Quell’articolo, al tempo del ballottaggio a Roma, che anticipava un po’ di cose sulla borghesia delle professioni

cropped-coverromabrucia1

Pubblicato sul numero attualmente in libreria di Antimafia Duemila uscito a Luglio 2016 – l’articolo è stato chiuso a giugno prima del voto definitivo per le amministrative nella Capitale.

La rimozione e la speranza di dimenticare Mafia Capitale

Di Pietro Orsatti

Roma Caput Mafia. Va bene così. Ce la teniamo stretta così com’è e distogliamo lo sguardo. Tutti. In questi mesi abbiamo assistito a una fetida campagna elettorale dove la parola mafia è stata volutamente rimossa, nascosta, rimossa, sminuita. Oggi il sistema osceno di potere politico-economico-mafioso che ha governato – e governa – la città si è riorganizzato, si è camuffato, si è riciclato. C’è un processo in corso, certo. Quello che ogni settimana procede nell’aula bunker di Rebibbia. Ma nessuno sa che cosa stia davvero avvenendo nel corso del dibattimento. E a nessuno, questo allarma ancora di più, sembra importare nulla.

Poi c’è quella storia, o storiaccia o fattaccio che tutti si sono affrettati a dimenticare. Da circa tre mesi Maurizio Abbatino, collaboratore di giustizia che negli anni novanta fu fondamentale per colpire l’organizzazione della Banda della Magliana, è formalmente e totalmente fuori dal programma di protezione – ha riconsegnato i documenti della sua identità di copertura – e chiunque, e a Roma c’è una fila chilometrica di balordi pronti a farsi avanti, può tranquillamente raggiungerlo, ucciderlo, cancellarne voce e memoria. Voce e memoria fondamentali in passato e certamente ancora utili ora in fase giudiziaria e processuale proprio a partire dal protagonista assoluto del telepanettone conosciuto come Mafia Capitale, Massimo Carminati. Fosse solo per farsi notare dai nuovi padroni della Roma criminale. Con tanto di bollo e autorizzazione della procura di Roma, della procura nazionale Antimafia e del Ministero dell’Interno. Un segnale devastante a chi volesse collaborare con la giustizia anche nel corso del processo su Mafia Capitale.

Cose che capitano in questa straordinaria città, con questo straordinario tribunale e con questo ancor più sublime scenario politico cittadino.

La mafia c’è, lo sanno tutti, ma non se ne parla. La mafia non è infiltrata, è stabilmente insediata, condiziona l’economia cittadina e visto che si parla della Capitale tracima sul livello nazionale, condiziona la politica, condiziona la vita quotidiana dei romani, ma si fa finta di nulla. Come a Napoli, dove si è ripreso a sparare, la realtà viene superata dalla seconda serie di Gomorra, a Roma il disastro di Mafia Capitale attende che ci sia il seguito di Suburra o una nuova edizione di Romanzo Criminale. Quieti si assiste allo spettacolo. Quieti e silenti.

Il padrino di Mafia Capitale

Un anno fa nel giugno 2015 Antonio Mancini, ex uomo della Banda della Magliana, dichiarava alla rivista Qn dopo l’operazione Mafia Capitale 2: «Mi aspettavo qualcosa di più forte e penso ci sarà ‘na terza infornata. Carminati ha qualcuno sopra di lui. I pescecani devono ancora venire fuori, non

so se lo faranno mai». La seconda infornata di arresti non c’è stata – e non se l’aspettava solo Mancini -, il “padrino” sopra Carminati non è mai venuto fuori, non si riesce neanche a immaginare chi possa essere e se sia mai esistito, è iniziato il processo che è diventato, dopo la prima sovraesposizione mediatica, del tutto invisibile per i media e soprattutto per i romani, è stato sciolto per mafia il Municipio di Ostia, si è dimesso il sindaco Ignazio Marino, è arrivato il commissario Tronca, si è votato – ancora, mentre scrivo, non si conoscono i risultati del ballottaggio – e nessuna forza politica e nessun candidato Sindaco ha speso una parola una su Mafia Capitale, sull’emergenza criminalità organizzata a Roma. Tutti, nessuno escluso se non quel poveretto di Fassina predestinato a perdere, a essere simbolo residuale di una sinistra romana che si è dissolta.

Tutto previsto, atteso e scontato. Il maxi processo a Mafia Capitale va avanti, e a nessuno interessa, più di tanto e si attende una cura dimagrante draconiana in sentenza alla mole di accuse al sistema Buzzi-Carminati, a partire dal riconoscimento associativo, quello previsto dall’articolo 416 bis. La procura della Repubblica di Roma sembra volare basso, sicuramente sul piano mediaatico, ed è facile capirne la ragione perché è davvero delicato per Giuseppe Pignatone e i suoi portare sul banco degli imputati un sistema di potere che vede l’intera classe politica romana, compresa quella che fa riferimento all’attuale segretario del Pd Matteo Renzi, coinvolta e protagonista di una vicenda che potenzialmente è di gran lunga più inquietante e devastante per la politica di Mani Pulite. Insomma, se qualcuno si aspettava un colpo definitivo al sistema di Mafia Capitale rischia di rimanere deluso. Perché un sistema che coinvolge a volte direttamente e più spesso indirettamente tutti non può essere messo in discussione e smantellato da chi in un modo o in un altro da quel sistema, anche inconsapevolmente, ha tratto guadagno se non sul piano economico certamente sul livello della gestione del potere nella Capitale.

La paola d’ordine è “cautela”.

Ma torniamo a quelle dichiarazioni di Mancini. Massimo Carminati avrebbe o no un “padrino”, un livello più alto, a cui rispondere? E’ evidente che la figura dell’ex Nar e appartenente alla Banda della Magliana è centrale, che il suo carisma “politico” e “criminale” gli ha consentito di posizionarsi come broker dell’Associazione Temporanea di Impresa criminale, composta da tutte le organizzazioni di stampo mafioso presenti nella capitale. Un uomo d’ordine, mediatore e procacciatore di affari e collegamento con il mondo della politica (direttamente nel periodo della giunta Alemanno e indirettamente attraverso Buzzi nel periodo Marino), dei palazzinari, degli operatori economici non solo romani e forse non solo nazionali. Salvatore Buzzi, che qualcuno ha tentato di descrivere come il vero “capo” dell’organizzazione, in realtà è assolutamente assoggettato (emerge con chiarezza da molte delle intercettazioni entrate negli atti del processo tuttora in corso) alla figura dell’ex Nar. Lo stratega, il capo, l’uomo che può parlare per tutti e con tutti sarebbe lui, Carminati. Non il bulimico – di parole – Buzzi. Non le altre figure di contorno che compaiono nelle carte degli inquirenti.

Chi sarebbe quindi il “padrino” di Carminati in uno scenario così composito? Chi sarebbe il Pippo Calò del Terzo millennio? Tracciare un identikit di questa ipotetica figura è difficile. Di certo non è un criminale “di tradizione” e forse non è un’unica persona. Forse ci può aiutare Maurizio Abbatino nella sua ultima intervista rilasciata al collega de Il Fatto, Emiliano Liuzzi, scomparso recentemente. Alla domanda se esistesse ancora la Banda della Magliana, ecco come risponde Abbatino: «Esiste Carminati. Che era freddo, lucido. Il più freddo e lucido di noi. E quello con più potere di attrazione. A ogni assoluzione il potere di Carminati è cresciuto. Ha avuto la fortuna di godere di protezioni dall’alto e di essere imputato nell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli insieme a Giulio Andreotti». E prosegue: «Tutti sapevano. Tutti. Non c’era più sangue come allora, come ai tempi in cui la Banda crebbe, ma un altro tipo di potere, e tutto nelle mani di Carminati e dei suoi (…) Ma la storia della banda della Magliana è molto più complessa. E c’entra molto di più con la P2 rispetto a quanto è emerso. Lei tenga conto che ogni tanto il generale Santovito, l’ex capo del Sismi, mi faceva arrivare i saluti. Io non l’avevo neanche mai conosciuto. A un certo punto, non so se per la nostra capacità di uccidere e il controllo del territorio, ma eravamo rispettati dai poteri deviati e da una certa politica, allora molto influente. E se Mafia Capitale, come è stata ribattezzata, è emersa quando ormai tutti sapevano e non potevano fare a meno che esplodesse lo scandalo, qualcuno li aveva coperti. Carminati sapeva benissimo che lo avrebbero arrestato».

Il padrino di Carminati sarebbe lo stesso Carminati? Dopo aver riletto queste dichiarazioni di Abbatino sembrerebbe di si. Ma c’è un punto delle stesse dichiarazioni che apre uno scenario ben più complesso e in cui la stessa idea di una figura di un “padrino” diventa addirittura riduttiva. Quando Abbatino dice che la storia della Banda «c’entra molto di più con la P2 rispetto a quanto è emerso». Se andiamo a analizzare tutta la storia della Banda della Magliana, perfino prima che questa nascesse e a Roma l’organizzazione egemone erano i Marsigliesi, possiamo intuire come una sola figura di riferimento non possa essere a capo di un’organizzazione che copre e influenza l’intera Capitale. Mediare si, procacciare affari pure, ma essere solo al vertice sembra impossibile.

E a confermare questa sensazione è anche la storia criminale di Roma degli ultimi mesi. Dopo una serie di fatti di sangue, in particolare nella zona nord est e legati a un riassesto del controllo dello spaccio e dei traffici di stupefacenti in quello che viene considerato attualmente uno dei quadranti di Roma strategici nelle attività criminali nella città, si sta assistendo negli ultimi mesi a una sorta di pace non dichiarata con qualche rara scaramuccia nei quartieri a più alto rischio e con un’evidente proseguimento delle attività di controllo criminale del territorio, ma senza che esplodessero conflittualità fra le varie organizzazioni. E questo fatto sembra confermare come le attività delle organizzazioni mafiose presenti nella capitale siano floride nonostante il processo a Mafia Capitale in corso nell’aula bunker di Rebibbia.

Quindi la Mafie Spa avrebbe cercato, dopo le operazioni dello scorso anno, di nominare un nuovo amministratore delegato o broker al posto di Carminati? L’ipotesi più probabile è che si stia attraversando un periodo di interregno senza che “er cecato” venga sostituito da un nuovo personaggio di carisma analogo. Probabilmente ‘ndrangheta, camorra, romani (e quindi Banda) e Cosa nostra (presente quest’ultima sul litorale con i Caruana-Contrera e nel resto della città con una forte presenza catanese) hanno formato una specie di collegio di emergenza in attesa degli esiti del processo. Sarà riconosciuto a Carminati e agli uomini più vicini a lui l’aggravante del 416 bis con notevoli aggravi per quanto riguarda le possibili pene? Oppure l’ex Nar, come spesso gli è accaduto nella sua lunga carriera, riuscirà a evitare condanne pesanti e quindi in breve tempo potrebbe essere in grado di ricoprire il ruolo che si ipotizza abbia costruito in una decina di attività?

In ogni caso un dato è certo. Le mafie a Roma sono tutt’altro che sconfitte e in ritirata e mantengono un ferreo controllo del territorio e contemporaneamente continuano nelle loro attività di investimento e di riciclaggio.

Il crimine come questione politica

Prima di fare il grande salto e diventare capo della Polizia, l’ex prefetto di Roma Francesco Gabrielli, forse ormai pago di aver favorito maggioranza e premier nell’isolare l’ex Sindaco Ignazio Marino e aver militarizzato l’intera Capitale per far fronte all’avanzare del terrore islamista, negli stessi giorni in cui si auto candidava a Capo al Viminale – credo che sia la prima volta che un prefetto si candidi da solo e soprattutto davanti alla stampa, deve aver avuto un rigurgito di orgoglio dopo mesi di lavoro sporco per conto del governo e ha finalmente parlato, anche se in maniera molto stringata, delle reali condizioni in relazione alla penetrazione delle mafie a Roma. Andiamo a leggere le sue dichiarazioni.

«Mantiene la sua attualità l’analisi secondo cui le organizzazioni criminali vedono in Roma un terreno ideale per riciclare denaro sporco attraverso traffici illeciti, accumulato sfruttando le possibilità offerte dall’economia locale i cui punti forti coincidono con i settori tradizionalmente appetiti da questi sodalizi. I tentativi di penetrazione riguardano i segmenti degli esercizi pubblici e commerciali anche di aree pregiate come quelle del centro storico, il mercato immobiliare, i servizi finanziari, le intermediazioni e le attività presenti in numero elevatissimo nell’area della capitale. Determinante per il perseguimento di questa strategia con la quale il crimine organizzato punta a farsi impresa è la rete di stabili relazioni riuscito ad intessere con operatori economici ed esponenti del mondo della finanza disponibili a prestare la propria complicità per agevolare la penetrazione e l’inserimento delle mafie nell’economia locale».

«Gli ultimi mesi del 2015 non hanno fatto registrare modificazioni nella geografia criminale a Roma. La situazione non è cambiata: è stato confermato il radicamento sul nostro territorio delle mafie storiche oltre a mafie autoctone e abbiamo messo al corrente della grande attività che le forze di polizia stanno conducendo nel territorio. Esiste la criminalità, l’affermazione che la mafia non esiste è erronea».

La ‘ndrangheta «è la consorteria più pervasiva con i suoi diversificati interessi nel campo delle attività alberghiere, degli esercizi pubblici e della ristorazione, nel commercio di preziosi e di autoveicoli».

«Cosa nostra concentra i propri appetiti nel settore degli appalti connessi alla realizzazione di opere pubbliche, per quanto riguarda la camorra si conferma il dato per cui diversi clan, dopo essersi insediati nel litorale pontino, mirano ad estendere i propri interessi per inserirsi nel tessuto imprenditoriale della capitale. Ciò non implica una rinuncia da parte di queste consorterie ad esercitare un ruolo preminente nel traffico degli stupefacenti nell’area di Roma, che è sempre vista come un luogo particolarmente remunerativo».

Grazie prefetto Gabrielli, non ce n’eravamo accorti. Noi allarmisti che da anni scrivevamo articoli, blog, libri e contavamo morti e affari, intimidazioni e degrado, concussione e corruzione, ora possiamo essere soddisfatti. Gabrielli ci ha finalmente riabilitato. Da allarmisti prezzolati a rompi coglioni utili a volte il salto è breve.

Ed è qui, attorno alla figura di Gabrielli e di alcuni comprimari come il senatore del Pd Stefano Esposito e del magistrato e assessore della giunta Marino Alfonso Sabella e ai loro comportamenti in cui l’emergenza criminale diventa questione politica. Perché tutti e tre hanno giocato un ruolo non tanto nel contrastare la presenza criminale – che è stata affrontata dalle forze dell’ordine e dalla magistratura – ma in chiave strettamente politica. Da un lato doveva essere isolato il sindaco extraterrestre, non conforme e anzi osteggiato dal partito del premier Matteo Renzi, dall’altro si doveva garantire la continuità del gruppo dirigente sopravvissuto al terremoto giudiziario. E così è avvenuto, puntualmente.

La quarta figura fondamentale in questa operazione è rappresentata dal presidente nazionale del Pd Matteo Orfini, che appena nominato commissario del partito romano ha promesso una campagna di pulizia lacrime e sangue e poi ha mantenuto di fatto immutata la geografia del potere interno suddiviso fra i vari capi corrente. Un’operazione che ha chiesto, oltre alla testa di Marino, il sacrificio di una bravissima persona, l’ex ministro Fabrizio Barca, che prima ha inviato un’inchiesta interna al Pd della Capitale ma quando si è trattato di mettere in pratica le indicazioni che uscivano da quella inchiesta è stato ignorato e poi accantonato con solerzia.

Questo tipo di operazione, però, alla fine non ha pagato. Mentre andiamo in tipografia con questo numero del giornale ancora non conosciamo i risultati del ballottaggio fra il candidato sindaco Roberto Giachetti del Pd e la candidata del M5S Virginia Raggi. Ma non è difficile immaginare, visto il distacco fra i due, che il Pd abbia perso la corsa al Campidoglio. Da quello che emerge dall’analisi sul voto per il consiglio comunale e nei Municipi che si sia in qualche modo garantita solo la continuità dei componenti dei vari gruppi “forti” del partito è un dato di fatto.

Come è un dato di fatto che Mafia Capitale, per la politica cittadina, sia diventata da emergenza un’opportunità per garantire la continuità delle vari famiglie che hanno governato negli ultimi anni Roma.

La borghesia delle professioni, la sinistra svanita

C’è un altro dato che emerge con chiarezza del voto al primo turno a Roma. La mutazione delle preferenze politiche da parte dei ceti popolari, delle periferie. Lo spostamento delle preferenze al M5S e verso la destra populista e xenofoba della Meloni e Salvini in aree della città storicamente di sinistra, con un’antica tradizione di militanza e impegno civile e in ogni caso vittime dirette di una presenza sempre più invasiva delle organizzazioni criminali, è dovuta a vari fattori. C’è una componente di voto di protesta dopo Mafia Capitale e dopo, soprattutto, il tentativo di scaricare tutta la colpa della disastrosa gestione sia della crisi morale che di quella strutturale sulle spalle di Ignazio Marino, ma c’è soprattutto un vuoto di offerta che, in particolare quando parliamo del voto andato alla Raggi, è un’indicazione netta di un’area enorme della città che non si riconosce nel Pd e anche nella Sinistra di Fassina, Sel, Rifondazione. Una sinistra che, soprattutto per l’incapacità di rinnovarsi sia sul piano della percezione della realtà che soprattutto per un ceto politico inamovibile, è cristallizzato da decenni.

Nessun candidato, ad eccezione di Fassina, ha posto la questione mafie nel suo programma. Anche la Raggi. Tutti hanno puntato su degrado e servizi, su sicurezza intesa come microcriminalità e immigrati, nessuno ha indicato come fattore determinante del crollo che ha subito la Capitale le organizzazioni criminali, la loro capacità di condizionamento e penetrazione. La mafia non c’è. E per quanto riguarda il M5S questo diventa ancora più stridente. Perché anche loro, per paura di incappare nello stritolante gioco al massacro che ha sacrificato chiunque abbia cercato di dare sul serio indicazioni e progetto alla lotta alle mafie a Roma, hanno cavalcato il malcontento e la protesta. Onestà! Ecco il loro slogan. Può bastare?

C’è anche un altro fattore che va analizzato, anche se oggi ho difficoltà a interpretare, ed è nella natura stessa dei candidati delle liste M5S a Roma. Una grossa fetta di queste persone sono figli di un “borghesia delle professioni” storicamente esclusa, come segmento sociale e non tanto come singoli, dalla politica. Vengono in tanti da famiglie di notai, avvocati, medici, commercialisti, architetti e così via. Un segmento sociale abbastanza inedito e che per la prima volta sembra coagularsi in un’unica forza politica. Avrà la capacità di governare Roma? Questa non è una domanda facile alla quale rispondere. Già un passo enorme, per la Raggi e il M5S, sarebbe passare dalle semplificazioni all’analisi dell’intero sistema città dove è radicata la realtà criminale a una maggiore attenzione a quello che rappresenta una presenza mafiosa di queste dimensioni. Perché chiunque governi ha solo due possibilità. Gestire la normale amministrazione e lasciare che gli affari proseguano indisturbati o aggredire il sistema toccando anche la propria area sociale di riferimento. Che, basta leggere gli atti del processo, non è certo immune a fornire le proprie capacità professionali anche alle organizzazioni criminali.

E le mafie? Comodamente sedute sulla poltrona della rimozione, stanno a guardare.

Per saperne di più Grande Raccordo Criminale (di Floriana Bulfon e Pietro Orsatti) e Roma Brucia (di Pietro Orsatti) editi da Imprimatur Editore

Lascia un commento

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...