Allarmi siam…

 

appunti scritti in due mandate… ascoltando in particolare Life During Wartime dei Talking Heads e London Calling dei Clash

Virginia Raggi continua stupire. Una gaffeur (istituzionale, politica e culturale) con ben pochi rivali. Perfino Marino, il sindaco di Roma marziano – quello che veniva “scomunicato” dal Papa in una delle sue esternazioni sopra i 9000 metri di quota – che di gaffe sembrava avere il monopolio non era arrivato a tanto. Perché le gaffe della Raggi esondano dalla logica e dal decoro di chi dovrebbe non solo governare ma anche rappresentare i romani. In una logica in cui gli unici che abbiano diritto di cittadinanza dentro e fuori le Mura Aureliane siano quelli che appartengono alla schiera dei clienti e amici del suo studio legale o si siano iscritti al sacro blog – e quindi abbiano il diritto di rimanere inascoltati come qualsiasi innocuo troll -, ogni provvedimento, scelta strategica per la città, dichiarazione pubblica, presa di posizione o impegno si cristallizzano in un nulla di fatto. Troppo impegnata a garantire spazio e coperture a non si sa neanche più chi, ogni sua esternazione diventa leggenda metropolitana, pagina di satira amara fra “scoglionati congeniti” a cui aggrapparsi nell’eterna attesa stritolati fra un cassonetto strabordante e una fermata del bus dimenticata e irrangiungibile come la stazione Scott in Antartide. Dopo pochi giorni dalla sua elezione ogni illusione che davvero ci si avvicinasse a una svolta storica per la Capitale si è infranta in un casting di post e di neo fascismi (non fascisti, non sia mai, che il grillino capitolino almeno di questi tempi nei miei confronti è di querela facile). Un casting di improponibili nominati e poi difesi allo stremo, fra lacrimucce e scene isteriche e insulti e neanche troppo velate minacce condite in salsa dossieristica. Un anno indimenticabile per la città, sicuramente per quei non pochi romani dai gusti forti al limite del sadomaso.

Ieri scrivevo (prima della sua ultima crociata con gaffe verso i negher e gli zingari):

E’ parecchio che non dico nulla su Roma. Leggo questa mattina sui giornali che la sindaca Virginia Raggi si è affrettata a dichiarare che non è assolutamente sua la responsabilità del tracollo elettorale degli M5S di domenica scorsa. Probabilmente non è solo sua, ma di suo c’è parecchio nella delusione per il “modello” di amministrazione che lei per prima ha offerto gestendo la Capitale. 
Durante la scorsa campagna elettorale in un paio di interviste (Vanity Fair e Sky News) affermava che fra i suoi cinque libri preferiti del momento ben due titoli li avevo scritti io. Il primo “Grande Raccordo Criminale” firmato insieme a Floriana Bulfon per Imprimatur editore (2014) e il secondo Roma Brucia (2015) scritto questa volta da solo sempre per lo stesso editore. 
Poche settimane prima della sua candidatura, fra l’altro, era venuta a Ostia a presentare proprio il secondo titolo.
La questione è la seguente: li ha letti davvero quei due libri? E se davvero li ha letti, li ha capiti? Non sono domande retoriche. Lo scenario che facevo emergere soprattutto nel secondo volume non era solo quello criminale/mafioso ma anche politico. Perché era evidente come la sinistra (e il centrosinistra nella sua ultima fase di governo della città prima dell’ascesa di Gianni Alemanno) avesse si iniziato a mostrare le prime crepe, quasi di sazietà dopo vent’anni di amministrazione, ma raccontavo nel dettaglio come le porte al “sistema” del “mondo di mezzo” le avesse spalancate la bulimica amministrazione post-fascista della destra ex missina della capitale. E allo stesso stesso tempo era evidente che a Roma (e non solo, purtroppo) quell’area della destra post fascista non avesse (e non credo lo abbia ancora) fatto i conti con l’area neo fascista e eversiva che a partire dagli anni ’60 in poi coabitò e collaborò in più momenti drammatici della storia della Repubblica con apparati deviati e mafia.
La cosiddetta “comunità” di “camerati”, che avessero fatto la scelta di un percorso istituzionale che avessero proseguito in una traettoria eversiva e criminale, si è sempre mossa in un sorta di prassi di mutuo soccorso e di copertura reciproca. Che ha provocato il disastro che la Raggi (e prima Marino) ha ereditato. Il problema è che le appartenenze spesso non sono evidenti e dichiarate, e la comunità si espande fra varie generazioni. 
La Raggi non ha saputo governare e quel poco che ha governato è stato un disastro. Una serie di gaffe clamorose, di schiaffi verso istituzioni dati solo per dimostrare ai proprio sostenitori che non si guardava in faccia nessuno, un essere sempre disponibili a parlare con i palazzinari romani e “gli imprenditori onesti” nonostante l’evidente massa di colossali responsabilità che l’imprenditoria romana e in particolari i costruttori hanno avuto nella crisi cromica della città, la totale incapacità di guardare il sistema città e le enormi criticità che la attraversano. E immobilismo. Mentre la città precipitava dal disastro alla marginalità (economica, culturale e sociale), da un lato si passava il tempo a lotte interne all’ultimo sangue (e dossier) e dall’altro a sostenere, difendere e promuovere personaggi che venivano, anche se dalle seconde linee, proprio dal sistema di potere politico ed economico dell’Era Alemanna: Marra e la Muraro per primi.
Questa è l’immagine che si è data a livello nazionale della capacità di governo del M5S. E quindi si, Virginia Raggi e il suo gruppo dirigente hanno delle enormi responsabilità nel tracollo nazionale del partito di Grillo. Non è solo colpa sua. Anzi. Ma le sue responsabilità ci sono e sono evidenti proprio perché governa, e male, la capitale…

Mi ero sentito, dopo aver scritto queste cose, un po’ stronzo. Povera Virginia, che si prendesse qualche schiaffone pure da uno dei suoi scrittori preferiti mi sembrava un po’ esagerato. Poi oggi mi sono riletto le dichiarazioni che ha fatto ieri sui migranti e i profughi e mi sono detto: “A piè, la devi da fa’ finita d’esse sempre er solito buonista d’er cazzo”.

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