La minaccia, violenta, a Roma. Intimidire ai tempi di Mafia Capitale

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Il 2015 si conclude a Roma in un clima di guerra. Minacciata e negata. Il duo non comico Tronca-Gabrielli, che la governa per conto del premier Matteo Renzi e del ministro Angelino Alfano, sta dimostrando come al peggio non ci sia mai fine. La città è allo sbando, militarizzata, incupita e ormai rassegnata a un esercizio del potere fuori dal controllo democratico. Vecchie facce ricompaiono nelle nomine di Tronca a posti chiave nella gestione della Capitale, Gabrielli è impegnato ormai a garantirsi il posto di prossimo capo della Polizia e Roma gli serve solo come palcoscenico per la sua campagna di auto promozione. Intanto la città attende. Minacciata dagli stessi poteri e perfino dalle stesse persone che per anni hanno fatto quello che volevano della Capitale del Belpaese.

Il 21 dicembre il quotidiano Il Fatto ha pubblicato un’intervista a Maurizio Abbatino. Quello che rischia oggi l’ex esponente della Banda della Magliana a causa della fine del programma di protezione scattato dopo la sua decisione di collaborare all’inizio degli anni Novanta con la giustizia lo abbiamo già scritto. Quello che descrive Abbatino è uno scenario impressionante, che conferma quello che scrivevamo da anni. Carminati è l’erede della Banda, e Mafia Capitale è la nuova faccia di quell’organizzazione criminale (e mafiosa) che ha insanguinato per decenni Roma. Con chiarezza l’ormai ex collaboratore spiega come tutti sapessero da anni che Massimo Carminati stesse scalando il potere a Roma, come la Banda si fosse riorganizzata (inserendo anche molti nuovi elementi) sotto il suo comando e che il cecato fosse l’erede del gruppo che negli anni ’70 si prese Roma. Ma non solo. Abbatino, infatti, prevede pene miti per gli imputati al processo e soprattutto fa intendere che ci siano ancora figure di spicco in libertà ancora non individuate dagli inquirenti a garantire gli interessi di Carminati e del gruppo criminale. Una storia che si ripete a decenni di distanza, con le maxi operazioni e gli arresti che poi si arenavano in processi e assoluzioni o pene ridotte all’osso. E poi parla della P2 e dei servizi (che saggiamente non chiama mai “deviati”) che continuerebbero a essere parte di un gioco molto pericoloso.

Se l’autore dell’articolo si fosse soffermato meno a cercare suggestioni letterarie (o meglio televisive) forse si sarebbe data maggiore evidenza a quello che Abbatino è riuscito comunque ad accennare nello spazio rimasto. Un’altra piccola occasione mancata da parte della stampa (anche di quella buona come quella de Il Fatto) che non riesce ad astenersi a fare l’occhiolino alla narrazione televisiva anche se questo va a scapito dell’informazione.

Altra notizia è di questa mattina (29 gennaio) e compare su Repubblica. Si apprende infatti come gli interpreti della lingua sinti (derivata direttamente dalla lingua rom), chiamati dai pm e dai giudici a tradurre il contenuto di intercettazioni di uomini appartenenti a clan della Capitale come i Casamonica e gli Spada, si rifiutino di farlo per paura di ritorsioni. Preferiscono rischiare una denuncia per intralcio alla giustizia che la pelle. La questione sarebbe perfino stata portata in sede di Ministero della Giustizia dal presidente del collegio che sta processando alcuni appartenenti degli Spada a Ostia. Basterebbe poco per riuscire a disarmare l’arma dell’intimidazione grazie a un accorgimento tecnico: non costringere il perito interprete a presentarsi in aula davanti agli imputati per confermare il proprio lavoro e quindi garantendone la sicurezza attraverso un ampliamento delle garanzie previste dal programma di protezione per i collaboratori di giustizia.

Ecco, basterebbero (ma non basteranno) questi due frammenti per dimostrare come stia andando in scena attorno a Mafia Capitale un copione antico. E solo parzialmente capito e risolto. E quale sia il clima che aleggia frammisto allo smog sulla Città Eterna in attesa del nuovo anno.

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