Ci hanno messo una pezza. Brani da Roma Brucia (2015)

coverromabrucia-1Pubblico alcuni brani del mio libro Roma Brucia scritto due anni fa e uscito prima dell’apertura del processo Mafia Capitale e dopo che con Floriana Bulfon avevo scritto Grande Raccordo Criminale (uscito nel febbraio 2014 undici mesi prima dell’operazione Mondo di Mezzo). Tutti e due i libri sono stati pubblicati da Imprimatur editore.

Brani di commento sul clima della città “malamente rappezzata” e poi in coda la storia di un omicidio particolare in cui troverete tutte le caratteristiche criminali che non sono state prese in considerazione (o sminuite) dalla decisione della X sezione penale del Tribunale di Roma il 20 luglio scorso.

Buona lettura


 

Violenta, estranea, incattivita. Roma, anno domini 2015. Città di furbi, complici, vittime e carnefici. Popolata da quasi cinque milioni di fantasmi, ostaggi del sistema di potere che l’ha gestita fino a oggi solo per garantire a qualsiasi costo una governabilità ormai impossibile. Tutti insieme nel girone infernale gestito da una folla di omini de panza. Si alza il sipa- rio sull’ultima e insopportabile messa in scena di una capitale europea che fa finta di stupirsi (madavero?) quando l’osceno ricettacolo di interessi politici, privati e criminali viene sbattuto lì, in prima pagina. Prima niente, mi raccomando. Prima di Buzzi e Carminati e della folla immensa di soci e complici, la mafia a Roma nun c’era, nun c’è mai stata: stamo a scherza’? Nessuno ha voglia di scherzare. Anche perché di contare morti per strada, cantieri fantasma, appalti truccati, servitori dello Stato corrotti, interessi innominabili di uomini degli apparati dello Stato, non ci siamo stancati. Proviamo nausea semmai, stanchezza no.

[…]

Ecco allora il luogo comune che annienta ogni tipo di ragionamento: so’ tutti uguali, tutti ladri. Ma non basta definire e declinare la lista dei ladri, dei corrotti, dei furbi. Perché Roma è in mano alla mafia. Da decenni. Ma quella parola, mafia, sembra impronunciabile. Perfino ora che compare, associata al nome della Capitale, nei titoli dei giornali di mezzo mondo. Apre scenari, quel nome, che il cittadino non riesce ad accettare. Mafia è cosa definitiva che ti pone fuori perfino da una logica che, anche se aberrante, ritiene ormai normale e perfino inevitabile che la vita pubblica del Paese sia gestita dai soliti ladri e furbi di turno. Da Mani pulite alle mazzette per quell’appalto o quell’altro, dagli scambi di favori ai regali, dagli eterni e indistricabili conflitti di interessi, dal favore da chiedere per aver garantito il tuo diritto, dalla “stecca” che dai solo per avere la possibilità di sopravvivere: tutto ormai normale, ci si è fatta l’abitudine. Ma alla mafia no, è istintivamente inaccettabile per la maggioranza, per bene, dei cittadini di questo strambo Paese. Sapere di abitare una città non solo inquinata dalla corruzione ma in mano alle organizzazioni mafiose ti fa sentire parte di un organismo invaso da metastasi. Essere cittadini di una città sottoposta e infiltrata da un potere criminale pone in uno stato talmente alieno da disorientare e negare la propria identità, da rendere facile il gioco, poi, di chi vuole sviare l’attenzione dalla reale dimensione della crisi che si sta vivendo e che si è costruita in anni e anni di sottovalutazione, rimozione e complicità.

[…]

Ci stanno tutti a mette ’na pezza, anche quelli onesti e in buona fede e che mai e poi mai avrebbero voluto avere a che fare con i poteri criminali che da decenni condizionano nell’ombra la vita della Capitale. Ma sempre ’na pezza ci vanno a mettere. A Roma il metterci pezza è un’arte. È prassi. Anzi, una vera e propria cultura. Le buche che devastano le strade della città? Ci si mette ’na pezza. La discarica di Malagrotta per cinquant’anni periodicamente a livello di saturazione prima di metterci mano e malamente? Ci si mette ’na pezza. Il sistema di trasporto pubblico disastrato e indegno di una capitale europea? Ci si mette ’na pezza. La città intera, anche quella all’interno delle Mura Aureliane, degradata, lurida, insicura e in disfacimento? Ci si mette ’na pezza. La rete di distribuzione del gas che – si sta indagando anche su questo anche se lontani dai riflettori dei media – potrebbe non essere mai stata rimodernata e messa in sicurezza? Ci si mette ’na pezza. Interi quadranti della città – non semplicemente quartieri – in mano alla criminalità comune e direttamente alle mafie? Ci si mette ’na pezza.

Ecco, questa è stata ed è Roma. Una città moralmente e fisicamente rappezzata. Malamente. Una toppa qua, una rinfrescatina là, e poi fatevene una ragione. “Così vanno le cose, così devono andare”.

[…]

Una città che in soli pochi mesi sembra essere crollata. Saltato il sistema, anche se pessimo, di trasporto pubblico. Saltata la manutenzione delle strade. Saltata la raccolta e la gestione dei rifiuti. Saltata la gestione dei parchi e delle ville storiche. Saltata la sicurezza minima sul piano della microcriminalità sia dentro che fuori le Mura Aureliane. Saltato il sistema di gestione pubblica dei flussi turistici. Saltato il sistema di assistenza ai profughi e migranti come quello alle persone in difficoltà. Le coincidenze, nella realtà, non esistono. Sembra quasi che il sistema corruttivo e gestionale messo in piedi da Mafia Capitale, quindi da Massimo Carminati e dal suo uomo degli appalti Salvatore Buzzi, garantisse il “minimo sindacale” per far sopravvivere la città. E solo questo ci dovrebbe far capire quanto fosse profonda e radicata l’infiltrazione nella cosa pubblica.

Ci rendiamo conto, noi italiani, di quanto sia pericoloso questo messaggio non solo sul piano politico ma anche su quello culturale? Guardate che a Roma ormai si sente spesso la frase “meglio quando c’era Buzzi”.

[…]

Ci si è abituati a tutto, al degrado, alla corruzione, alle mafie, al pizzo, alla droga, alle operazioni eviden ti di riciclaggio e, anche, ai morti per strada. Nessuno si sorprende se si spara a Casal Bruciato, se ci scappa il morto a Focene o Tor Sapienza (anche se i due omicidi avvengono contemporaneamente il giorno del ballottaggio per le elezioni amministrative del 2013) se un killer entra e fredda il proprietario di un bar a Tor Bella Monaca ed es ce indisturbato, se si uccide in un parcheggio di un asilo nido giù nella periferia sulla Boccea.

Un sussulto, la cittadinanza, l’ha avuto nel luglio 2011, ma è durato il tempo di un paio di giorni di titoli sul giornale e solo perché il delitto era avvenuto nel centralissimo quartiere Prati. È quando cade a terra Flavio Simmi, trentenne romano, figlio di “Robertone”, proprietario di un ristorante e di un negozio di “compro oro”, indicato dagli inquirenti come vicino ad ambienti della vecchia Banda della Magliana (indagato ai tempi dell’inchiesta Colosseo) e poi assolto.

Un dato inquietante è che solo alcuni mesi prima Simmi era già stato gambizzato nei pressi della gioielleria della sua famiglia in via del Monte di Pietà. Sotto gli occhi dei genitori, mentre chiudevano il negozio. Due malviventi gli si erano avvicinati in moto, gli avevano sparato alle gambe e si erano allontanati poi indisturbati. Nonostante questo passa parecchio tempo perché si inizi a intravedere qualcosa nelle motivazioni dell’omicidio. Poco tempo dopo, gli era arrivata una lettera di minacce. «Non c’è cosa che ci fa incazzare di più di un lavoro incompleto» si leggeva nel messaggio, «ma ti giuriamo, sull’unica legge che conosciamo, quella dell’onore, che il lavoro lo finiremo». Due anni di indagini che sembravano essersi infilate in un vicolo cieco e poi la prima notizia che apre uno scenario inaspettato. Nel giugno 2013, infatti, la mobile di Roma smantella un’organizzazione criminale, tra le province di Roma e Perugia, dedita al traffico internazionale di stupefacenti. Gli arresti sono diretta conseguenza proprio delle indagini sull’omicidio di Simmi. La base del gruppo viene individuata in un residence sempre nel quartiere Prati, dove la droga era nascosta all’interno di quadri e souvenir. Poi ancora due anni di silenzio e forse una svolta.

Nelle settimane successive agli arresti della seconda operazione nei confronti di Mafia Capitale, uno spiraglio. «Pochi giorni prima dell’omicidio, i primi di luglio del 2011, siamo andati con Flavio a una cena a Fregene, allo stabilimento Miraggio» ha raccontato Paola Petti, la compagna di Simmi, agli inquirenti. «Eravamo una decina di persone circa. Tra i presen- ti c’era anche De Carlo. Durante la cena ricordo che passò anche Ivan Gennaro Musto [l’unico indagato finora per l’omicidio di Simmi, nda]. Ha parlato anche con De Carlo ma non si è seduto a tavola. Poi è andato via. A fine serata, dopo aver mangiato, abbiamo trovato una ruota dell’automobile forata. L’abbiamo cambiata e siamo andati a casa». Un ennesimo messaggio dopo il ferimento di mesi prima e la lettera anonima di minaccia? Un’intimidazione anche quella dell’apparizione di Musto – con cui Simmi aveva un conto aperto – nel corso della cena? E poi la presenza alla cena di Giovanni De Carlo, detto “Giovannone” apre più di un interrogativo. Perché De Carlo sarebbe il boss emergente, riferimento di Cosa nostra a Roma e strettamente legato sia a Massimo Carminati che a Ernesto Diotallevi, questi figura storica della Banda della Magliana e legato a doppio filo a Pippo Calò, il cassiere di Cosa nostra e ambasciatore della mafia siciliana a Roma fra i primi anni Settanta e i primi anni Ottanta.

Un personaggio particolare De Carlo, conosciutissimo nella Roma dei locali e del giro dei Vip dello sport e dello spettacolo. Amante della bella vita e del lusso, De Carlo ha infatti una rete di conoscenze importanti, gira per Roma in Ferrari, frequenta i locali del centro. Non è certo il boss dal basso profilo, ma ricorre a un eccesso di visibilità – e di rapporti con la Roma bene – quasi per nascondere il suo aspetto criminale. Si legge nell’ordinanza del dicembre 2014 che secondo il Gip è una figura che «appare dotata di carisma delinquenziale e inserita a pieno titolo nel tessuto criminale romano, intrattenendo rapporti con personaggi di primo piano come Massimo Carminati ed Ernesto Diotallevi».

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