Qualche pagina da “In morte di don Masino”

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Luciano Liggio

E a lui le polemiche non piacevano proprio. La sua vita era una linea retta, nessun ripensamento, nessuna polemica. Solo gestione diretta e bruta del potere. Lui, don Michele, comandava. Era l’incarnazione, pingue, del potere. Il suo potere che credeva di avere tutto nelle sue mani forti da medico condotto prestato alla direzione di ospedale, ottenuta non tanto per competenza e prestigio quanto grazie a pressioni dei suoi uomini e soci mafiosi e politici. E nessuno poteva mettere in discussione il suo regno. Perché Corleone era solo sua, e non del suo uomo, Luciano Liggio, che dopo che si era messo in piedi la propria azienda di autotrasporti pensava di comandare su tutta la valle dello Jato e poi fino a Palermo, quello strunzu. E si portava dietro tutti quei picciotti suoi, maledetti: Calogero Bagarella, Totò Riina, Bernardo Provenzano. Uomini suoi che Liggio si era preso.
Tornò a concentrarsi sulla guida, sulla strada che attraversava una campagna che invitava a una sosta.
Il giovanotto seduto accanto a lui, Giovanni Russo medico in servizio nel “suo” ospedale, sudava e stava zitto. Il 2 agosto in quelle campagne faceva più caldo che in Tunisia. Ma non era solo il caldo a far star zitto Russo, era il rispetto.
C’era stato un altro giovanotto, dieci anni prima nel 1948, che lui aveva preso sotto la sua ala come stava facendo ora con Russo. Ignazio Aira. Era partito per l’Australia senza nessun motivo apparente, senza avvisare nessuno. Chiuso il suo studio in tutta fretta aveva mandato la lettera di dimissioni all’ospedale ed era partito. E non era più tornato. Nessuno capiva che qualche giorno prima era lui che aveva curato un bambino, figlio di contadini, di nome Giuseppe Letizia. Il bambino era morto dopo solo una notte di degenza, improvvisamente, e Aira dopo pochi giorni già era in viaggio per l’Australia.
Erano gli anni in cui si investivano i soldi fatti con gli americani subito dopo lo sbarco. Terra, immobili, e ancora terra e pozzi. Navarra era diventato il padrone dell’acqua di tutta la zona in pochi mesi. E quel bambino rischiava di mandare a rotoli tutto. Era stato portato in ospedale delirante, raccontava di aver visto in campagna Luciano Liggio e i suoi uomini uccidere Placido Rizzotto, sindacalista e riferimento dei braccianti di Corleone. Pochi giorni prima quel comunista aveva umiliato in piazza Liggio, lo aveva picchiato e poi appeso a una
cancellata. Un’offesa che andava lavata nel sangue. E lui, don Michele, aveva acconsentito. Anche se non si erano ancora placate le accuse e le polemiche per gli attacchi e gli omicidi agli uomini del sindacato e ai comunisti dei mesi precedenti in tutto il palermitano e lo Jato fino a Partinico. Anche se la ferita della strage di Portella della Ginestra sanguinava ancora. Bisognava ammazzare Placido Rizzotto come chiedeva Liggio. E basta.

Poi era sbucato fuori quel bambino. Che nel delirio parlava. E bisognava farlo stare zitto. I carabinieri erano sul piede di guerra. I comunisti pure. La notizia della scomparsa di Rizzotto e del racconto del piccolo Letizia aveva preso tutta la prima pagine de «l’Unità». Era una cosa grossa, difficile da controllare. Il ricovero del piccirillo in ospedale era l’occasione perfetta. Ovviamente non doveva sporcarsi le mani lui direttamente. Un’iniezione e pace all’anima sua. Decesso per tossicosi, venne scritto nel referto medico. E poi un biglietto di sola andata per l’Australia. Perché gli tornava in mente ora, dopo dieci anni, quella storia? Rimorso? Lui neanche l’aveva visto quel bambino. Lui era il dottore, il presidente, il don Michele Navarra, figlio di un proprietario terriero iscritto al “circolo dei nobili”, nipote del capo mafia di Corleone che lo aveva punciuto e fatto mafioso, ex ufficiale, vittima riconosciuta dai liberatori dei fascisti, grande elettore democristiano. Lui era il padrone di Corleone. Lui era Corleone. Che quel bambino gli tornasse in mente
proprio ora mentre Liggio e i suoi cercavano di fottergli gli affari gli faceva venire l’amaro in bocca.
E mentre sputava fuori dal finestrino nell’arsura di quel primo pomeriggio del 2 agosto 1958, dietro una curva fu investito da un muro di fuoco. Sparavano con mitra da guerra, da ogni direzione. Anche dopo che la macchina si era fermata sul ciglio della strada,
crivellata di proiettili, continuarono a sparare. Svuotati i caricatori si avvicinarono lentamente. Controllarono che Navarra e Russo fossero morti e poi spinsero l’auto giù da un scarpata.

 

SCHEDA DEL LIBRO

È comunque fuori discussione, per quanto prima si è detto, che la condotta degli Alleati, prima e dopo l’occupazione, costituì un fattore di primaria importanza per la ripresa nell’Isola dell’attività mafiosa e che il movimento politico separatista, cui si appoggiò inizialmente il governo militare alleato, rappresentò una comoda copertura per le spregiudicate infiltrazioni mafiose e insieme lo strumento di cui inizialmente si servì il ceto dominante per la difesa dei suoi interessi.

Dalla relazione di maggioranza della Commissione parlamentare di inchiesta Antimafia del 1976

 

Un giornalista e la sua ossessione: scoprire che fine ha fatto il tesoro di Stefano Bontate, assassinato il 23 aprile 1981 dai corleonesi di Totò Riina all’inizio della seconda guerra di mafia. Quanti sono i soldi accumulati da Bontate, il Principe di Villagrazia? Svariati miliardi di lire, abbastanza per incidere sull’economia di un’intera nazione, eppure se ne sono perse del tutto le tracce.

Tracce che emergono nella storia italiana dal 1981 a oggi e che si possono comprendere alla luce degli accordi tra mafia americana, governo americano e mafia siciliana alla fine della seconda guerra mondiale.

Inseguendo ostinatamente la sua ossessione, il cronista Francesco Felice viene agganciato da misteriosi personaggi che vogliono aiutarlo a trovare pace. Lo condurranno di fronte a un morto resuscitato, nascosto nel New Jersey perché lui è il Boss dei due mondi, Tommaso Buscetta, che gli racconterà proprio tutta la storia. Basato su documenti storici e atti giudiziari, un romanzo che trova nella libertà della letteratura la possibilità di raccontare la storia se non vera, plausibile, di questa nostra disgraziata Repubblica.

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Pietro Orsatti. Nato a Ferrara nel 1963, è cresciuto e ha trascorso gran parte della sua vita a Roma. Ha lavorato e collaborato con numerose testate giornalistiche fra cui «il manifesto», «Diario», «Liberazione», «Left/Avvenimenti», «Nuova Ecologia», «Terra», Radio Popolare, Rai, Arcoiris, ag. Dire, «Micro Mega», «Antimafia Duemila» e «I Siciliani/giovani». Fra i primi in Italia a puntare sull’informazione aperta sul web e sul giornalismo partecipativo, ha realizzato e diretto più di venti documentari e ha scritto per il teatro e per progetti audiovisivi. Ha pubblicato A schiena dritta (2009), L’Italia cantata dal basso (2011), Segreto di Stato (2012), Grande Raccordo Criminale (con Floriana Bulfon, Imprimatur 2014), Roma brucia (Imprimatur 2015) e alcuni ebook (Roma, L’Era Alemanna, Il Lampo verde, Utopia Brasil).

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IN MORTE DI DON MASINO
di Pietro Orsatti
Isbn 978 88 6830 374 7 | 17,00 €

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