Roma. La rivoluzione può attendere. La rimozione no

carta-della-cittacc80-pubblica-copertina-presentazioneQuando quella mattina di dicembre dello scorso anno sono stato svegliato a un’ora improponibile da una telefonata – “Se so’ bevuti Carminati” – non ho dovuto aspettare il caffè per rendermi conto che stava avvenendo qualcosa che poteva cambiare radicalmente il volto di Roma. Mentre le agenzie battevano la lista degli arrestati e indagati pensai: “questa è una rivoluzione”.

Un anno esatto prima stavo chiudendo le bozze di un libro che sul sistema mafioso e corruttivo che stava stritolando Roma (Grande Raccordo Criminale firmato insieme a Floriana Bulfon per Imprimatur editore) e la centralità di Carminati l’avevamo individuata con largo anticipo. Ovviamente, come sempre accade quando non hai grandi  gruppi editoriali alle spalle e sponsor politici non ci avevano filato molto, comunque nel giro degli addetti ai lavori il libro era stato accolto bene. Ma un anno dopo la sorpresa di avere una conferma a quello che avevamo scritto fu fortissima. Quando poi poche ore dopo riuscì a leggere il testo dell’ordinanza Mondo di Mezzo mi sembrò di essere tornato indietro nel tempo quando faticosamente mettevamo insieme i pezzi del puzzle che poi si trasferì nel libro.

Era un inizio di una rivoluzione, come pensai allora, o un colpo a salve? Dieci mesi dopo la sensazione che la rivoluzione sia stata in qualche modo rimandata è diventata davvero forte. Potrò sbagliarmi, comunque di poco, ma sul piano politico e di risposta della città credo che non assisteremo a nessuna rivoluzione. Neanche dopo la campagna politica e mediatica che ha stritolato negli ultimi mesi il sindaco Ignazio Marino. Quello a cui stiamo assistendo oggi sembra una sofisticata operazione di rimozione. E a condurre il gioco non è il sistema di potere romano, ma direttamente l’esecutivo nazionale.

Personalmente ritengo che Marino abbia fatto un errore di dimensioni epocali a non dimettersi a dicembre 2015. Aveva tutte le possibilità, attraverso le sue dimissioni, di fare piazza pulita dei gruppi di potere interni al Pd – che lo aveva subito come candidato -, e di rilanciare un progetto di un tavolo largo delle forze e delle persone estranee al sistema del Mondo di Sopra grazie a nuove elezioni. Questa, penso, sia la sua più gravcolpa. Non aver colto l’occasione di fare chiarezza sulla politica romana, lanciato un allarme a livello nazionale che nessuno avrebbe poi tentato di sminuire o rimuovere poi,

“Far finta di cambiare tutto per non cambiare nulla. Aspettando che passi la bufera. E intanto usare il comodo parafulmine del sindaco extraterrestre” ho scritto in Roma Brucia (il secondo libro che dedico a Roma sempre per Imprimatur editore e che sarà in libreria a fine mese). “Roma non è derubricabile a emergenza locale – proseguo – È la Capitale. Roma è un’emergenza nazionale. Che va affrontata mettendo in campo tutte le risorse umane, strategiche, economiche e culturali che questo Paese possa esprimere. È uno sforzo indispensabile che il Paese tutto, non solo i romani ma in primis loro, deve fare se vuole uscire fuori dalle sabbie mobili in cui rischiamo tutti di sprofondare. A partire anche da quel mondo dell’informazione che per decenni, se non in pochi preziosi casi, ha evitato di andare oltre alla semplice freddissima cronaca giudiziaria e scandalistica e di anticipare invece i fatti, sforzandosi di descrivere nel suo insieme la realtà, esponendosi nell’esprimere opinioni attraverso l’analisi di scenari”. Ci vorrebbe uno sforzo collettivo inedito per mettere mano a un sistema così profondamente infettato dal potere criminale. Invece ci si continua a muovere a tentoni, garantendo alla fine della giostra l’esistente. Perché vanno preservati tutti gli interessi pregressi: politici, imprenditoriali, finanziari e criminali. Con proclami, pianti, battute di spirito e azioni affrettate e spesso contraddittorie.

Ieri Matteo Orfini ha scritto, fra le tante cose: ” Quando lo ha fatto non sempre ha avuto il Pd al suo fianco. Anzi. Spesso lo ha avuto contro e fa bene a ricordarlo. Ma quel Pd non c’è più. È stato commissariato anche per questo, e come lo stesso Marino ha più volte ripetuto, è stato sostituito da un partito che si è messo al servizio suo e di quelle battaglie. Anzi, le ha fatte più e meglio di lui. Per questo nessuno, nemmeno Marino, può permettersi di dire che dopo le sue dimissioni torneranno quei poteri e vincerà la mafia”. Detto dal Presidente del Pd e commissario romano a mesi dall’esplosione dello scandalo di Mafia Capitale e del coinvolgimento di esponenti di altissimo livello del suo partito nell’inchiesta, questa dichiarazione ha una serie di diversi dalemiani piani di lettura. Primo il Pd romano è cambiato (e allora come mai non si indice il congresso, non si sono ancora chiusi tutti i circoli segnalati dalla relazione Barca e si prosegue all’amministrazione commissariale?), secondo che Marino non può affermare che dopo le sue dimissioni può dire che il sistema di Mafia Capitale ritornerà a macinare affari. Non si illuda, Orfini, ma l’Ati di Mafie spa ha già probabilmente provveduto a rieleggere il consiglio di amministrazione e si è messo comodamente in attesa che si calmino le acque. Che il Pd, poi, si sia messo a servizio di Marino fa sorridere. Con il commissariamento de facto di gran parte delle sue funzioni da parte del Prefetto di Roma? Diciamolo chiaramente, non si è voluto procedere al commissariamento solo per evitare di rendere pubblica la relazione prefettizia – e in particolare quella di accesso che Gabrielli ha ereditato dal suo predecessore – per avere la possibilità di metterci una romanissima pezza. Una pezza che è arrivata in forma di scontrino e che con le dimissioni di Marino allontana definitivamente il pericolo che quella relazione diventi pubblica.

Sul piano delle prossime inevitabili elezioni, poi, lo scenario è desolante. “Arfio” Marchini si è messo sulla piazza (quasi a dire con destra o sinistra per me va bene), il Pd sembra voler abbandonare le primarie e candidare un uomo di fuducia di Matteo Renzi (o prolungare il commissariamento fino al 2017 con la scusa del Giubileo), Sel sembra essere in grave difficoltà, la destra sembra aver scelto Giorgia Meloni raccogliendo attorno alla sua candidatura anche l’impossibile compresi Casa Pound e la Lega. Discorso a parte il M5S, perché se sul piano del consenso il loro arrivare al possibile ballottaggio è scontato, sul piano della loro proposta fanno acqua da tutte le parti. Roma non la si può affrontare da soli e con la sola buona volontà. Un progetto per Roma che porti fuori la Capitale dalla palude dove si è infilata deve coinvolgere la città, il suo popolo e non il mugugno di popolo, deve portare le migliori forze e le più chiare competenze a mettere mano in un labirinto gestionale e amministrativo inquinato da decenni profondamente, deve governare i fenomeni e non passare il tempo a barcamenarsi fra polemiche e roboanti proclami. Finora il M5S romano, e di conserva quello nazionale, non hanno mostrato la loro faccia migliore. Lo scontro su Ostia e la relazione fantasma mai arrivata – fra mille polemiche e scambi di accuse e di querele e fughe di notizie – in Commissione Antimafia è cosa che non va proprio a loro favore. Per governare Roma, soprattutto in questa fase, servono nervi saldi e non giorni di scambi di insulti e accuse sui social network.  E poi certi ammiccamenti con alcune organizzazioni (tanto per fare un nome, Casa Pound) non sono rimasti inosservati.

Ecco la rivoluzione rimandata. Ecco il rischio reale di una rimozione. E del ritorno dello status quo.

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