La tentazione di rimuovere Mafia Capitale dietro l’operazione politico-mediatica su Marino

coverRomaBrucia

Come diceva Andreotti? «A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca…». Bene, se dico che tutta la manovra mediatica per portare alle dimissioni Ignazio Marino sia stata condotta di concerto da Matteo Renzi e da La Repubblica credo di averci azzeccato. Come del resto era prevedibile da mesi. Gli interessi, apparentemente divergenti, fra il segretario-premier e il gruppo editoriale, erano evidenti a molti. Da un lato spazzare via le carte dal tavolo e giocare una mano completamente nuova, dall’altro distogliere l’attenzione dalla cloaca emersa con l’inchiesta su Mafia Capitale. Meglio prendersela con Marimo, che tanto ha dato il suo bel contributo alla dissoluzione del suo mandato di Sindaco della Capitale con un impegno davvero impressionante.

Scrivo nel libro Roma Brucia (scritto per Imprimatur e in stampa proprio in queste ore e che sarà in libreria a fine mese):

Marino che non vuole cedere, che non intende dimettersi, che spera di riuscire a evitare l’onta di uno scioglimento e conseguente commissariamento per infiltrazioni mafiose. Marino – per ora scommettiamo sulla sua onestà – che non sembra aver capito ancora oggi di essere stato usato, ad arte, dalla politica, dai corrotti, dalla mafia che ha infiltrato e poi preso la città. Prima di tutto per coprire il banchetto di quelli che pensava addirittura fossero uomini della sua squadra, ma che invece s’abbuffavanoalle sue spalle – questo emerge dalle carte della Procura – dove e come s’erano abbuffati prima, a dismisura, quelli der sinnaco nero, gli uomini di quel Gianni Alemanno che, lo voglia o meno, sarà ricordato come il peggior sindaco della Capitale di questa Italia repubblicana pigra e complice. Una Repubblica che ha evitato di mettere freno, per decenni, alla progressiva presa del potere da parte delle organizzazioni mafiose. Non solo a Roma, ma in tutto il Paese. Fino ad arrivare, poi, ad affidare a lui, l’extraterrestre piombato speranzoso nella paciosa orgia di spartizione che ha segnato e segna la Capitale, il ruolo di utile bersaglio di ogni operazione di depistaggio dell’opinione pubblica, mentre i poteri veri che si sono inghiottiti la città cercavano di mettere ’na pezza a sto casino che ha scatenato la magistratura.

Vedere le immagini dei fans della Meloni (sto invecchiando e la memoria fa brutti scherzi: ma da quale partito si è dimesso Gianni Alemanno?), dei giovanotti muscolari di Casa Pound, dei sostenitori di quel Mal de noantri “Arfio” Marchini imprenditore prestato alla politica e del Ncd di Angelino Alfano (e di Giuseppe Castiglione) e dei militanti  del  M5S in piazza tutti insieme a chiedere le dimissioni dell’extraterrestre fa ben capire quale sarà l’alleanza spuria e improbabile che sfiderà il centro sinistra. Come è facile capire per quale ragione il Pd (romano) e Sel si siano apparentemente rappacificati: andare a una lunga campagna elettorale senza il disturbo di un alieno integrale alla politica romana come Marino.

Ma l’obiettivo inconfessabile dell’operazione politico-mediatica a cui abbiamo assistito è un altro. Andando a un commissariamento del comune e a elezioni grazie alle dimissioni del Sindaco rende facile mantenere la secretazione della relazione prefettizia sulle infiltrazioni mafiose. Concentrarsi poi sugli scontrini è rendere l’incendio che sta consumando Roma accettabile, rimuovendo le complicità immense della destra durante gli anni dell’amministrazione Alemanno e del mercato delle vacche degli anni dell’amministrazione a guida Pd.

Fra pochi giorni, il 5 novembre, inizierà il primo processo al sistema di Mafia Capitale. Dopo quasi un anno vedremo in un’aula di giustizia parte dei protagonisti delle cronache di questi mesi. E ci si arriva con una percezione distorta di come siano andate davvero le cose. Gli scontrini di Marino che oscurano le azioni di Massimo Carminati, il suo delirio mentre insiste a non dimettersi (lo doveva fare subito e spazzare lui le carte dal tavolo da gioco e aprire una fase nuova per la Capitale) riesce a oscurare la logorrea di Salvatore Buzzi. E poi le dimissioni del super rottamatore Esposito (può tornare comodamente alla base pronto al prossimo killeraggio per il capo) che fanno svanire sul fondo del palcoscenico i clan che tengono saldamente in pugno Roma. Nonostante le inchieste e gli arresti. Non è solo lo spettacolo che deve continuare, è il business. E il silenzio.
Ripeto. Marino si doveva dimettere subito. Lui è stato complice della sua stessa caduta rovinosa trascinando con se la verità su questa città.

Scrive Marco Damilano nella prefazione sempre di Roma Brucia:

… nella profondità del grande budello racchiuso nel raccordo anulare tutto sembra già dimenticato. Roma, e tutto ciò che rappresenta, prova a metterci ’na pezza, ancora una volta. Far passare la nottata, le inchieste, le retate, il Giubileo. Roma brucia. Di auto-combustione, dei suoi rifiuti, della sua aria ferma e mefitica, di una diossina letale che è la dimenticanza, la rimozione.

Ecco, rimuoviamo.

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