Le menzogne di Alfano e la prova che Roma andava sciolta per mafia

2 giugno: Renzi, viva la Repubblica

Pubblicato su Antimafia Duemila

Pensavamo che il limite fosse stato raggiunto dall’ultimo governo Berlusconi che nonostante l’evidenza di una relazione prefettizia devastante non sciolse il comune di Fondi (in provincia di Latina) in mano a camorra, casalesi e ‘ndrangheta e non solo segretò la relazione del prefetto Frattasi ma lo trasferì il più lontano possibile, a Venezia. Impnendogli il silenzio. Poi arrivò il ministro Alfano e il “suo” prefetto Gabrielli (perché un prefetto non è altro che il rappresentante sul territorio del ministro e del governo e solo a questi risponde e non certo ai cittadini di Roma) e il fattaccio si è ripetuto. Con l’aggravante che mentre a Fondi si parlava di un comune di poche migliaia di abitanti, Alfano ha realizzato l’impensabile su una città con quasi 5 milioni di cittadini e soprattutto Capitale d’Italia.

Se non ci fosse stata la richiesta di acquisizione da parte della procura di Roma nell’ambito del processo Mafia Capitale, e conseguente deposito e desecretazione, dei contenuti della relazione di accesso prefettizia sulle infiltrazioni della criminalità nella macchina comunale di Roma non avremmo saputo nulla. Avremmo potuto ipotizzare, in qualche caso perfino ricevere (è successo anche questo negli ultimi mesi) qualche paginetta che sputtanasse questo o quell’altro esponente politico. E invece ora li conosciamo. E possiamo trarre due conclusioni. La prima che il ministro dell’interno Angelino Alfano il 27 di agosto di quest’anno affermando che non vi erano a Roma «i presupposti per lo scioglimento per mafia» ha mentito non solo alla stampa convocata a Palazzo Chigi – tanto ci siamo abituati con i politici italiani – ma a tutti i cittadini italiani e soprattutto alle vittime dell’osceno sistema di potere di Mafia Capitale. Il governo, per voce di Alfano, ha mentito ai romani. La seconda conclusione che la legge è stata adattata alla necessità politica dell’esecutivo e in particolare del premier Matteo Renzi dal rappresentante del governo a Roma: il prefetto. Due fatti, questi, aggravati da un tentativo goffo e strumentale di mantenere il segreto sulla relazione. E sulle sue inevitabili conclusioni: Roma andava sciolta per mafia. Non solo il X municipio, ma Roma Capitale!

Se avesse un minimo di amor proprio Angelino Alfano oggi si dovrebbe dimettere. Come si dovrebbe dimettere il prefetto Gabrielli che ha confezionato per il suo ministro il modo di evitare lo scioglimento per mafia e consentire alla maggioranza di governo (e in particolare il Pd del premier segretario Matteo Renzi) di arrivare alle elezioni senza l’onta dell’etichetta “mafia” sulle ragioni del commissariamento.

Una relazione raggelante, quella dei prefetti, nelle sue conclusioni. La mafia, il sistema corruttivo che consentiva alle organizzazioni mafiose prima fra tutte Mafia Capitale di accedere alla cosa pubblica, era andata ben oltre alla semplice infiltrazione. Questo era stato soprattutto vero nei cinque anni di amministrazione Alemanno, ma corrispondeva pur con modalità meno sfacciate anche nei pochi anni di amministrazione Marino.

Marino che rimpastava la sua giunta, cambiava competenze ai vari assessori, rimpastava ancora. In due anni e mezzo è inimmaginabile la “liquidità” dell’amministrazione che dimostra da un lato un tentativo di procedere a tentoni, per tentativi, e dall’altro l’isolamento del sindaco e del suo progetto, se – a questo punto è necessario dirlo – ne aveva uno.

Marino che non capiva che anche chi lo circondava era coinvolto. Marino che difendeva il suo assessore Ozzimo perfino davanti alla commissione parlamentare Antimafia, Marino che Carminati, Buzzi e i suoi si stavano letteralmente sbranando senza che, il sindaco extraterrestre, se ne accorgesse. «La mancanza di percezione del contagio mafioso non ha risparmiato neanche l’azione del sindaco Ignazio Marino, che non sempre è riuscito ad opporsi al condizionamento del sodalizio», sostengono infatti commissari. Tanto che sentite cosa dice l’ex sindaco all’Antimafia su Ozzimo: «Tutte le azioni che ho potuto valutare erano non solo legali, ma all’insegna della più severa legalità»! Poi ti domandi come sia arrivato alla fine a posare la testa sul ceppo degli scontrini e porgere il collo alla ferocia di Renzi. E i commissari spiegano: «Il sindaco pare dimenticare che il reato di corruzione per cui è indagato Ozzimo era stato commesso al fine di favorire Buzzi. Marino dimostra di avere commesso l’errore di sottovalutare la corruzione e non identificarla per quello che è: veicolo di contagio mafioso». Ed ecco spiegate quelle parole di Salvatore Buzzi – intercettato – su Marino: «Se resta sindaco altri tre anni e mezzo col mio amico capogruppo (Coratti, ndr) ce mangiamo Roma».

Dopo l’accesso pubblico di questa relazione spero che l’ex sindaco non pensi di ricandidarsi alle prossime elezioni. E lo affermo nonostante che nel 2013 abbia preso posizione pubblicamente sostenendo la bontà della sua candidatura e che in questi mesi abbi dichiarato più volte di credere nella sua estraneità dalla presa di potere criminale di Roma. Non basta essere estraneo al malaffare se si intende governare una città (senza dimenticare, poi, che parliamo della Capitale). Si può peccare anche di presunzione e di incapacità. Presunzione di essere l’unica soluzione per Roma e incapacità di governare e di capire sono peccati gravissimi, che hanno consentito la continuità della presa di Roma a Mafia Capitale.

Lo scenario che gli ispettori disegnano è desolante. Non vi è ufficio che in qualche modo non sia attraversato da fenomeni corruttivi. Il comune trasformato in una sorta di sportello per le organizzazioni criminali, e i politici che anche quando vengono corrotti non riescono a governare gli uffici amministrativi perché la corruzione non attraversa solo in modo orrizzantale la macchina amministrativa, ma anche verticalmente. «L’asservimento delle funzioni pubbliche travolge la libera formazione della volontà degli organi deliberativi piegandoli agli interessi del sodalizio – scrivono gli ispettori guidati dal prefetto Marilisa Magni – in virtù di una trama corruttiva cui hanno aderito membri dell’assemblea e della giunta capitolina». E lo scenario che disegnano «è quello di un’amministrazione inquinata, i cui gli atti gestionali presentano gravi deviazioni rispetto al canone normativo, dando vita a un’azione caratterizzata da profonda mala gestio e in continua violazione delle procedure di legge con aggravio di costi e inefficienze» dove l’inquinamento dell’amministrazione comunale ha «generato una conventio ad excludendum volta a impedire ogni possibilità di libera partecipazione alle gare pubbliche da parte di imprese che non intendono conformarsi al sistema di “regole” imposte dall’organizzazione criminale».

Non c’è praticamente appalto, gara, affido privato (le eccezioni sono davvero poche e brillano in un oceano di fango) che non veda l’interessamento e una sorta di “accesso agevolato” delle organizzazioni crimnali e in particolare del gruppo Carminati-Buzzi. In n piena continuità se non sul piano politico certamente su quello amministrativo con la giunta precedente, quella guidata da Gianni Alemanno.

Ed è per queste ragioni, documentate in più di 800 pagine che potete scaricare qui che gli ispettori ritenevano indispensabile lo scioglimento di Roma (e non del solo X municipio) in rispetto dell’articolo 143 del Testo unico degli enti locali.

Che non si sia voluto applicare quell’articolo, mentendo agli italiani e poi cercando di nascondere questo incredibile documento, rimarrà una delle pagine più buie di Roma e di questo Paese.

Scriveva Luigi Einaudi, secondo presidente della Repubblica, nel 1944: «Democrazia e prefetto ripugnano profondamente l’una all’altro. Né in Italia, né in Francia, né in Spagna, né in Prussia si ebbe mai e non si avrà mai democrazia, finché esisterà il tipo di governo accentrato, del quale è simbolo il prefetto […]. Finché esisterà in Italia il prefetto, la deliberazione e l’attuazione non spetteranno al consiglio municipale ed al sindaco, al consiglio provinciale ed al presidente; ma sempre e soltanto al governo centrale, a Roma; o, per parlar più concretamente, al ministro dell’interno. Costui è il vero padrone della vita amministrativa e politica dell’intero Stato […] Se qualcuno ha il potere di dare a lui ordini o di annullare il suo operato, l’eletto non è responsabile e non impara ad amministrare. Impara ad ubbidire, intrigare, a raccomandare, a cercare appoggi. Dove non esiste il governo di se stessi e delle cose proprie, in che consiste la democrazia? […] Chi governa localmente di fatto non è né il sindaco né il consiglio comunale o provinciale; ma il segretario municipale o provinciale. Non a caso egli è stato oramai attruppato tra i funzionari statali. Parve un sopruso della dittatura ed era la logica necessaria deduzione del sistema centralistico».

Una descrizione perfettamente adattabile a quello che è appena successo a Roma.

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