenso silente se non partecipe di pezzi del mondo politico e imprenditoriale italiano che oggi si identificano ipocritamente nel sostegno di questo governo di presunti “salvatori”. E come potremmo tollerare scoprire che movimenti e partitelli personali improvvisati e fintamente “anti sistema” sono a tutti gli effetti funzionali al mantenimento dell’andazzo convogliando e tenendo sotto controllo il diffuso disagio sociale?
Si, ci sarebbe da raccontarlo questo tempo. Partendo dalla borsa della spesa vuota della pensionata o dal libero professionista che dopo mesi di ritardi nei pagamenti si trova a fare la fila alla mensa della Caritas. Per poi raccontare il resto. Le città e i borghi, la politica distorta di una classe dirigente che ritiene che un posto elettivo sia un lavoro e non un impegno. Ci sarebbe da raccontare molto. Delle bassezze, del merito che esclude e non promuove, del livellamento al basso nel mondo delle i
Prese e della cultura. Per non parlare della politica. Delle anime, idee e corpi in vendita. Se ritrovassimo anche parzialmente un barlume di lucidità e autostima ritroveremmo uno straccio di dignità. Come persone ancor prima che come popolo.

Gli ultimi viandanti
si ritirarono nelle catacombe
accesero la televisione e ci guardarono cantare
per una mezz’oretta poi ci mandarono a cagare
-voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio
con i pianoforti a tracolla vestiti da Pinocchio
voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti
per l’Amazzonia e per la pecunia
nei palastilisti
e dai padri Maristi
voi avevate voci potenti
lingue allenate a battere il tamburo
voi avevate voci potenti
adatte per il vaffanculo

Fabrizio De Andrè – La domenica delle salme

C’è un vuoto assordante. Mentre migliaia di giovani e vecchi cronisti abbandonano speranze e mestiere mentre qualche furbone da salotto capitolino radical chic si appresta a fondare nuovi giornali cartacei. Approfittando dell’avvicinarsi del voto e mettendosi in vendita al migliore offerente. C’è un vuoto accecante. E pochi e inascoltati a raccontare.
Povera Italia che non si merita gli italiani.

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3 pensieri riguardo “Un paese vuoto

  1. Capito qui per caso nel bel mezzo di una sessione hardcore di attualità internautica, uno di quei momenti in cui si finge di volersi ricordare del mondo per dimenticare un pò di sè e soprattutto trovare un modo per conciliare la mancanza di sonno e la sovrabbondanza di calura.

    Per quel che serve, ti faccio qualche complimento, perchè ci vuole voglia a starsene ore a guerreggiare con automi programmati cercando di riaffermare il valore del mondo sensibile su quello del mondo virtuale e ci vuole voglia a rimestare nel marcio del giornalismo italiano uscente dalla putrescenza decomposta di quella che un tempo chiamavamo sinistra.

    Riconoscere qualche isola di buonsenso nell’oceano dell’idiozia fa sempre piacere, e so bene che questa affermazione trasuda di élitismo, malattia senile della moribonda sinistra (esattamente come l’estremismo era il suo morbo infantile) o effetto collatterale della balcanizzazione internautica che sia; o semplice constatazione dettata da una deriva che mi son concesso in internet (tante ore, come un degno otaku) girovagando senza meta per vari blog che perlopiù distillano LA VERITA’ su quello che sta succedendo, con tanto di codazzo di fan adoranti e comunità tribali nemiche in quanto adoranti altri piccoli profeti o altre piccole verità.

    Son tempi paludosi, putrescenti, sembra di essersi impantanati in un eterno riflusso, qui ancora dopo vent’anni a ricordare una stessa canzone che parla degli stessi tempi che non passano mai, mentre intorno tutto cambia ma nessuno cambia davvero. Trovarsi di nuovo di fronte ai lanciatori di monetine dell’hotel Rafael che scoprono da un giorno all’altro che avevamo ragione e rifiutano di riconoscercelo, per non riconoscere quanto erano partecipi del torto fino al giorno prima; trovarsi di fronte alla morte della memoria e al culto inossidabile del nuovo e dell’istantaneo, per l’ennesima volta; trovarsi di fronte al senso di sbandamento di un armata sconfitta, con la differenza che questa armata non è mai riuscita nemmeno a rispondere a un’adunata.

    Trovarsi, e per me che volevo fare lo storico (ancora peggio che il giornalista) è una vera nemesi, immersi in un eterno presente senza prospettiva passata o futura, senza via d’uscita, a constatare che tutta la ritualità insensata di una società alla deriva che non riconosce più alcun posto nel mondo è già stata descritta dai modernisti negli anni ’20; mentre incombe un’aria di catastrofe nell’aria e sempre più persone si lasciano agitare, come molecole in una pentola sul fuoco che pian piano si avvicina all’ebollizione, attratte dalle sirene della follia collettiva risolutiva, che qualunque forma decida di assumere non pare sarà quella di un carnevale, bensì quella di un’apocalittica scelta tra distopia catastrofica e totalitaria, come nell’età dell’ansia descritta da Auden…

    E insomma: l’impressione è che non ci sia più niente da raccontare, perchè fondamentalmente siamo talmente sommersi di racconti senza tempo, passati e presenti sovrapposti
    (There I saw one I knew, and stopped him, crying: ‘Stetson!
    ‘You who were with me in the ships at Mylae!),
    da non poter più discernere l’uno dall’altro dal vero dal falso e servirebbero capacità ermeneutiche degne appunto del migliore storico per orientarsi, ma non bastano comunque, perchè troppo è l’incommensurabile da sapere in confronto alla nostra capacità di comprenderlo.
    E d’altronde non ci si fida, perchè non ci si riesce a riconoscere, se non in gigantesche sbornie collettive dove trionfa la retorica e l’assimilazione nella massa aperta.

    Insomma, allegria!

    Poi capita di uscire da internet, prendersi un respiro, camminare per strada, e capita di riconoscere la terra su cui pesti i piedi, e contare i passi in successione e ricordare la consistenza del reale, appunto.
    Penso che abbiamo più bisogno di condividere esperienze che racconti, ecco, sebbene il racconto orale di esperienza sia una buona forma di condivisione, ma questo è un qualcosa che si muove al di sotto dei media mainstream e perlopiù al di fuori di internet, in percorsi deviati dove un’ultima carboneria tenta di sopravvivere: la carboneria realista.

    1. Ah! Un’altra cosa. Non è vero che non ci si più nulla da raccontare. Il problema è che nessuno si fa carico di andare a vedere come sia il mondo fuori e delega alla “Rete” salvifica l’ipotesi di racconto

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