Appunti a margine di quel giorno da cani che travolse Marino

campidoglioHo ritrovato questa vecchia foto che ho scattato nel 2013. Una bandiera rossa in Piazza del Campidoglio il pomeriggio in cui vennero annunciati i risultati del ballottaggio fra Alemanno e Marino. Mi ricordo che incontrai sulla scalinata Luigi Nieri. Gli chiesi che stava facendo Marino, per quale ragione non era in piazza visto che varie persone stavano iniziando a darsi appuntamento sotto il palazzo senatorio. “Ha detto che non vuole fare uno show come Alemanno nel 2008”. Gli chiesi se condivideva quella scelta. Lui alzò le spalle: “ha deciso così”. Già allora, Marino, tracciò una distanza, una linea, che lo ha allontanato sempre dai sentimenti che attraversano la Capitale. Non i “sentimenti” della politica (la stessa che lo ha liquidato quando ha finito di spremerlo come un limone), ma quelli del popolo romano, del suo popolo che voleva festeggiare la fine dell’Era Alemanna. Quella si la peggiore amministrazione che Roma ricordi.

 

922939_10201454994003767_140658491_nNon sapendo che fare decisi di fotografare un fotografo (Stefano Montesi, una volta tanto l’ho acchiappato io con uno scatto anche se solo del telefonino). Anche lui era salito su fino alla piazza aspettandosi che il neo sindaco comparisse da un momento all’altro. Quante cose ne hanno viste i fotografi scafati che lavorano sulla cronaca politica e sociale da decenni a Roma. Stefano uno di questi. Ma non capiva, come me e come tutti gli altri che si erano recati sotto il Campidoglio, il perché di quella scelta. “Vabbè – pensai – è uno strano”.

Già allora Ignazio Marino aveva capito in ritardo, festeggiando nella piazza dei sindaci solo un paio di giorni dopo. Poca gente, un breve intervento e la bicicletta. Archiviata la festa. Archiviato Alemanno, pensarono i romani, almeno quello.

E’ sempre arrivato in ritardo, il non più sindaco di Roma. Soprattutto in questo ultimo anno. Non colpevolmente, anzi forse proprio per la sua estraneità e determinati meccanismi politici e di potere. Figuriamoci se poteva anticipare le mosse dei volponi capitolini. Lui, l’Ufo, convinto di rappresentare la diversità fino a quando ha sbattuto la faccia contro Mafia Capitale. Eppure ne aveva già avuto un assaggio poco tempo prima, nei giorni della follia a Tor Sapienza e dell’assalto al centro di accoglienza per minori non accompagnati. Guardate che quella storia non è stata raccontata tutta. Anzi, ne è stata descritta solo una faccia ed era quella fasulla. Non so se ci siano ancora in corso inchieste giudiziarie su quei fatti, ma quell’assalto è stato tutt’altro che spontaneo e soprattutto è stato costruito per settimane con la partecipazione di persone e realtà esterne alla vicenda e al quartiere. Già lì c’erano tutti i segnali di quello che stava per accadere. Se avesse avuto la capacità – o la voglia – di leggerli, forse Marino non sarebbe stato costretto a dimettersi. Forse si sarebbe dimesso invece a dicembre scorso marcando una differenza con il sistema di potere della Capitale. E invece si è fatto lentamente sbranare. E poi finire, non pietosamente, da quel giovanotto con la barba che fa l’imitazione a Massimo D’Alema. Non il comico, sto parlando del politico. Si, quell Matteo Orfini, doroteo senza Dc, che da fiero oppositore dell’altro Matteo (il premier segretario) si è trasformata in spalla con tentazioni da protagonista. Matteo avvisato mezzo slavato.

 

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Da quel pomeriggio di primavera del 2013 ho scritto due libri su Roma. Il primo, Grande Raccordo Criminale, scritto con Floriana Bulfon e pubblicato da Imprimatur nel febbraio del 2014 anticipando di mesi gran parte dei fatti che hanno provocato il terremoto di Mafia Capitale. Il secondo, Roma Brucia scritto da solo e sempre per Imprimatur, sarà in libreria fra poche settimane, a fine ottobre. Pochi giorni prima del 40esimo anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini. Ho fatto i salti mortali per chiudere il libro in tempo per farlo uscire a ridosso di quella data. Perché inevitabilmente Pasolini attraversa le pagine di quello che ho scritto, la vertigine che si prova nel emmtere insieme fatti e emozioni, idee e frustrazioni. Perché manca enormemente la sua capacità di mettere insieme i pezzi di questo rompicapo che chiamiamo Italia. Perché Pasolini è forse l’unico intellettuale Italiano che più profondamente ha capito Roma, ne ha disegnato i contorni, raccontato bellezza e oscenità. Lui non romano che ha così totalmente ha assunto in se Roma fino a morirne.

Scriveva Pasolini: «Ho sempre pensato, come qualsiasi persona normale, che dietro a chi scrive ci debba essere necessità di scrivere, libertà, autenticità, rischio. Pensare che ci debba essere qualcosa di sociale e di ufficiale che “fissi” l’autorevolezza di qualcuno è un pensiero, appunto aberrante, dovuto evidentemente alla deformazione di chi non sappia più concepire verità al di fuori dell’autorità». Il rapporto “aberrante” fra autorità e autorevolezza. Cosa da tenere bene a mente quando si scrive.

 

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