La valigia dell’autore

un libro un autore

 
C’è un’Italia che viene raccontata solo quando finisce sotto i riflettori della cronaca nera. C’è un’Italia che ragiona, crea, si batte e si fa domande. C’è un’Italia che fa politica, che ride di se e del mondo e poi si rimbocca le maniche. C’è un’Italia dove la parola “sinistra” ha ancora senso, anzi, si trasforma in politica vera sulle cose e sui valori. Un’Italia da raccontare dal basso, dalle finestre sbieche della provincia e della presunta marginalità – perché non rappresentata dai media -, fatta di belle facce e di belle storie, di sorrisi e impegno, di sudore e progetti. Un’Italia che, per frammenti, ho incontrato andando in giro per la penisola con i miei libri.
 
La stessa Italia che nel mio piccolo provai a raccontare insieme ad altri quando scrivevo per Diario. Qualcuno forse se le ricorderà quelle due sezioni di quel giornale: “Il nostro inviato in provincia” e “Tutta la città ne parla”. Sto parlando di quando Diario usciva con l’Unità, quando si sperimentava lo stupore e un modo di scrivere e di pensare le notizie, scuola di penne e di narratori che poi, davanti a una crisi più culturale che di “settore”, hanno scelto di porsi in seconda fila.
 
Quella storia umana e professionale, così importante per la mia formazione, io la rivendico tutta. Perché non basta raccontarsi una storia e godersi qualche istante di estasi narcisistica, non basta rivolgersi a un segmento sempre più ristretto e estraneo alla realtà e a un Paese che evidentemente si avviava a un declino valoriale e culturale profondo. Se non definitivo. Quando ti sei messo in gioco anche se solo nel tuo piccolo, quando hai esposto il tuo corpo e il tuo nome alla narrazione, quando hai scelto di posizionarti nel ruolo di testimone, puoi sempre scegliere di tirare i remi in barca e dedicarti a fare marchette o all’orto, ma sempre quello sei e rimarrai: uno che scrive, che viaggia per curiosità e sete di conoscenza e finisce testimoniare ciò che incontra nel suo viaggio, uno che racconta. A volte decidi di non pagare tutti i prezzi che comporta, ma poi quello che sei presenta il conto e ricominci a girare e a scrivere. “Un viaggio non inizia nel momento in cui partiamo né finisce nel momento in cui raggiungiamo la meta. In realtà comincia molto prima e non finisce mai, dato che il nastro dei ricordi continua a scorrerci dentro anche dopo che ci siamo fermati. È il virus del viaggio, malattia sostanzialmente incurabile”, scriveva
Ryszard Kapuscinski.
 
Quindi mi rassegno, gioiosamente, e rimetto il blocco steno nella borsa accanto ai calzini e ai ricordi e progetto un nuovo viaggio. E in questo ultimo anno e passa in quanti viaggi e incontri e volti e storie ho inciampato andando con la mia valigia di libri (editi da Imprimatur editore che ha creduto nel mio modo di raccontare) a zonzo senza direzione apparente per quest’Italia nascosta, marginalizzata, mai rappresentata. L’Italia che non ha smesso di essere un luogo reale. Da narrare.
(la voglia che tutti questi e viaggi e racconti e ritratti diventino racconti si sta trasformando in progetto)
 

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