Ora il voto a Roma. Che rischia di non cambiare nulla. Rileggendo Roma Brucia

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di Pietro Orsatti

Dopo aver scritto ben due libri sul sistema criminale (mafioso, politico e economico) che si è preso Roma (Grande Raccordo Criminale insieme a Floriana Bulfon e Roma Brucia editi da Imprimatur editore) sono rimasto, sconcertato, a guardare la rimozione sistematica che tutta la classe politica vecchia, nuova e nuovissima (e quindi ci metto anche i cinque stelle nel paniere) ha messo in atto sull’unica vera emergenza che sfregia la Capitale del Belpaese: la mafia. La presenza mafiosa. La penetrazione mafiosa. La sistematica presa del potere mafioso-intimidatorio-corruttivo di Roma.

Scrivevo a ottobre scorso (2015) in Roma Brucia una serie di valutazioni che rilette oggi mi fanno pensare che la rabbia che provavo nel descrivere la città all’epoca – e l’inerzia e la paraculaggine della politica nazionale e romana – fosse ben più che giustificata.

Con tristezza vi ripropongo quello che scrissi ormai quasi un anno fa. Ripensateci domenica prima di andare a votare. Andate a leggervi i programmi elettorali delle principali liste dove scompare (unica eccezione quella di Fassina anche se “lampo”) ogni riferimento alla metastasi criminale che si è presa la Capitale. Pensate al maxi processo in corso all’aula bunker di Rebibbia a Mafia Capitale e che nessuno vi racconta, descrive, spiega. Pensate alla pochezza, alla furbizia, all’inerzia e alla rassegnazione che evidentemente emerge (come ha denunciato la Commissione Antimafai) da parte della classe politica: che bisogna convivere con il sistema di Mafia Capitale!

Buona ri-lettura.

Violenta, estranea, incattivita (…) Città di furbi, complici, vittime e carnefici. Popolata da quasi cinque milioni di fantasmi, ostaggi del sistema di potere che l’ha gestita fino a oggi solo per garantire a qualsiasi costo una governabilità ormai impossibile. Tutti insieme nel girone infernale gestito da una folla di omini de panza. Si alza il sipario sull’ultima e insopportabile messa in scena di una capitale europea che fa finta di stupirsi (madavero?) quando l’osceno ricettacolo di interessi politici, privati e criminali viene sbattuto lì, in prima pagina. Prima niente, mi raccomando. Prima di Buzzi e Carminati e della folla immensa di soci e complici, la mafia a Roma nun c’era, nun c’è mai stata: stamo a scherza’? Nessuno ha voglia di scherzare. Anche perché di contare morti per strada, cantieri fantasma, appalti truccati, servitori dello Stato corrotti, interessi innominabili di uomini degli apparati dello Stato, non ci siamo stancati. Proviamo nausea semmai, stanchezza no.

(…)

Ecco allora il luogo comune che annienta ogni tipo di ragionamento: so’ tutti uguali, tutti ladri. Ma non basta definire e declinare la lista dei ladri, dei corrotti, dei furbi. Perché Roma è in mano alla mafia. Da decenni. Ma quella parola, mafia, sembra impronunciabile. Perfino ora che compare, associata al nome della Capitale, nei titoli dei giornali di mezzo mondo. Apre scenari, quel nome, che il cittadino non riesce ad accettare. Mafia è cosa definitiva che ti pone fuori perfino da una logica che, anche se aberrante, ritiene ormai normale e perfino inevitabile che la vita pubblica del Paese sia gestita dai soliti ladri e furbi di turno. Da Mani pulite alle mazzette per quell’appalto o quell’altro, dagli scambi di favori ai regali, dagli eterni e indistricabili conflitti di interessi, dal favore da chiedere per aver garantito il tuo diritto, dalla “stecca” che dai solo per avere la possibilità di sopravvivere: tutto ormai normale, ci si è fatta l’abitudine. Ma alla mafia no, è istintivamente inaccettabile per la maggioranza, per bene, dei cittadini di questo strambo Paese. Sapere di abitare una città non solo inquinata dalla corruzione ma in mano alle organizzazioni mafiose ti fa sentire parte di un organismo invaso da metastasi. Essere cittadini di una città sottoposta e infiltrata da un potere criminale pone in uno stato talmente alieno da disorientare e negare la propria identità, da rendere facile il gioco, poi, di chi vuole sviare l’attenzione dalla reale dimensione della crisi che si sta vivendo e che si è costruita in anni e anni di sottovalutazione, rimozione e complicità.

(…)

Far finta di cambiare tutto per non cambiare nulla (…) Ci stanno tutti a mette ’na pezza, anche quelli onesti e in buona fede e che mai e poi mai avrebbero voluto avere a che fare con i poteri criminali che da decenni condizionano nell’ombra la vita della Capitale. Ma sempre ’na pezza ci vanno a mettere. A Roma il metterci pezza è un’arte. È prassi. Anzi, una vera e propria cultura. Le buche che devastano le strade della città? Ci si mette ’na pezza. La discarica di Malagrotta per cinquant’anni periodicamente a livello di saturazione prima di metterci mano e malamente? Ci si mette ’na pezza. Il sistema di trasporto pubblico disastrato e indegno di una capitale europea? Ci si mette ’na pezza. La città intera, anche quella all’interno delle Mura Aureliane, degradata, lurida, insicura e in disfacimento? Ci si mette ’na pezza. La rete di distribuzione del gas che – si sta indagando anche su questo anche se lontani dai riflettori dei media – potrebbe non essere mai stata rimodernata e messa in sicurezza? Ci si mette ’na pezza. Interi quadranti della città – non semplicemente quartieri – in mano alla criminalità comune e direttamente alle mafie? Ci si mette ’na pezza. Ecco, questa è stata ed è Roma. Una città moralmente e fisicamente rappezzata. Malamente. Una toppa qua, una rinfrescatina là, e poi fatevene una ragione. “Così vanno le cose, così devono andare”.

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