Roma. La strategia della tensione mediatica per rimuovere Mafia Capitale

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Un pensionato di Spinaceto, quartiere popolare della periferia romana, acquista una macchina fotografica con i suoi risparmi. Una passione alla quale ora finalmente può dedicarsi. Esce in strada con la sua digitale nuova di zecca e inizia a scattare istantanee del luogo dove vive (che non è granché ma c’è di molto peggio). Prova la sua macchina nuova, sereno. Sereno? Una signora da un balcone lo osserva, sospettosa. E il sospetto diventa ansia e terrore. Telefona alla polizia allarmatissima: “c’è un terrorista che sta facendo fotografie degli obiettivi da colpire”. Il pensionato-terrorista ignaro continua a inquadrare e scattare, contento come una pasqua. La signora sbircia dalle persiane in attesa dell’intervento delle forze speciali. La cosa rasenta l’incredibile quando le forze dell’ordine si precipitano per neutralizzare la terribile minaccia. Grazie al cielo al pensionato non ha avuto un malore, un coccolone che poteva trasformare una farsa in tragedia. Tutto questo una domenica mattina a Spinaceto, famoso obiettivo sensibile paragonabile solo a Piazza S. Pietro e al Quirinale.

La città si è riempita di loschi figuri che furtivi ordiscono stragi. Neanche l’Is sapeva di avere così tanti martiri da far immolare per la causa. C’è un esercito di criminali proprietari di zainetti che parlano sottovoce a un vicino di posto sulla metropolitana, confabulano e complottano. Ci sono perfino orridi sterminatori che usano il cellulare per incitare alla lotta contro gli infedeli crociati fingendo di parlare con la fidanzata. E non parliamo poi dei demoniaci portatori di trolley. Chissà cosa portano dentro quelle valige a rotelle? Una bomba sporca? Un carico di Sarin? E ogni cittadino per bene si senta in dovere di auto nominarsi piccola vedetta della suburra. Volontari della delazione paranoica, del procurato allarme, dell’incapacità congenita delle persone per bene di farsi i cazzi propri.

Ma ci fosse una persona una che si allarmi di quegli uomini in divisa, con tanto di armi da guerra in pugno, che trovi in mezzo alla folla dell’ora di punta dentro la metropolitana. Una spinta, una persona che corre trafelata per non perdere un treno, qualcuno che inciampi. Basta un niente che scoppi la tragedia. Una disgrazia. Una roba evitabile che nessuno sembra intenzionato ad evitare. Uomini addestrati alla guerra, a sparare, a  mostrare muscoli e certo a non fare indagini, prevenire attentati, ad arrestare senza spargimenti di sangue qualche malintenzionato. No, quelli vanno bene. Perché l’ansia (non l’attenzione) va tenuta alta. Mandando in tilt una città di cinque milioni di abitanti. Terrorizzandola. Altro segno del potere fuori dal controllo  democratico dopo i prefetti e i commissari e la sospensione della volontà popolare.

Una città che con la paura degli uomini del califfato che stanno calando famelici sul Giubileo -voluto da un gesuita talmente tanto gesuita da aver fregato il nome ai francescani – ha dimenticato tutto il resto. La corruzione, i cantieri aperti e mai conclusi, il degrado, la monnezza, il malaffare, gli affari “zozzi” dei palazzinari che si sono mangiati Roma, dei mafiosi che comandano su tutti che i rapporti si sono invertiti e sono loro a dare ordini alla politica e all’economia e non viceversa come era sempre stato. Ci si scorda del processo a Mafia Capitale, perfino degli ultimi entrati nelle inchieste che hanno iniziato a sfiorare la Regione. Si dimentica che non c’è un sindaco, non c’è la politica, ma un prefetto che ha fatto gran parte della sua carriera nei servizi segreti e un commissario prefettizio che si sta facendo le ossa litigando con gli ambulanti che “se so pjiati i mejo posti” nel  bando scamuffo sulle assegnazioni per le bancarelle di piazza Navona. Quegli ambulanti, i Tredicine, finiti dentro all’affare di Mafia Capitale. E che nessuno, neanche i prode Tronca, è riuscito e riuscirà a scalzare.

Tutto sparito. Ora c’è il terrore. Un terrore mediato, non nostro, trasmesso e amplificato dalla politica che depista, commissaria per prendere tempo, si incarta in proclami celoduristi e si prepara a consolidare gli appigli a cui si è aggrappata per sopravvivere alla tempesta. E dietro, pecoroni, i mezzi di informazione ad alimentare ansia e terrore e così paghi dei propri titoli strillati di scordarsi dal fare il proprio lavoro: informare.

In questo caos di vigilia di entrata in guerra il ministro Angelino Alfano ha pubblicato un libro per Mondadori. Sul pericolo dell’Is, ovviamente. Lo si trova nei banchi “novità” in tutte le librerie. Quale prezioso regalo di Natale ci ha fatto il nostro simpatico ministro. Che proprio a poche ore dall’uscito del suo memorabile saggio abbiamo appreso essere stato minacciato dai corleonesi. Si, i corleonesi, quelli di Corleone, i fedelissimi di Totò Riina. Proprio quelli lì. Roba da far tremare i polsi a chiunque. Ma non a lui, il prode ministro. Che tira avanti e per rassicurare il popolo nei confronti del terrorismo lancia il suo messaggio alla Nazione: non c’è pericolo, ma non si sa mai.

Non si sa mai.

Se questo è il prologo del Giubileo ritiro tutto quello che di buono ho pensato di papa Francesco in passato.

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