Da domani finito il circo torno a parlare di Roma e sono cazzi vostri

13225261_10207565768916989_408179531_oC’è Palermo, ora, nei miei occhi. Il circo dell’ipocrisia, il rituale che ogni anno si ripete non per dare continuità alla memoria, ma per dare sfogo ai sensi di colpa di una Nazione che non è mai diventata Stato. Ora passo la mano sulla fronte, scendo fino le palpebre. La pelle che sembra una superficie estranea al mio corpo. Segni.

La stanchezza e quelle tracce di dolore e di sconforto che ho letto nello sguardo di Lorenzo, le stesse che mi ritrovo la mattina guardandomi nello specchio. Magari fossero gli anni che passano, pietosi. Sono l’oggi così duro come è stato ieri. Sono la somma – non rughe ma cicatrici – di questa stanchezza che piega le spalle e di tutte le parole che abbiamo scritto, dei chilometri percorsi, delle scarpe sfondate, dei letti estranei che hanno accolto il nostro sonno, della vita che non abbiamo vissuto per raccontare la vita di altri. Sono le paure di Aaron che ha appena iniziato e che già ha capito dove, contro quale muro, si infrange la vita e il mestiere. Sono i figli di Vincenzo e le sue paure di non riuscire a essere quel padre che vorrebbe essere e che, anche non lo sa, è. Sono le parole, gelide, di Sebastiano mentre ridà valore alla morte di suo fratello Nino e ne fa simbolo perché una morte così assurda ed evitabile non si ripeta. Sono la paura di non riuscire a trovare l’ultima parola, l’ultimo appunto, l’ultima carta per dare senso a una storia che Simona testardamente cerca di non far scivolare nell’oblio. Sono le corse a caccia di una notizia, senza perdere l’arte dell’indignazione, di un cronista di razza come Nello (che continua ad essere precario perché uno che fa il giornalista sul serio in redazione non lo vuole nessuno). Sono la determinazione di Sabrina e di Luana che nella provincia apparentemente indenne e felice hanno scoperchiato il sistema osceno del potere. Sono l’aggressività di Floriana ogni volta che affronta una storia che non riesce a rimuovere la forza dell’indignazione. Sono la passione per tornare a fare radio di Fabio che da una vita cerca di dare senso e valore alla parola lavoro. La cocciutaggine di Alessandro che si ostina a fare un giornale anche se sa perfettamente che non riuscirà mai a pagarci neanche la cena. Sono il passo incerto di Salvo e la sua determinazione a testimoniare e smascherare il volto più osceno del potere, quello della dissimulazione. Ogni segno è una storia, un nome, un tempo e un luogo. E il presente, così irreale da sembrare estraneo a noi, si trasforma in queste ombre che ci attraversano lo sguardo.

Per oggi va bene così, anche se non ce lo potremmo permettere. Da domani si ricomincia a fare il mestiere scomodo dei narratori e dei testimoni. C’è abbastanza spazio sulla nostra pelle per accogliere altre cicatrici. Intanto riposiamo un giorno, lasciamo il campo a chi da una vita bracchiamo. Da domani si ricomincia.

Da domani, per quanto mi riguarda, tornerò a parlare di Roma, del potere e della dissimulazione, della rimozione e della disarmante pochezza di una classe dirigente – vecchia e nuova – fra le più miserabili del Paese. Da domani, e sono cazzi vostri. Tanto così, per dire. Che tanto a noi non ci prende sul serio nessuno. Pennivendoli, in vendita, servi, ipocriti, arrivisti, marchettari, in malafede. Buoni da querelare, insultare, sputtanare, licenziare, marginalizzare, isolare, minacciare, intimidire… uccidere no, che oggi è fuori moda.

Lascia un commento

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...