Di antimafiosi e dintorni. Smemorati, trasformazioni genetiche, opportunità e opportunisti

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Chi ha conosciuto Rosario Crocetta una decina di anni fa e lo incontra oggi, presidente della Regione Sicila, stenta a riconoscerlo. Per sedere su una delle poltrone più importanti – e ricche – di questo paese è sceso a patti con i poteri e gli uomini che lo hanno preceduto. Forse qualcuno si ricorda, lo spero, il termine “borghesia mafiosa”. Bene, a quanto pare per posare le regali terga al piano nobile del Palazzo dei Normanni con la borghesia mafiosa tocca scendere a patti. E quando fai un patto un po’ di quella melma ti rimane attaccatta addosso.

Per Crocetta il patto è stato ancora più devastante. Lui, che per due mandati aveva governato Gela scontrandosi con il potere mafioso locale fino ad essere stato condannato a morte dalle organizzazioni criminali, ha utilizzato il proprio passato per mascherare con un’antimafia da avanspettacolo – bravo Bolzoni che ha stigmatizzato così bene il processo di trasformazione genetica di Rosario – l’osceno accordo con il potere che condiziona la vita pubblica siciliana. Le sue lacrime, oggi, dopo le rivelazioni dell’Espresso su quella infame telefonata, non mi commuovono affatto. Ho conosciuto Crocetta negli anni di Gela, ho parlato per ore con lui, l’ho intervistato più volte, gli ho dedicato perfino un capitolo nel mio primo libro. L’uomo che siede ora al vertice della regione non è più quello che ho conosciuto. Non mi basta il suo grido di angoscia. Quella telefonata è solo la chiusa di tre anni di pessimo e pericolosissimo malgoverno.

Ma Crocetta è in buona compagnia. Un teatrino di opportunisti che della lotta alle mafie hanno fatto marketing. Molti inventandosi, altri – per fortuna pochi – mostrando le proprie ferite di vittime o di familiari delle vittime oscurando la testimonianza di chi ha conservato la memoria o ha usato e bene quella dolorosa visibilità per dare voce al riscatto contro le mafie.

Per fare carriera. Per darsi un ruolo. Per narcisismo o interesse. Non mi importa. La spettacolarizzazione crea mostri. Inquina processi. Svuota la memoria facendosi gadget.

Si è creata negli anni una vera e propria mitologia antimafia. Fatta di eroi possibilmente morti. Gente normale che non aveva nessuna intenzione di morire, che non si sentiva un eroe. Ora sugli altari mediatici costruiti a loro insaputa.

Fra proclami altisonanti e silenziosamente vacui, show, battutismi, furbe comparsate, carrierismi non più occultabili e divisioni abilmente fabbricate e alimentate da decenni, il potere politico, economico, mafioso, continua a crescere e farsi assoluto. Oscenamente totalizzante.

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