Perché sorprendersi che la Capitale sia anche la capitale delle Mafie? Questo è il GrandeRaccordoCriminale

Sento la necessità i n questi giorni di rilanciare brani del libro Grande Raccordo Crminale pubblicato a febbraio scorso da Imprimatur Editore e che ho scritto insieme a Floriana Bulfon. Non fosse altro per testimoniare come tutto quello che sta emergendo in questi giorni (e ben altro) fosse possibile non solo analizzarlo ma addirittura prevenirlo.

Il nostro lavoro di inchiesta e di analisi della situazione romana sul piano della corruzione e della presenza stabile e organizzata di tutte le organizzazioni di matrice mafiosa presenti nel nostro paese sembrava, solo a febbraio scrso, una sorta di romanzo di fantascienza altro che un’inchiesta giornalistica. Dopo tutto il prefetto Pecoraro (lo stesso che oggi ha fra le mani il destino dell’attuale amministrazione capitolina) mentre stavamo lavorando al libro non perdeva occasione davanti a ogni fatto di sangue o operazione (tipo quella Alba Nuova a Ostia) di mimizzare, di rassicurare il potere politico e imprenditoriale e tenere buona la cittadinanza davanti a una escaletion che da intuibile diventava fisica (i morti ammazzati per strada hanno il brutto vizio di essere decisamente visibili). Il prefetto commentando fatti ecalatanti dichiarava come non ci fosse nessun allarme mafia, che i fatti di sangue erano solo regolamenti di conti fra bande locali e comunque fatti isolati fra loro, che il tessuto economico e sociale era in ogni caso sano. Ora sta studiando le carte della procura, il prefetto. Speriamo che per una volta, per assecondare la corrente, non decida di buttare via l’acqua sporca insieme al bambino commissariando l’attuale amministrazione e di conseguenza cancellando un’opportunità irripetibile perché la politica e la società civile capitoline assumendosi le proprie responsabilità trovino in trasparaenza e insieme un modo di non ridurre, come purtroppo spesso avviene, la risposta contro le mafie e alla corruzione alla semplice repressione giudiziaria.

Scrivevamo in Grande Raccordo Criminale.

«È in quesito contesto che nasce la mafia, intesa appun-
to come l’espressione di un potere economico e politico),
che cerca di affermarsi nelle condizioni effettive della so-
cietà». Traduzione, le mafie non sono semplice crimina-
lità ma espressione diretta del potere – economico e po-
litico. È scritto a pagina 95 della relazione conclusiva di
maggioranza (e sottolineiamo il “di maggioranza”) della
Commissione parlamentare di inchiesta antimafia della VI
legislatura, la prima nella storia della Repubblica Italiana
che arriva a stendere una relazione organica. Anno di pub-
blicazione 1976. Una relazione monumentale, dettagliata,
spietata. In cui nomi, fatti, intrecci, collusioni politiche ed
economiche sono riportate con una dovizia di particolari
impressionante. Di quella Commissione però si conosce
quasi esclusivamente la relazione di minoranza, che ebbe
come primo firmatario il parlamentare del Pci Pio La Tor-
re. Ma è nella relazione di maggioranza, e quindi votata
da tutti i rappresentanti in quella Commissione e da tutti i
partiti, che si mostra nella sua interezza l’oscenità del po-
tere politico-mafioso, tratteggiata con toni durissimi. Ma
quella relazione è stata letteralmente rimossa, dimenticata
certamente negli ultimi 25 anni. Tutto è stato scritto e ripor-
tato con precisione, poi è finito nell’archivio polveroso del-
la memoria, quello in cui vanno a finire i documenti sco-
modi. Documenti che finiscono per essere solo incidenti di
percorso in cui qualche volta incappa anche una macchina
ben oliata come il sistema. Questo sistema qui. Un sistema
di non colpevoli. Come dimostrano i tanti misteri italiani.
«Se è vero, com’è vero, che una delle cause principali,
se non la principale, dell’attuale strapotere della crimi-
280nalità mafiosa risiede negli inquietanti suoi rapporti col
mondo della politica e con centri di potere extra-istituzio-
nale, potrebbe sorgere il sospetto, nella perdurante iner-
zia nell’affrontare i problemi del pentitismo, che in realtà
non si voglia far luce sui troppo inquietanti misteri di ma-
trice politico-mafiosa per evitare di rimanervi coinvolti».
Lo affermava Giovanni Falcone, pubblicamente, durante
un intervento negli anni Ottanta. A rivedere quello che
sta accadendo oggi sul piano della riorganizzazione del
potere criminale, in Italia e di conseguenza a Roma, sem-
bra di essere tornati all’anno zero dell’antimafia.
«Vent’anni fa la reazione dello Stato dopo le stragi
del ‘92 fu molto forte», ricostruisce l’ex pm di Palermo
Antonio Ingroia. Eppure «quello che si è riusciti a fare
con gli arresti e lo scoperchiamento di certi intrecci con
le imprese, la politica e altri poteri è stato far emergere
solo pezzi e legami anche grandi e molto importanti, ma
non è emerso lo scenario nella sua interezza», ammette.
E spiega: «La mafia si immersa, resa quasi invisibile. Poi
l’avanzare della ‘ndrangheta con tutto quello che si porta
dietro dal suo passato. Certi rapporti in particolare. La
sua capacità di penetrazione e di inserirsi sul piano im-
prenditoriale. Anche questo ha mutato lo scenario ren-
dendolo più pericoloso e indecifrabile oggi. Per fare un
esempio, anche se non sono in questo momento fra gli in-
quirenti, ho comunque informazioni di come in Sicilia ci
sia stata una radicale trasformazione degli equilibri, con
l’ascesa di figure legate alla vecchia mafia, a quella che
comandava prima dell’ascesa di Riina. Quella mafia, che
nonostante venisse sconfitta nei primi anni Ottanta dai
corleonesi, possedeva e forse possiede ben altre capacità
di relazione con altri mondi, con la politica, l’eversione e
la finanza e poteri occulti. Una mafia che aveva un peso
ben diverso anche fuori dalla Sicilia, con una fitta rete di
relazioni anche sul piano internazionale».
281Sembra difficile, se non impossibile, mettere insieme
un uomo gambizzato a Casalpalocco e Michele Sindona,
quattro banditi di borgata che iniziano la loro carriera
criminale con un rapimento “finito uno schifo” e i conti
cifrati dello Ior, gli “zingari” di piazza Gasparri con l’o-
micidio Pecorelli, un’esecuzione a Tor Sapienza con gli
appalti della Metro C. Eppure sono pezzi di storia di un
grande raccordo criminale, dove il potere ha mille facce,
anche quella delle mafie. Un raccordo che tracima, che
non è affare locale, ma nazionale. Perché a Roma il potere
esercita la sua centralità. Assoluta.

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