Roma Capitale d’Italia (e delle mafie). La notizia è questa

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Mentre Marino da quasi un anno non più in grado di governare la città viene messo sulla gogna di un paio di scontrini farlocchi – che poi già oggi sembrano essere meno farlocchi da alcune notizia riportate dagli stessi giornali che hanno incitato al linciaggio mediatico – c’è una folla di colletti bianchi, capi bastone, signori delle tessere, imprenditori dalla mazzetta facile e dal “nero” compulsivo, funzionari, politici di ogni ordine e grado che tirano un sospiro di sollievo. Non perché Ignazio Marino incarnasse nella sua persona l’ultimo baluardo contro la barbarie dei mafiosi e dei corrotti. Tirano un sospiro di sollievo perché cosa c’è di meglio di una bella campagna elettorale all’ultimo sangue per rinverdire la propria rubrica di contatti, aggiornare contratti, stringere alleanze e distogliere l’attenzione dall’unico dato che in queste due settimane di caccia allo scontrino e all’imbucato di lusso non è mai entrato nel dibattito: Roma non è solo la Capitale d’Italia, ma lo è anche per quanto riguarda le mafie.

Alfonso Sabella continua a ripetere che il sistema di Mafia Capitale è finito. Come faccia a dirlo con un processo che non è ancora iniziato lo sa solo lui. Sempre Sabella afferma – da tempo – che Roma non è una città di mafia ma una città corrotta. Che sia corrotta lo sappiamo da decenni. Qualcuno si ricorda quell’articolo de L’Espresso intitolato “Capitale corrotta nazione infetta” a firma di Manlio Cancogni. In che anno è uscito. Ah si, soltanto l’11 dicembre 1955! Guarda caso nello stesso periodo in cui (fonte atti della commissione Antimafia del 1976) a Roma il clan dei Marsigliesi e Cosa nostra erano usi incontrasi per organizzare e gestire già all’epoca il traffico internazionale della morfina base. Sessant’anni sono passati.

Roma è in mano alle mafie, ci è finita progressivamente e inesorabilmente in decenni di complicità di una classe dirigente non solo locale ma anche nazionale che hanno consentito che le mafie facessero di Roma un terreno di sperimentazione di impresa criminale. La creazione di una raggelante Associazione temporanea di impresa che ha consentito a tutte le organizzazioni di stare sulla piazza, collaborare in alcuni casi, spartirsi territorio e affari, “prendese Roma”. E Carminati, e questo ce lo raccontano le carte giudiziarie che hanno portato al processo che inizierà il 5 novembre, è stato l’amministratore delegato e il broker di questa Ati. Carminati con tutta la sua storia criminale e politica, dall’eversione di destra e dalla Banda della Magliana fino ai processi per il depistaggio della Strage di Bologna e per l’omicidio di Mino Pecorelli. E poi quel furto al caveu del Banco di Roma interno alla cittadella giudiziaria di Piazzale Clodio. I soldi in parte li hanno ritrovati, uno delle centinaia di documenti sottratti nelle cassette di sicurezza di avvocati e magistrati no.

Saltato un amministratore delegato se ne fa un altro. E se non si trova un accordo su tutto si va a votare. E le mafie, spesso, votano sparando come già è successo in questa città negli anni e come è avvenuto puntualmente anche in questa rovente, lurida e afosa estate appena trascorsa.

Non faccio di professione l’allarmista. Cerco storie, notizie, fatti e tento di metterle insieme per trovare un senso alla realtà, in questo caso quella della Capitale. Scrive Marco Damilano nella bella prefazione che mi ha regalato per Roma Brucia (in uscita a fine ottobre 2015 per Imprimatur editore): «Il compito dell’intellettuale è questo: riannodare i fili della logica e del racconto laddove sembrano regnare “l’arbitrio, la follia, il mistero”, scriveva Pier Paolo Pasolini nel Romanzo delle stragi pubblicato il 14 novembre 1974, esattamente quarant’anni prima dell’inchiesta Mafia Capitale, un anno prima della sua tragica fine all’Idroscalo di Ostia, scenario ieri e oggi di una città in ombra che ci ostiniamo a non voler vedere. Vedere, raccontare, cercare connessioni tra ciò che sembra incomprensibile, è infine questo il mestiere del giornalista».

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