Mauro De Mauro e Enrico Mattei dal romanzo “In morte di Don Masino”

Fece un gesto come se segnasse un punto. A mio favore, sperai. «Giornalista di cui era amico da prima della guerra. Gaurrasi e Mattei erano molto legati fra loro. Le sembra un dettaglio da poco?». «No». E non lo era. Mauro De Mauro nel periodo bellico era stato uno dei fedelissimi di Junio Valerio Borghese, poi nel ’43 repubblichino e durante l’occupazione nazista di Roma … Continua a leggere Mauro De Mauro e Enrico Mattei dal romanzo “In morte di Don Masino”

Rileggendo Calderone e Buscetta, guardando a Cosa nostra di oggi

Ho riletto recentemente i due libri “testimonianza” sui pentiti Antonino Calderone (Uomini del disonore) e Tommaso Buscetta (Addio Cosa nostra) scritti da Pino Arlacchi nei primi anni novanta. Ammetto di non essere  un grande estimatori dell’Arlacchi politico e delle sue simpatie per certi ambienti giudiziari e di intelligence d’oltreoceano, ma il lavoro di sociologo e criminologo che produsse fra gli anni ’80 e i ’90 … Continua a leggere Rileggendo Calderone e Buscetta, guardando a Cosa nostra di oggi

Il patto – da I SIciliani /giovani – febbraio 2013 – l’eterna trattativa fra Stato e mafia

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di Pietro Orsatti su www.isiciliani.it

Mentre a Palermo il processo sulla trattativa fra Stato e mafia va avanti, sembra essersi dissolta nella polvere degli archivi, e grazie alla cronica mancanza di memoria degli italiani, la lunga storia di interlocuzione (sfociata troppo spesso in collaborazione) fra settori dello Stato, dell’economia e della politica e le mafie e in particolare, fino a gli anni ’90 con la mafia siciliana prima della sua parziale ritirata sul piano militare dopo l’emergere del nuovo potere “visibile” delle ‘ndrine calabresi. Una storia, quella dell’interlocuzione, che potremmo far partire dalla Seconda Guerra Mondiale e che già aveva avuto possibilità di mettere radici profonde ben prima.  Continua a leggere “Il patto – da I SIciliani /giovani – febbraio 2013 – l’eterna trattativa fra Stato e mafia”

Omertà (1)

Omertà [o-mer-tà]s.f. inv.
  • 1 Regola della malavita organizzata e consuetudine culturale dei luoghi da essa dominati, che obbligano al silenzio sull’autore di un delitto e sulle circostanze di esso
  • 2 estens. Solidarietà interessata fra membri di uno stesso gruppo o ceto sociale che coprono le colpe altrui per salvaguardare i propri interessi o evitare di essere coinvolti in indagini spiacevoli e pericolose
  • • a. 1871

Riporto un lungo brano dell’audizione del 1992 in commissione Antimafia di Tommaso Buscetta. Si tratta delle prime parole, rese pubbliche, di don Masino su politica e mafia. Si parla di Lima, Andreotti, del golpe borghese, di De Mauro. Sono dichiarazioni, ovviamente, da analizzare con la dovuta cautela. Riporto queste dichiarazioni di Buscetta (a fargli le domande è Luciano Violante all’epoca presidente della commissione bicamerale) perché descrivono, comunque il concetto di “omertà”. Quello vero, non quello di chi spaventato non parla anche se ha visto qualcosa e sa di un determinato delitto, ovvero: “solidarietà interessata”.

Buona lettura. Credo che in seguito farò altri esempi. Con calma. C’è tempo.

NB (ogni possibile riferimento alla recente decisione della Camera dei Deputati di non  autorizzare l’arresto di Nicola Cosentino è assolutamente casuale)

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Ritornare a scrivere. Di quello che so scrivere di mestiere

Tornare a scrivere, ripartendo dal proprio mestiere. Quello dell’artigiano della parola. Non arte, meno retorica possibile. Ma narrare fatti, descrivere luoghi, volti, storie. Questo è quello che sto facendo. E non un esercizio di stile. Ripartendo da storie antiche, e profondamente moderne, come quelle di Stefano Bontade (figlio di zù Paolino Bontà) il principe di Villagrazia, Tommaso Buscetta, Gaetano Tano Badalamenti, Bernardo Provenzano, Michele Sindona, … Continua a leggere Ritornare a scrivere. Di quello che so scrivere di mestiere

L’assassinio nascosto del giudice francese Pierre Michel. I soldi di un massacro (4)

Il giudice marsigliese Pierre Michel

Questa è una storia difficile da raccontare. Una storia che ha tanti punti di partenza e innumerevoli finali, se si riescono a trovare. E’ la storia di un fiume di denaro. Il denaro del traffico internazionale di eroina fra gli anni ’60 e i primi anni ’80. E’ la storia del potere economico e politico di un gruppo che è perfino limitativo definire “criminale”, perché si comportava come un governo di uno Stato che agiva, trattando, con un altro Stato, quello Italiano. Trattando. Si. Dal 1943, nella preparazione dello sbarco degli alleati. E poi nel ’47. E che non era espressione di una criminalità “popolare” ma di un’élite economica e culturale. Baroni, imprenditori, perfino luminari della medicina, imprenditori, politici. E una folla, comunque, di massoni. Tutti mafiosi, tutti Cosa nostra. Sto parlando di quella Cosa nostra retta dal cugino di Michele Greco, Salvatore, il primo capo della commissione nata dalla “riforma” della mafia nelle riunioni del 1957 all’Hotel des Palmes di Palermo fra i siciliani e gli americani, fra Lucky Luciano e Greco e compagnia bella. Con tanto di uomo di quel confine indefinibile fra i due mondi, Tommaso Buscetta, a presenziare all’incontro. Un “soldato” al cospetto dei capi e che con i capi si fa “una parlata”. E quando mai si è vista una cosa del genere? Ma c’era bisogno di uomini di confine, di persone come don Masino, di emissari verso il mondo degli affari, della politica e dei “servizi” non solo italiani. Un uomo di due mondi. Di un boss dei due mondi, appunto, come Buscetta era soprannominato. Perché si era in piena guerra fredda e la mafia serviva, su una sponda e sull’altra dell’Atlantico. Serviva la sua capacità militare, il suo controllo del territorio e il tanto, e davvero era un fiume, denaro non rintracciabile.
Guerra fredda, pochi se ne ricordano oggi. Dove valeva tutto, anche il patto con il diavolo per sconfiggere il pericolo rosso. Meglio i mafiosi di Cosa nostra che dei sindacati efficienti e la salita al governo di socialisti e soprattutto di quei comunisti del Pci italiano che erano i più forti dell’Europa occidentale.
Sto parlando di quella Cosa nostra che nonostante i capi della commissione fossero prima Salvatore Greco, poi Gaetano Badalamenti e infine Michele Greco alla vigilia del colpo di Stato e della dittatura di Totò Riina, era in realtà guidata dal carisma e dalla capacità politica e imprenditoriale del “principe di Villagrazia”, Stefano Bontate il cui patrimonio fu solo in parte affidato ai cugini Nino e Ignazio Salvo, ma soprattutto venne reso potere assoluto nelle mani (e nella rete finanziaria) di Michele Sindona, “il salvatore della lira” secondo Giulio Andreotti. E quei soldi poi nessuno li ha ritrovati. O forse ne ha trovato un pezzo quel Bernardo Provenzano, socio di Riina ma da lui distante galassie nella gestione del potere. Mafioso vecchio stile era diventato Provenzano a scuola di Cosa nostra nella sua lunga latitanza a Cinisi sotto l’ala protettrice di Tano Badalamenti (quello che per intenderci mafieggiava e uccideva Peppino Impastato e, come lui stesso ammise, contemporaneamente era confidente dei carabinieri). Riina era l’anomalia. Provenzano divenne, nonostante l’origine, la continuità con la vecchia mafia. Nella gestione dei soldi, della politica, dell’inivisibilità e dei rapporti con poteri come quelli della massoneria, chiamiamola così, “deviata”.
Soldi. E un mare di sangue. Una mattanza per prenderli. Una mattanza per mantenerli.
Questa che oggi pubblico, sempre dagli archivi dell’Ansa, è una piccola storia. La storia di un magistrato francese ammazzato a Marsiglia il 21 ottobre 1981. Pierre Michel. Morto perché indagava, anche in collaborazione con i magistrati palermitani, sul traffico internazionale di eroina gestito da Cosa nostra ma che vedeva coinvolta anche la criminalità organizzata marsigliese che per prima si era avvicinata al business e aveva i “chimici” e la preparazione per avviare l’industria più redditizia dalla fine della Seconda Guerra mondiale.
Una storia totalmente rimossa quella di Pierre Michel. Che qui ritroverete, per frammenti.

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I soldi di un massacro (2). L’ossessione. Raccontare la stessa storia dalla strage di Portella all’Hotel des Palmes

Questa vicenda che sto cercando di raccontare sembra destinata a diventare una sorta di ossessione. Ho come la sensazione di scrivere della storia, di questa storia, da anni. Non solo quando scrivo di mafia siciliana, ma anche quando affronto la ‘ndrangheta, l’eversione e la strategia della tensione, il sistema del malaffare italico inquinato dall’associazionismo segreto e della massoneria deviata (a volte mi domando se abbia un senso definire “deviati” pezzi della massoneria quando è così evidente la massiccia influenza della massoneria nei tanti misteri italiani), di P2, P3, P4 (e quante minchia sono queste P? Troppe per non pensare che siano semplicemente una), di servizi deviati, di complicità della politica, di pezzi dell’apparato dello Stato che si rendono parte attiva di azioni e passaggi che poco hanno a che fare con la legalità e ancor meno con la giustizia. Continua a leggere “I soldi di un massacro (2). L’ossessione. Raccontare la stessa storia dalla strage di Portella all’Hotel des Palmes”