Fummo faziosi… ma avevamo ragione (rileggendo Il Bandito della Guerra Fredda)

Fummo faziosi, ingiusti? Se proprio si vogliono  adoperare queste parole, rispondo: è possibile.  Era difficile dimenticare… 
Noi siamo quelli del  tempo delle camere a gas. No, non fummo gentili. Era difficile esserlo… 
non chiedo indulgenza. 
Ci giudichino. Noi eravamo questo.

Pietro Ingrao, Le cose impossibili, Aliberti, 2011

La memoria ha un potere incontrollabile: per questo  fa paura. La memoria può creare processi inarrestabili. Rende comprensibile il presente, mette a nudo responsabilità del passato e svela la faccia oscena del sistema  del potere. La memoria è un dovere individuale e collettivo, prerequisito indispensabile per poter esercitare il proprio diritto di cittadinanza. La  memoria  a  volte  gioca  brutti  scherzi.  Mette  in  collegamento  cose  che,  apparentemente,  non  hanno  nulla a che fare l’una con l’altra.  Mia nonna Lina mi raccontò più volte del ‘47, della  gente  che  scappava  dalle  cariche  della  celere,  che  si infilava nel portone di casa mentre fuori sembrava tornato il tempo della guerra, dei disperati che scavalcavano il muro del cortile per ritrovarsi dove le autoblindo non potevano passare. Io, bambino, la ascoltavo  con attenzione, confondendo storia e fantasia, come in  un film di indiani e cowboy, o come nei fumetti letti di  nascosto quando era l’ora di fare i compiti. Solo anni dopo capii il senso di quello che mi rac­contava. Più precisamente, a Comiso.

Ero un ragazzino, allora, e non mi bastò ricevere un paio di manganellate  per  scoprirmi  uomo.  Ma  il  senso  di  quei  racconti di mia nonna lo capii. E bene. Capii le sensazioni provocate in lei a scandire quel nome, Scelba.  Mi ricordo del funerale di Berlinguer. Di quel popolo che si era dato appuntamento a Roma per dire  addio al segretario del Pci che lo aveva guidato negli  anni terribili del terrorismo. Ci andai in bicicletta, insieme ad alcuni amici. Noi che ci sentivamo più comunisti di quei comunisti lì avevamo capito, più per  istinto che per conoscenza o ragionamento, che quella  gente che aveva invaso la città per onorare Berlinguer  rappresentava un pezzo di storia che ci apparteneva.  Non solo perché comunisti, ma perché italiani.

(…)

Il  potere  ha  sempre  paura  della  memoria  e  delle  parole che la trasmettono. Nello stesso anno della nascita del governo di Silvio Milazzo sulla regione siciliana, usciva nelle librerie Il Gattopardo di Giuseppe  Tomasi di Lampedusa. Lo scandalo, ovviamente, non  si scatenò per quel governo anomalo del 1958 appoggiato  sia  dal  Pci  guidato  dall’ultra  migliorista  Emanuele  Macaluso  che  dai  postfascisti  (post  fino  a  un certo punto) del Msi, ma per il quadro di decadenza  che faceva delle classi dirigenti siciliane lo scrittore,  deceduto l’anno prima. E mentre i comunisti siciliani dovevano, a forza, farsi digerire l’indigeribile, e la  borghesia e la nobiltà decaduta si sentivano tirati in  ballo da un romanzo, nelle campagne di Corleone Luciano Liggio – in compagnia dei suoi uomini, fra cui  spiccavano Totò Riina e Bernardo Provenzano – cancellava la vecchia Cosa nostra, uccidendo il dottore,  capomafia e leader democristiano locale Michele Navarra con oltre novanta colpi di arma da fuoco. Di lì a  poco scoppiò la prima guerra di mafia che sfociò nella  strage di Ciaculli del 30 giugno 1963 – sette vittime,  tutte delle forze dell’ordine – a segnare, per la prima  volta, lo scontro diretto fra Cosa nostra e lo Stato.

E mentre a Palermo si contavano i morti, alla fine  degli anni Cinquanta Francesco Rosi eseguiva i primi sopralluoghi per girare il suo film su Salvatore  Giuliano. Lì, nelle montagne che circondano Palermo, in quella Montelepre dove Turiddu, oggi, è diventato  un  gadget  per  turisti.  Il  Re  di  Montelepre.  Il Robin Hood della Sicilia. Poco importa che si sia  macchiato  di  centinaia  di  morti,  che  fosse  fascista,  mafioso,  nelle  mani  dei  servizi  segreti  americani  e  dei peggiori golpisti usciti dalla cloaca della storia  del XX secolo. Poco importa se si fece usare per soldi  o per ideologia, per narcisismo o delirio di onnipotenza. È morto ammazzato per mano dei suoi stessi  amici, tradito da chi gli era vicino, da chi lo aveva  protetto:  tradito  dalla  storia.  Neanche  gli  aneddoti  sul  suo  buon  cuore,  sulle  persone  che  aiutava,  sui  soldi mandati alla madre del carabiniere – uno dei  suoi innumerevoli omicidi – ucciso per errore, può pulire  questo  racconto  dell’orrore.  Può  l’ipocrisia delle versione ufficiali, dei processi farsa manovrati  dalla politica e della ragion di Stato occultare quello  che fu Salvatore Giuliano, ma la realtà è che fu protagonista, catalizzatore e simbolo di uno dei periodi  peggiori  vissuti  dalla  nostra  fragile  Repubblica.  Attore e vittima, carnefice e agnello sacrificale. Un  ragazzo che non arrivò a festeggiare i suoi trent’anni  e che fu al centro dell’alba della Guerra fredda.

(…)

Era la strategia della tensione, più di vent’anni prima delle bombe nelle piazze e sui treni. Il resto, come  si dice, è storia.

***

Copertina di IL BANDITO DELLA GUERRA FREDDA
Autore: Pietro Orsatti
Editore: Imprimatur
Pagine: 240
Prezzo: € 16.00
ISBN: 978886830147
Anno: 2017

In questo Paese, dove l’atto di nascita della Repubblica fu sfregiato immediatamente dalla strage di Portella della Ginestra, ogni frazione – anche minimale – di verità è stata macchiata da una montagna di menzogne.
Se l’incubatrice della Guerra fredda fu la Conferenza di Yalta, la Sicilia, dal luglio 1943, rappresentò uno dei primi terreni in cui si iniziò a combatterla.
Al centro di questo scenario Salvatore Giuliano, protagonista di una delle stagioni più oscure della storia del Paese e della Repubblica: strumento di intrighi internazionali e di un tentativo di colpo di Stato che doveva scattare immediatamente dopo la strage di Portella della Ginestra del primo maggio 1947 con l’appoggio e l’ispirazione dei servizi statunitensi. Il libro racconta – attraverso l’analisi di documenti, in parte anche inediti, e la rilettura della cronaca giudiziaria e politica dell’epoca – chi fosse il sanguinario bandito di Montelepre: fascista dopo il 25 luglio 1943, mafioso affiliato alle cosche più potenti del palermitano, separatista per fede anticomunista e, infine, strumento delle trame della nuova politica nazionale. Il peccato originale della Repubblica Italiana.

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