Sul mestiere dello scrittore

Tutti possono scrivere un libro. Oggi più che mai. Hai una storia da raccontare? La scrivi, cerchi un editore oppure te lo stampi da te o lo auto pubblichi come ebook. La tecnologia aiuta e tanto, oggi, a dare visibilità a chi scrive. Ma contemporaneamente succede qualcosa che invece di arricchire rischia di impoverire. Come succede con il giornalismo, anche la figura dello scrittore oggi diventa sempre più evanescente. Se tutti si possono dirsi scrittori che ci stanno a fare gli scrittori? Non è un paradosso. È quello che è oggi. Dove ogni cosa diventa merce da consumare in pochi giorni mentre i libri svaniscono e non durano. Chi conserva memoria delle novità anche di valore delle uscite in libreria lo scorso anno a aprile? Pochi. Forse nessuno.

E allora andiamo a vedere cosa significa essere uno scrittore e scrivere un libro. Tanto per capirci, dopo decenni che scrivevo per giornali e agenzie, solo dopo il terzo libro mi sono detto “bah, forse sono uno scrittore pure io”, e non ci credo ancora oggi che sia così e ogni giorno mi faccio delle domande – quando ho dormito male – se quello che faccio è davvero il lavoro dello scrittore. Quindi non sono neanche una fonte attendibile. Oggi, con sei libri e un “pizzino” che anche lui se piccolo è un libro (tutti stampati dopo averli proposti a un editore) e ancora 5 ebook qualcosina però forse l’ho imparata. Anche perché oltre a scrivere i miei ho iniziato a fare un lavoro difficilmente definibile che è quello di individuare argomenti e autori e poi “facilitare”, in un processo di produzione e diffusione editoriale, la nascita di nuovi libri. Una volta questa figura poteva essere quella del “curatore”, ma oggi la cosa è più “liquida” e indefinibile.

Scrivere un libro, scriverlo sul serio intendo, è una fatica bestiale. Le storie e la penna (definisco “penna” la qualità e lo stile della scrittura) spesso non coincidono. Conosco ottime penne che scrivono bruttissimi libri e buoni libri scritti da pessime penne. È far coincidere la penna e la storia che si vuole scrivere a fare un vero libro. E questo costa fatica, tentativi, ricerche, frustrazioni, delusioni, rifiuti. Faccio un esempio diretto: di “In morte di don Masino” sono state scritte 14 versioni prima di arrivare a quella che è andata in stampa. Mentre “Roma Brucia” è stato scritto in 40 giorni (insonni) ma dopo anni e anni di ricerche e lavoro di documentazione che avevano già prodotto quasi cento articoli e un altro libro (“Grande Raccordo Criminale” scritto con Floriana Bulfon). Quello che ho scoperto è che confezionare un libro è un lavoro di artigianato maniacale, che non basta una buona idea, che è necessario un sacrificio di sé (perché la scrittura espone se stessi davanti al lettore in maniera così intima da sfociare spesso nel crollo di ogni residuo pudore).

Poi c’è la questione editoriale. Che il panorama editoriale italiano sia un po’ desolante ormai è risaputo, ma qualche isola felice c’è. Io credo di averla trovata da qualche anno con Imprimatur, ma devo dire di essere stato già fortunato precedentemente con Oscar Marchisio e Salvatore Coppola. Gente che amava e ama i libri. E che sapeva come costruirli. Dietro un libro ci lavora un sacco di gente. L’editore, l’autore, l’editing e l’editing legale in caso si tratti di libri di inchiesta e un’intera redazione, l’ufficio stampa, chi si occupa (oggi) dei social, chi si cura delle presentazioni e delle spedizioni e della promozione presso i venditori della rete di distribuzione. Chi cura il sito e chi l’amministrazione, chi si fa carico delle lamentele degli autori e chi analizza le proposte anche le più assurde e irreali. Dietro a ciascuna pagina c’è tutto questo. Insieme allo scrittore.

Ecco. E alla fine ci siete voi che leggete che comprate un sabato pomeriggio un libro. Come “Il bandito della Guerra fredda” che è uscito solo due giorni fa in libreria.

E lo scrittore, quello che è, è lì. In ogni frammento di cellulosa e inchiostro. Questa è la sua storia e la sua condanna.

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