Nicosia, il revisionismo per via sportiva della Storia

Sorgente: Nicosia, il revisionismo per via sportiva della Storia

di Pietro Orsatti

A Nicosia non si commemora Portella della Ginestra, ma le imprese sportive del barone Stefano La Motta, uno dei referenti politici di Salvatore Giuliano. Succede anche questo in occasione del 70esimo anniversario della strage.

E raccontiamo questa vicenda che sembra uscita da un romanzo di Sciascia. Partecipo a fine maggio (Le giornate di Davì dal 27 maggio) a una rassegna libraria con il mio ultimolibro Il bandito della Guerra fredda edito da Imprimatur editore. Lo scorso anno la manifestazione si era svolta in piazza e nell’atrio del Comune, e così doveva avvenire anche quest’anno. Poi è successo qualcosa di molto particolare. La sede della manifestazione è stata spostata nel vecchio edifico (abbandonato e inutilizzato per anni) del vecchio tribunale della Città. Questo per dare spazio a un’iniziativa culturale dedicata a un illustre cittadino del paese. Fin qui tutto bene, anche se il Comune prima aveva indicato una sede e poi spostata a un’altra facendo coincidere due manifestazioni e mettendole di fatto in concorrenza mi sembrava una scelta quantomeno bizzarra, poi ho appreso che il cambiamento di sede era dovuto a un convegno e una mostra dedicata al barone Stefano La Motta e al suo passato sportivo. E q questo punto è necessario capire bene di chi stiamo parlando. Può essere che il barone nel suo tempo libero si occupasse di calcio, automobilismo e cavalli (a lui è intitolato perfino l’ippodromo di Palermo), ma la sua attività principale la troviamo descritta negli atti del processo sulla strage di Portella della Ginestra! E questo avviene nel 70esimo anniversario della Strage! E che c’entra l’illustre cittadino (e barone) di Nicosia con il bandito Giuliano? Andiamo a vedere a questo punto dopo una rapida ricerca qualche citazione a caso da atti giudiziari.

Ed ecco cosa compare dopo una sommaria ricerca nelle motivazioniu della sentenza di secondo grado del processo sulla strage di Portella della Ginestra.

“Stando al citato rapporto n. 714 la direzione dell’EVIS, accentrata in Palermo, era nelle mani del duca Carcaci Guglielmo da Catania, di Tasca Giuseppe di Lucio da Palermo, di un tal Cacopardo Rosario da Messina (non identificato), di Gallo Concetto da Ca­tania, comandante generale delle forze insurrezionali; e fra gli organizzatori del­l’insurrezione eransi da considerare sullo stesso piano il barone La Motta Stefano da Nicosia, La Manna Salvatore da Palermo, Franzone Pietro da Borgetto e Sciortino Pasquale fu Giuseppe da S. Cipirrello”.

(…)

“Questi – un’ex sottufficiale dell’esercito tornato a S. Cipirrello nell’estate del 1944 dopo la liberazione dell’Italia centrale, fervente assertore dell’idea separatista e militante nelle file dell’EVIS, un gio­vane che l’Ispettorato generale di PS per la Sicilia, nel menzionato rapporto n. 714, disse “cresciuto in ambiente di mafia e di delinquenza” – tratto in arresto il 16 gennaio 1946 al posto di blocco di Giardinello (quanto più intensa era in quella zona e nei territori di Carini, Partisco, Lo Zucco, l’attività criminosa della banda) perché trovato in possesso di una pistola tedesca e di due tubi di gelatina che deteneva nella macchina – una 1100 FIAT – sulla quale viaggiava, confessò tra l’altro ai carabinieri che, persuaso dal latitante Monticcioli Giuseppe ad entrare nel movimento separatista, aveva preso contatto nel giugno 1945 con il bandito Giuliano, che il Monticcioli considerava persona di preminente importanza nel movimento stesso e chiamava “il generale”; che, nel breve incontro avuto con il Giuliano, questi gli aveva lasciato intendere di essere in rapporti con l’on. Finocchiaro Aprile, con l’on. Varvaro, e con Pietro Franzone, fratello del sindaco di Borgetto; che a Palermo il barone Stefano La Motta, cui era stato presentato dal Franzone confermandogli che il Giuliano era uno degli esponenti, l’aveva esortato a fare in lui pieno affidamento […] gli aveva chiesto di dargli lezioni d’italiano e di francese, compito che però non si era assunto ritenendo di non essere in grado di assolverlo”.

(…)

Buona parte delle dichiarazioni dello Sciortino trovarono conferma negli interrogatori resi alla polizia giudiziaria dal barone La Motta e dal Franzone, i quali furono tratti in arresto nello stesso torno di tempo: a dire del Franzone, il bandito Giuliano aveva il comando dell’EVIS nella Sicilia occidentale e, secondo l’assunto del La Motta – quale ci diranno dal rapporto n. 714 (I/A, Evis, 38) – il medesimo ingrossate le fila della banda con l’acca­parramento dei giovani dell’EVIS, aveva dato corso alle azioni aggressive contro le caserme, onde acquisire benemerenze presso il movimento rivoluzio­nario che, per gli accordi stipulati e le promesse fatte, gli avrebbe assicurato, in caso di vittoria, l’impunità per tutti i gravi delitti da lui e dai suoi affiliati commessi”.

Ovviamente tutti ritrattarono dicendo di essere stati minacciati, perfino torturati o come nel caso di La Mootta di essere stato sottoposto “a un clima di terrore” – cci vedo proprio i carabinieri dell’epoca incutere terrore a un barone sicilian – però c’è un fatto. Un fatto strano, di quelli buffi che rimangono impigliati nella memoria della storia.

Dopo la ritrattazione lo Sciortino qualcosina torna comunque a farselo sfuggire e infatti nelle motivazioni si legge: “Lo Sciortino ha protestato la sua innocenza in relazione a tutti i reati ascrittigli. Mai – egli ha detto – aveva fatto parte della banda Giuliano, neanche durante i moti dell’EVIS nei quali si era limitato a svolgere attività di propaganda mediante conferenze tenute a Montelepre, a Borgetto, a Partinico ed in altre località della provincia di Palermo. Con il Giuliano aveva avuto scarsi rapporti: gli era stato presentato dal barone Stefano La Motta tra il settembre e l’ottobre 1945 al convegno di Ponte Sagana, dove i comunisti “avevano gettato le basi delle azioni future” e dove, insieme con i gradi militari, il La Motta aveva consegnato al capo bandito un libretto di ricevute per annotarvi gli ordini di requisizione. Del finanziamento si era parlato in una seduta, tenuta successivamente a Palermo, nella quale oltre a lui avevano partecipato Lucio Tasca, Concetto Gallo, l’on. Castrogiovanni, il barone La Motta ed il colonnello Poletti che aveva promesso di mettere a disposizione 14 armi automatiche, 36 casse di bombe a mano di fabbricazione italiana e 84 divise; il Tasca ed il La Motta si erano impegnati a versare somme non precisate di danaro e lui, o meglio suo nonno, Micciché Antonino, aveva contribuito all’impresa con un milione e trecentomila lire (W/2, 159)”.

E non scordiamoci che Stefano La Motta viene indicato come il proprietario della casa dove avvenne il primo incontro con il leader separatista del Finocchiaro Aprile e Giuliano, dove venne nominato (il bandito) colonnello dell’Evis (l’esercito clandestino dei separatisti). E tutte le fonti indicano la presenza del barone a quell’incontro.

Che brutta bestia, la memoria. Che brutta figura, amministrazione comunale di Nicosia. Parteciperò ovviamente alla manifestazione “Le giornate di Davì” e presenterò il mio libro che svela il volto reale sia del separatismo che del bandito Giulianoi, ma non mi asterrò in quella sede a raccontare questa brutta vicenda. Perché commemorare un personaggio del genere (non mi vanterei tanto di un concittadino con tale curriculum) nel 70esimo anniversario della strage è un insulto alla storia, e sfregio alla memoria dei morti di Portella della Ginestra.

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