Quell’esercito di schiavi in mano alle mafie che Virginia Raggi si ostina a non guardare

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Pubblico qui sotto un lungo brano di “Grande Raccordo Criminale” (libro che Virginia Raggi dichiarò più volte di aver letto e di essere uno dei suoi preferiti) pubblcato da Imprimatur editore nel febbraio 2014 e che ho scritto a quattro mani con Floriana Bulfon. L’attacco del capitolo “Una comoda invasione”. Una fotografia di quello che è Roma. Non con battute buone per una polemica sulla stampa da consumare nel giro di una giornata. Di quello che è Roma sul serio.

Si fa chiamare Michele, perché Mikhail suona un po’ strano. Moldavo, dice lui, ma è cittadino romeno. Non ha più denti in bocca, il volto segnato dalla vita, le mani grandi piagate dal lavoro, la voce impastata dalle sigarette arrotolate con il tabacco raccolto per strada. Ogni mattina prima dell’alba lo trovi davanti allo “smorzo” a elemosinare qualche ora di lavoro, pagando il caporale, pagando il tramite, pagando il connazionale, pagando per mangiare. La sera si ritrova in tasca solo i soldi per un pezzo di pane, il vino in busta e il Napoleon, un brandy a buon mercato. Poche monete per stordirsi talmente tanto da non accor- gersi di essere su un materasso nel fango, sotto due teli di plastica in una baraccopoli tra le “fratte” della Pontina, a due passi dalle ville dell’Eur. Anche il materasso lo deve pagare. Ogni giorno. Con sé ha poche cose, incartate nella plastica e seppellite nella terra umida e impastata dall’immondizia. Un libro, una fotografia, una radiolina senza batterie, qualche vestito e una bambola che non è riuscito a spedire alla nipotina: il tutto avvolto e stretto nella tela cerata. Un tesoro nascosto, l’unica parte di vita da preservare. E ti racconta Mikhail di quando era autista in Siberia per le industrie militari dell’Urss, di quella notte che portò il suo camion carico di pezzi di ricambio giù in una base sotterranea, una santabarbara per una guerra che per fortuna non si è combattuta mai. La Siberia e quel lavoro mal pagato e pericoloso che ora gli sembrano il paradiso.

Mikhail, Michele, la vittima perfetta del sistema mafioso che governa migrazioni e lavoro nero.

A Roma la presenza delle mafie, italiane e straniere, è anche questo. Mentre Mikhail si stordisce seduto su un gradino davanti alla stazione del trenino Roma-Ostia a pochi chilometri, nel quartiere di Tor Marancia, si vive in venti in un monolocale. Asiatici, soprattutto bengalesi. Contratti nessuno, pizzo ai connazionali e agli italiani sempre. Semplicemente per sopravvivere. E rispetto a Mikhail sono privilegiati. Tor Marancia vecchio feudo della banda della Magliana, dove il parco della Montagnola, un giardinetto incastrato fra palazzi residenziali e l’inizio di via di Grotta Perfetta, era nei primi anniOttanta una delle piazze dell’eroina.

A Tor Marancia la gente la sera non se la sente di uscire, e non succedeva daanni, perché fra parchi, giardinetti, angoli incastrati fra città e parco della Caffarella si infila un mondo sommerso di disperati. Dall’operaio nordafricano o romeno senza fissa dimora agli afghani e pakistani che hanno fatto comunità in qualche imprecisato cantiere, dagli italiani che dormono in macchina in un parcheggio a due passi dalla ex Fiera di Roma o dietro il palazzo dell’Aci in via Cristoforo Colombo fino alle famiglie rom, che a volte non sono neanche “etnicamente” rom, ma rimangono comunque isolate e schiacciate dalle altre comunità nomadi arrivate nei decenni precedenti. E tutti pagano il pizzo a qualcuno, che è roba di pochi spiccioli, ma per ognuno di loro è tutto. Pagano per avere un angolo dove buttare un cartone a terra, piazzare una roulotte, prendersi uno spicchio di cemento sgombro fra i calcinacci in un cantiere o semplicemente trascorrere qualche ora di pace seduti su una panchina a mischiare birra e vino in busta e a cercar di dimenticare.

Non è solo effetto della crisi economica. È strategia di sfruttamento criminale della miseria. Perché anche dalla miseria si può trarre profitto. Chi governa il territorio non ha solo consentito l’arrivo di questo esercito di disperati, ma lo ha favorito per poi, davanti ai numeri impressionanti di persone travolte dal disagio, fare soldi. Un euro qui, dieci lì e alla fine hai una montagna di denaro facile ottenuto con il mezzo più semplice: la paura.

E a guadagnarci sono tutti, le piccole e grandi mafie straniere e gli italiani che hanno dato in concessione pezzi del proprio territorio in cambio di un comodo business. Poco importa se questa catena di sfruttamento della disperazione provochi un’esponenziale crescita della microcriminalità, con scippi, furti negli appartamenti, aggressioni e risse. Sai che la cosa non durerà, che alla fine “le guardie” metteranno in piedi qualche operazione di “pulizia”, ma l’importante è guadagnare fino a quando si può e poi pensare a qualcun altro da sfruttare. Non sarà certo un sindaco che si vanta della sicurezza a metter fine all’affare. Gianni Alemanno, è stato eletto anche grazie ai proclami sulla sicurezza: basta campi nomadi abusivi, vergogne ereditate dal passato, ci vuole ordine. Ordine e sicurezza, già. «Sono arrivati di colpo i vigili e la polizia e tutti siamo scappati. Un po’ li hanno identificati e fermati. Poi l’Ama (l’azienda comunale della nettezza urbana) ha buttato giù tutto». Lo descrive così chi ha vissuto lo sgombero. Le ruspe e la terra spianata sulle macerie di anonime vite. Risultato? «Aspetti e cerchi un altro posto». La favela ritorna un po’ più in là. E si ricomincia esattamente come prima, con tanto di sfruttatori, caporali e bande violente a governare tutto.

Demagogia buona per alimentare le paure degli italiani che è tutta colpa degli stranieri e intanto le mafie hanno continuato a far crescere il business della schiavitù. Merce da sfruttare e scarto da seppellire fra i rifiuti quando non è più produttivo. Bambine, ragazze, donne, transessuali, gay schiavi sulle consolari, anche sotto la sede della Regione. Divisi per nazionalità e geograficamente per aree di “esposizione”: rumene, nigeriane, albanesi, russe e ucraine, bosniache e serbe, trans latino-americani e omosessuali, anche italiani.

Donne cinesi no, loro lavorano in qualche appartamento. E ci sono tutte quelle che quando non sono per strada le ritrovi in vendita sui siti di incontri, 100 per 100 verified, in perizoma, posa hard e occhi che vogliono dimenticare. Il turnover è continuo, perché i clienti si stancano presto e le minorenni sono più fresche.

La catena dello sfruttamento dal connazionale si dipana fino al “padrone” italiano che ha gentilmente concesso l’uso del territorio. Il padrone che è quella mafia che parla il romanesco del Testaccio e dietro l’angolo “comanna”, il calabrese della locride o il campano della provincia ve-

suviana, ma che comunque è roba nostra, italiana. È cosa nostra anche il mercato della carne umana. La mafia stabilisce perfino il posto dove posizionare un mercato composto al 90 per cento da venditori stranieri. Perfino l’uso di una piazza con tanto di timbro e carta da bollo. Conla solita catena, dal padrone allo schiavo: il connazionale del commerciante ambulante, il piccolo boss che verifica che nessuno sgarri e poi “i romani de Roma”, che lo sono anche se parlano il dialetto di altri mondi, a controllare, a distanza e senza sporcarsi le mani, che tutto fili liscio, compresa la ricettazione di piccoli furti e borseggi.

Mafie straniere e mafie italiane succhiano l’ultimo sangue di un popolo meticcio di miserie, esercitando potere sulle vite altrui attraverso la violenza, l’intimidazione, il ricatto.

Da Grande Raccordo Criminale di Floriana Bulfon e Pietro Orsatti – Imprimatur editore

 

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