#MafiaCapitale, è solo un frammeto, grande ma un frammento

Quello che emerge dalle carte è un’enormità. Il sistema di collegamento, almeno una parte, fra organizzazioni criminali, ex eversione nera, politica, imprendintori e qualche servitore infedele dello Stato è stato duramente colpito. L’uomo d’ordine, Massimo Carminati, l’amminsitratore delegato della Mafie spa (come lo avevamo definito nel libro Grande Raccordo Criminale) e il suo cerchio magico sono emersi con chiarezza mettendo in discussione l’intero sistema di potere politico-mafioso che ha in mano la città.

Ma gli altri protagonisti della Roma criminale dove sono? Dov’è la ‘ndrangheta, ad esempio, che a Roma è presente da decenni e conta forse di più di quanto si immagini? Dove sono i siciliani di Cosa nostra, i camorristi napoletani e i casalesi, le organizzazioni “ibride” come quella di Fasciani ad Ostia, la Banda della Magliana (che ormai nessuno si azzarda a dire che sia finita con la morte di De Pedis)? Dov’è la potentissima mafia russa che teneva summit internazionali e acquisiva i pezzi più pregiati della città? Dove sono le altre organizzazioni dell’est europa e dei Balcani? Dove sono finite le organizzazioni cinesi?

Scrivevamo nel libro Grande Raccordo Criminale (pubblicato a febbraio scorso)

Un sistema che, dopo gli anni ruggenti della banda
della Magliana e delle ricadute anche sulla Capitale delle
stragi del ‘92 e ‘93, ha deciso di assumere un profilo mi-
litarmente basso e intanto di spartirsi aree e interessi, di
investire nell’economia reale e, anzi, di diventare sogget-
to economico direttamente. Con le organizzazioni in con-
corso fra loro. La Mafie s.p.a., appunto. Una holding che
riprende in mano, se mai l’avesse lasciato, un rapporto
con pezzi dell’economia, della politica e dello Stato.
Perché le mafie, praticamente tutte quelle italiane e
anche quelle straniere, operano da decenni all’ombra
del Cupolone. Si sono insediate, si sono mimetizzate sot-
to la copertura di attività legali, hanno riciclato denaro
sporco attraverso una rete impressionante di operazioni
immobiliari, finanziarie, imprenditoriali, sono diventa-
te in molti casi riferimento accettato, se non addirittura
incluso, nel tessuto produttivo. Il mercato locale della
droga gestito dai Fasciani e da Michele Senese, i Casa-
monica pronti a qualsiasi violenza, i sopravvissuti del-
la Banda che hanno intrecciato rapporti di dare e avere,
la ‘ndrangheta che si è mangiata, con la complicità di
istituti di credito, assicuratori e notai, ristoranti, hotel
cinque stelle e persino l’Antico Caffè Chigi, affacciato su
23piazza Montecitorio, e il simbolo della Dolce Vita di via
Veneto, il Café de Paris, investendo il capitale del traffico
di cocaina a livello globale. E poi l’usura, con il business
dei “cravattari” che non conosce crisi. Un giro d’affari nel
Lazio di almeno tre miliardi di euro l’anno, pari a un ter-
zo di tutte le attività economiche della regione. La crimi-
nalità, unica banca possibile per molti, sempre pronta a
“soccorrere” a braccia aperte imprenditori e famiglie in
difficoltà, applicando tassi record anche del 1500 per cen-
to annuo, fino a subentrare con partecipazioni societarie
e a prendersi le attività. E ancora gli appalti pubblici, da
avere senza gara, la torta della Metro C, la più importante
opera infrastrutturale che si sta realizzando in Italia, le
dismissioni del patrimonio del Comune. Miliardi di euro
che vengono spartiti tra tutte le associazioni criminali,
sorvegliate da qualcuno che guarda all’alto cosa accade.
Perché la Roma criminale abbasserebbe il capo davanti
al suo re ”nero”, Massimo Carminati. Da appartenente a
organizzazioni di stampo terroristico di estrema destra a
presunto killer della banda della Magliana, secondo l’ac-
cusa del processo sull’omicidio Pecorelli ma con tutti gli
altri imputati – fra i quali figurava prima di tutto Giulio
Andreotti – assolto, oggi sarebbe lui, come emergerebbe
da testimonianze, il broker in grado di mediare i conflitti
della Mafie s.p.a. capitolina, arbitro di vita e di morte, in
grado, se fosse confermato lo scenario che più volte è sta-
to disegnato attorno al suo percorso, di decidere omicidi
e di tessere relazioni con istituzioni e aziende di Stato.
Massimo Carminati sempre a un passo dall’ergastolo e
sempre scagionato.
Non un’infiltrazione, ma un sistema. Mafie s.p.a. è di-
ventato potere reale e condizionante di tutto quel che av-
viene sotto il Cupolone, dalle borgate ai palazzi del pote-
re, da Ostia a Oltretevere. Un potere che dalla Capitale si
espande, in un grande raccordo criminale.

Ecco, Carminati uomo d’ordine e di prestigio, carisma e curriculum, che fa da garante di affari e di pax mafiosa. Ecco l’Associazione temporanea di impresa di cui oggi è saltata la componente “d’ordine”.

E ora che succede? Troveranno le organizzazioni una figura e una struttura come quella che ha fornito la cosiddetta Mafia Capitale? Oppure si scatenerà un’altra guerra di mafia per ritrovare un equilibrio?

Qui è necessaria una parentesi. Ieri su Il Foglio Giuliano Ferrara nega l’esistenza delle caratteristiche mafiose dell’organizzazione colpita in questi giorni. Dichiarando, poi, che non si può parlare di mafia visto che non ci sono neanche i morti per strada. E’ una menzogna, spero dovuta solo alla disinformazione, di dimensioni abissali. I morti a terra ormai ci si stanca perfino di contarli.

Ecco cosa scrivevamo ancora nel libro

Il morto? Sarebbe meglio dire i morti: due, dieci, ven-
ti. Più di sessanta negli ultimi anni fra Roma e l’hin-
terland in una serie di esecuzioni con una cadenza al-
larmante. E poi minacce, feriti, attentati a cantieri ed
esercizi commerciali.
L’alba della mattanza per la presa di Roma inizia nel
2007. Mentre a pochi chilometri si commemora l’anni-
versario della breccia di Porta Pia, quattro colpi di arma
da fuoco rompono la quiete di un quartiere della Roma
“bene” incastrato fra la città e il litorale. A Casalpaloc-
co, quello sfottuto da Nanni Moretti in Caro Diario, tutto
«videoregistratori e pantofole», cade a terra gambizzato
un pezzo da novanta della “mala”. Vito Triassi, espo-
nente della potente famiglia di Cosa nostra siciliana dei
Caruana-Cuntrera definiti i Rothschild della Mafia, non
è lì di passaggio, la sua “famiglia” si è insediata nel li-
torale romano fin dagli anni Settanta. Lui, “er Mafia”, è
a terra con le gambe spezzate, tra i prati all’inglese e il
barbecue da giardino. “Er Mafia” si rialza, ma i proiet-
tili non si fermeranno più. Si sparerà ovunque. Non è
più tempo di pace armata: è l’inizio della guerra. Una
guerra di mafie che porterà a cinque anni di escalation
criminale e di cadaveri a terra.

Non si gioca davanti a scenari e pericoli di questo genere

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