Infame e bersaglio. Abbatino scaricato dallo Stato

di Pietro Orsatti *

pubblicato su Antimafia Duemila

“L’infame” a Roma è quello che “fa la spia” alle “guardie”. L’infame per eccellenza, per l’arcipelago che va dalla vecchia e nuova Banda della Magliana agli ambienti dell’eversione nera che con la Banda si allearono fino a diventare in alcuni casi coincidenti, si chiama Maurizio Abbatino. L’uomo che con le sue dichiarazioni scoperchiò il verminaio che si era preso Roma e dalle quali partì l’operazione Colosseo nei primi anni ’90. Nato nel quartiere della Magliana vecchia già nel ’72 si fa “bere” per furto, esce e lo arrestano con l’accusa di duplice omicidio – dalla quale venne assolto per insufficienza di prove – e poi il salto dopo l’incontro Franco Giuseppucci e la nascita della Banda, l’idea di riunire le “batterie” in un’unica holding criminale. L’infame è stato socio fondatore della Banda della Magliana e poi con le sue dichiarazioni l’ha smontata. Più di un tradimento per chi quel sistema criminale l’ha creato, vissuto e poi è finito in carcere grazie alle sue parole.

Dopo il suo arresto a Caracas in Venezuela nel 1991 e l’inizio della sua collaborazione con la giustizia è scattato il programma di protezione. Località protetta, un’identità segreta e coperta e uno stipendio (che è tutt’altro di quello da nababbi che i detrattori del “pentitismo” continuano a sventolare) per sopravvivere. Non una bella vita. Certo, non il “gabbio”, anche se in carcere c’è stato, ma neanche un premio. Abbatino non è una brava persona, ha ucciso, rapinato, rapito (lui è uno dei protagonisti del rapimento Grazzioli Lante della Rovere atto di nascita della Banda) estorto, trafficato, spacciato, ricattato. Però poi si è pentito e ha collaborato, ha pagato un prezzo per la sua storia e ha contributo a fare luce sugli anni più bui della Capitale. Ha fatto un contratto con la giustizia e lo Stato e lo ha sempre onorato.

(…)

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