Le ragioni per scrivere. Partendo da Pasolini

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Il quarantesimo anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini. Quarant’anni. Riguardo quella vecchia fotografia di un uomo adulto che gioca a pallone in un campetto di periferia. In giacca e cravatta. Immondizia e palazzoni. La Roma che era e che è. Nonostante l’ostentazione di una modernità che non ha mai raggiunto l’anima più  intima e profonda di questa città. Di Mamma Roma. Quella città me la ricordo bene, non solo per una memoria letteraria ma per averla vissuta ieri e oggi.

Un gesto semplice prendere a calci un pallone. Ma anche rivoluzionario. Perché rifiuto, intimo e mai ostentato, di quel sistema che voleva l’Italia spaventata e che oggi la pretende rassegnata.

Ogni volta che mi sono ritrovato a scrivere di Roma inevitabilmente mi sono trovato a fare i conti con lui, con quello che ha scritto, dichiarato, testimoniato. Torna Pasolini, in relazione a questa città, all’Italia e agli italiani. E al potere. O meglio, sulla forma che assume il potere in questo Paese. Che non ha mai fatto i conti con il proprio passato e continua a non vedere futuro. Pasolini era lì a suggerirmi una chiave di lettura quando fra il 2011 e 2012 scrissi quel lungo reportage sulla Capitale travolta dalla crisi economica che poi si chiamò “Roma”, in parte pubblicato da Rassegna.it e poi integralmente in “Roma”, un ebook pubblicato da Errant Edition. Nei volti, nelle voci, nei racconti, nei paradossi e nella brutalità della violenza e della miseria che stava divorando la città. Pasolini usciva poi da ogni pagina de “L’Era Alemanna” nel 2013, altro ebook pubblicato da I Siciliani-giovani, mentre sbeffeggiavo e descrivevo la grande oscena abbuffata dei cinque anni di amministrazione di Gianni Alemanno e del più famelico gruppo di potere che avesse messo le mani sulla città in questi ultimi quarant’anni.

Perfino quando mi sono messo ad analizzare i sistemi criminali e mafiosi che hanno dominato e dominano la Capitale – che ne dica la politica e perfino la magistratura – il mio riferimento letterario non è stato certo Romanzo Criminale e la descrizione di un’epopea, quella della Banda della Magliana, che attraverso il racconto letterario inevitabilmente spingeva il lettore a una sorta di empatia verso i protagonisti di quella nauseante vicenda. Una storia che a distanza di decenni devasta e condiziona tutt’ora la città. Era Pasolini ad avermi consegnato, con quello che aveva scritto e con la sua vita, una bussola preziosa. Una bussola che mi ha aiutato a orientarmi nella scrittura di “Grande Raccordo Criminale” realizzato insieme a Floriana Bulfon e pubblicato nel 2014 per Imprimatur editore e poi, oggi, con “Roma Brucia” sempre per Imprimatur.

Con il primo libro anticipavamo di un anno (il testo fu consegnato alla casa editrice a dicembre 2013) quello che in parte è emerso dall’inchiesta giudiziaria su Mafia Capitale, il ruolo di Carminati, il controllo criminale della città. Con il secondo libro, “Roma Brucia”, ho sentito il bisogno di raccontare questo anno franato sulle nostre teste, la città, i sistemi di potere criminale che si stanno già rigenerando assorbendo il colpo degli arresti e dell’emersione dell’organizzazione di brokeraggio che il 5 novembre prossimo andrà in scena – a processo – nell’aula Bunker di Rebibbia. E mentre scrivevo già iniziavano a contarsi i morti a terra del riassesto dei poteri criminali nella città. Raccontavo, declinavo il sistema criminale – politico-economico-mafiso – e accanto alla tastiera c’erano i libri di Pasolini. Una mappa dell’umanità che cercavo di descrivere e una chiave per interpretare i possibili scenari futuri. E per percepire il vuoto di questa città che non reagisce, subisce nel mugugno, attende il crollo, si chiude in se stessa.

Oggi è ancora importante – se non vitale – scrivere, testimoniare, dare strumenti a chi abbia almeno la curiosità di leggere, di informarsi, di andare oltre allo stillicidio della cronaca fatta di veline e finti scoop se non proprio di campagne di disinformazione messe in piede ad arte. Svaniti i paletti ideologici, frantumati i limiti della decenza, stravolti i simboli della nostra cultura e della società, ritrovare grazie al rigore di non essere rigorosi – che possiamo trovare in una figura eretica e critica come quella di Pier Paolo Pasolini – non è solo un esercizio di stile o di ricerca letteraria, è una necessità politica. Di quella politica che sembriamo aver dimenticato, rimosso, accantonato in un cassetto polveroso della memoria. La scrittura come impegno civile. Atto politico estremo come è estrema l’esposizione di chi scrive.

«Ho sempre pensato, come qualsiasi persona normale, che dietro a chi scrive ci debba essere necessità di scrivere, libertà, autenticità, rischio. Pensare che ci debba essere qualcosa di sociale e di ufficiale che “fissi” l’autorevolezza di qualcuno è un pensiero, appunto aberrante, dovuto evidentemente alla deformazione di chi non sappia più concepire verità al di fuori dell’autorità», scriveva Pier Paolo Pasolini. E scriveva ancora il 14 novembre del 1974: «Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia. All’intellettuale (profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana) si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici. Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al “tradimento dei chierici” è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere». Un segno, una direzione, un modo.

Ci manca Pier Paolo Pasolini. Immensamente.

Pochi mesi prima che morisse, il grande scrittore e giornalista polacco Ryszard Kapuscinski di passaggio a Roma mi rilasciò un’intervista. Parlammo di arte, poesia, letteratura e del mestiere del giornalismo. Un brano di quella lunga intervista mi piace, oggi, ricordare: «Viviamo nell’epoca delle sfumature, dei confini indistinti fra diversi generi letterari e sempre più spesso ci imbattiamo in libri che è difficile definire, e tante pagine sono intrise di poesia. E anche la poesia approfitta, utilizza, l’esperienza di un reporter. Leggiamo poesia per molti motivi, per me è un grande tesoro, è la massima espressione del linguaggio e finché vivrà la poesia vivrà la lingua in cui è stata scritta, e quando sarà morta la poesia sarà morta anche la letteratura, quando sarà morta la letteratura morirà anche la cultura. Ed è per questo che è così importante che la letteratura esista e si continui a leggerla. Scrivere è sempre un mistero, un mistero che non si è mai capaci di definire, perché non sappiamo mai come nasce, come si forma, un’immagine letteraria. Sappiamo soltanto che quando compare una certa immagine compare contemporaneamente un sentimento, una certa emozione. Ma da dove venga e come si sia cristallizzata una determinata immagine non sappiamo definirlo: noi siamo capaci di indicare quel momento, non sappiamo indicare la fonte». E Kapuscinski concluse, da giornalista diventato nel tempo scrittore e poeta: «Spesso la vita di un reporter è molto difficile – racconta Kapuscinski – Tutti i reporter, non soltanto io, dobbiamo scegliere in ogni momento della vita se essere testimoni o partecipi, e non esiste una via di uscita ideale da questa strettoia. Spesso tutto viene compromesso dal lavoro che si fa. Per fare un esempio un fotoreporter si trova molto spesso davanti a situazioni drammatiche. Per fare un buono scatto, per informare, per documentare, bisogna fare delle scelte. C’è un’immagine che ha fatto il giro di tutti i giornali del mondo. L’ha scatta un mio amico in Africa in Sudan. S è trovato davanti a un bambino che stava agonizzando, morendo di fame, sdraiato a terra, e alcuni avvoltoi pensandolo già morto lo stavano beccando. Lui si è trovato davanti due scelte: intervenire e allontanare gli avvoltoi e tardare di qualche minuto la fine del bambino o fare quello scatto. Non esiste un buona via di uscita da una situazione del genere».

Non esiste una via d’uscita quando si scrive. Se non scrivere.

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