Il parcheggio delle nebbie

La mafia è un’invenzione giornalistica, una suggestione di qualche magistrato stanco della toga e con velleità da scrittore e soprattutto chiacchiere da pensionati frustrati in fila alle poste. La mafia a Roma non c’è perché Roma è una città di “cazzari da bar”, gente che si vanta di imprese criminali e millanta poteri e rapporti inesistenti mentre si beve un peroncino con gli amici. Qualche morto ammazzato c’è scappato, certo, che Roma è città di passioni forti, ma mica siamo davanti a una mattanza o esecuzioni e lupare bianche. Si va bene, un piede nell’Aniene, qualche esecuzione il giorno di un ballottaggio, gambizzati qua e la e omicidi vari, ma mafia no, dai, piccoli fatti isolati. Robetta. Qualcuno ha corrotto e altri si sono fatti corrompere, ma di che ci sorprendiamo dopo tutto è dai tempi di Catilina che sui sette colli la cosa pubblica si gestisce così. La mafia è un’invenzione della stampa, altri cazzari rinomati. Perché Roma non è uno degli snodi principali del narcotraffico in Europa. Perché non è vero che è una delle piazze preferite da tutte le mafie del mondo, dalle nostrane a a quella russa e cinese, per riciclare nella “grande bellezza” il denaro sporco. Perché non è vero che ci sono stati ordini religiosi che hanno regalato immensi territori per consentire a quegli altri cazzari della Banda della Magliana di costruire un’altra Roma. E perché la coppola e la lupara non sono mai andate di moda a Roma, che noi abbiamo via Frattina e piazza di Spagna e a Ostia la rotonda sul mare e di coppole e lupare non sappiamo che farne.

Più di 50 anni dal processo di Catanzaro a Cosa nostra, quello dei 117 che di fatto consentì con una delle sentenze più vergognose mai emesse da un collegio giudicante in questo Paese in tema di mafie, un tribunale non ha riconosciuto l’associazione mafiosa separando un’unica organizzazione in due, una dedita alle estorsioni e un’altra alla corruzione senza riconoscerne l’unicità anche se riconosce che al vertice delle due c’è la stessa persona e gruppo di persone. Primo fra tutti Massimo Carminati. Mafia Capitale non esiste, non si tratta di un’unica organizzazione e soprattutto non si tratta di una a o più associazioni mafiose e non operavano con metodo mafioso. Punto.

Ieri anni di inchieste giudiziarie, di denunce di cittadini e giornalisti, di proteste popolari e di terremoti politici che hanno portato alla caduta di una giunta e al commissariamento per mafia di un municipio pari in termini di popolazione a Bologna (Ostia), sono stati cancellati. I reati sono stati riconosciuti, eccome se sono stati riconosciuti. Non si danno pene di 20 e 19 (Carminati e Buzzi) per truffe e turbative d’asta, ma si danno per un insieme di reati ideati e condotti da un’associazione criminale. Il collegio della X sezione penale del Tribunale di Roma ha riportato indietro l’orologio della storia e del contrasto alle mafie. Non è la prima volta che succede. E’ successo a Catanzaro 49 anni fa nel processo a Cosa nostra, è successo per decenni in relazione alla ‘ndrangheta per cui solo nel 2010 è stata riconosciuta l’aggravante di associazione mafiosa in una sentenza passata in giudicato.

A Roma si è sancito che nella Capitale del Belpaese, che rimane in Europa a malapena solo perché nel calcolare il Pil si tiene conto del giro di affari del traffico di droga e di prostituzione consentendoci di rispettare il patto di stabilità, la mafia non esiste se non di passaggio e che, soprattutto, il 416 bis, l’articolo del codice che consente di individuare l’associazione mafiosa, non è applicabile sul Biondo Tevere.

Che quell’articolo vada riscritto adeguandolo all’oggi e alle trasformazioni profonde che hanno avuto le organizzazioni mafiose è evidente da anni. Ma l’interpretazione che è stata data dell’attuale normativa e delle sentenze che hanno di fatto riscritto la giurisprudenza – ripeto, la sentenza del 2010 sulla ‘ndrangheta – sono state ignorate dal collegio giudicante. Dai giudici della X sezione penale del Tribunale di Roma.

Anche la procura guidata da Giuseppe Pignatone ha fatto un errore. Sicuramente uno l’ha fatto. Fidarsi troppo delle prove dell’inchiesta condotta dal Ros – inoppugnabili viste le condanne elargite agli imputati – alla luce di una possibile interpretazione “moderna” dell’associazione mafiosa emersa dalle sentenze recenti di altri tribunali. E fidandosi troppo del proprio lavoro ha rimosso da un lato il lavoro del passato – non aver chiamato a testimoniare Abbatino e altri della Banda della Magliana che collegassero storicamente Carminati a sodalizi mafiosi negli anni ‘70 e ‘80 – e sottovalutando il potere intimidatorio della sola presenza del “nero” che ha portato il teste chiave che collegasse il sodalizio criminale in collegamento con ‘ndrangheta e traffico di droga a ritrattare. In aula. Perché terrorizzato per le conseguenze di una sua testimonianza quando la procura si era rifiutata di richiedere la protezione per il suo stesso teste chiave.

È andata così solo per questi errori di eccesso di sicurezza da parte della procura? No. È andata così perché forse Roma non è più il porto delle nebbie. Ma un parcheggio delle nebbie si. E la verità, e la storia, sono in divieto di sosta davanti a Piazzale Clodio.

 

 

 

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