Padano e porco versione luglio 2017

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Scrissi la prima versione di questo sfogo per il libro “L’Italia cantata dal basso – finestre sbieche sul Belepaese” edito da Salvatore Coppola editore nel 2011. Lo ripropongo aggiornato all’oggi che è perfino peggio del periodo finale del berlusconismo.

Prosit!

 

 

 

Sono padano e porco. Sono nato a uno sputo dal Po, ma sono cresciuto a Roma. Cucino la pasta con le sarde, adoro i cappellacci di zucca e vado pazzo per la coda alla vaccinara. La pajata mi fa un po’ senso, ma del resto la salama da sugo la mangio solo per dovere patriottico. Ho delle belle vocali aperte, eredità di una nonna che parlava emiliano stretto con qualche inflessione veneta, e mi “smoscio” per pigrizia e abitudine nella cadenza “de Tormarancio”. La pianura padana mi deprime un po’, come la nebbia, e spesso mi sento a casa mia solo nei vicoli di Garbatella o alla Kalsa cercando un posto che faccia pesce. Però, quando il treno dopo Bologna passa il Reno mi commuovo sempre un po’.

Ammetto di essermi messo a lutto quando ha chiuso il kebabbaro sotto casa mia, e il giovedì pomeriggio quella folla di migranti che invadono le nostre città mi mette allegria. Avevo al liceo un compagno di banco nigeriano e un paio di amici cileni e ho parenti sparsi fra Argentina  e Brasile . Migranti anche loro. Migrante tante volte anch’io.

Mi piace questo Paese di città, borghi e frazioni. Ognuno con il suo dialetto, le sue tradizioni, la sua cucina, il suo vino. Mi piace pensare che siamo così poco ariani, un po’ arabi, greci, albanesi, spagnoli, francesi, slavi, ebrei, berberi, normanni e longobardi.  Mi piace pensare che siamo dei cialtroni romantici, dei mediterranei creativi, dei pezzi di tante e tante storie. Diverse. Non siamo mai stati “italiani brava gente”, ma siamo stati italiani. Lo siamo stati.

Sono padano e anche porco. Curioso e un po’ troppo pallido. Vorrei pensare che anche tutti gli altri cittadini di questo Paese sgarrupato, ma che è sempre sopravvissuto a tutti i propri difetti, alla fine siano come me, come noi. Meticci.

Ma non è così. E tutto passa attraverso la privazione di cultura, pezzo per pezzo. Stillicidio. C’è chi vuole sbriciolare la vera identità ibrida di questo Paese sostituendola con un’identità artificiale. Dove il cittadino si trasforma in consumatore, l’utente in cliente, la persona in massa. E la massa va alimentata, con la diffidenza, la paura e poi l’odio.

Sono padano e porco. Un po’ ferrarese, romano, palermitano, lucano, triestino, ligure, levantino e ebreo. E nero, cinese, e bangla e chi cazzo mi pare. E ancora frocio, bisessuale e etero tutto insieme che rendersi la vita complicata mantiene giovani. Sono un italiano. Non un italiano vero. Ma per davvero. Che guarda con repulsione alla Lega e alle mafie  al berlusconismo ereditato e al clericalismo d’accatto, alla cultura  fast food e al decisionismo vigliacco degli uomini delle espulsioni. Che metterà il suo corpo e le sue parole contro questo populismo neofascista camuffato del nuovo che avanza, della politica in franchising e del “l’ha detto la rete” che rete non è. Rifiuto l’idea di un Paese trasformato in supermercato o in cortile di ospedale psichiatrico dove chi sta messo meglio va a caccia di scie chimiche, o in pascolo per quattro ragazzini laureati con i soldi di papà a qualche università e privata e che ora si trovano a governare pezzi di questo Paese per conto degli impresentabili genitori che ne hanno già fatto scempio nei vent’anni che abbiamo alle spalle. Con i poveri sotto i ponti e clandestini e i furbi a ingrassare. Sono un italiano che non crede, ma crede nel diritto di ciascuno di credere in quel che gli pare.

Sono un italiano, porco e padano contemporaneamente, che crede nel valore assoluto dell’articolo 1 della Costituzione, e che ha dato gran parte di se stesso per applicare il 21. Sono uno che sa di avere ancora la possibilità di scrivere quello che sto scrivendo solo grazie a qualcuno che ha combattuto contro il nazifascismo.

Il fascismo che è stata roba nostra, perfino Hitler all’inizio andava a lezioni di dittatura da Mussolini. Quel fascismo, quella voglia di fascismo, che è ancora insita nel Dna del nostro popolo. E che oggi passa attraverso adolescenti addestrati alle armi, folle a Pontida, caccia agli omosessuali e ai “negher”,  banchi marchiati in una scuola padana, dossier e calunnie e intimidazioni , femminicidi ormai di massa, controllo dei media , lodi e leggine a personam. E che passa, purtroppo, attraverso i troppi “aventini” di questa nostra asfittica classe dirigente. Che si indigna intermittente, ma poi cala le braghe appena intravede un barlume di profitto. Anche piccolo. Anche presunto.

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