La normalizzazione romana (ovvero quel pezzo che non c’è)

tevere

 

Pezzullo inviato il 27 maggio non pubblicato il 29 giugno. Da chi? Bella domanda… una volta si diceva “ricordati, c’è sempre qualcuno  più comunista di te”, oggi si passa al “ricordati, c’è sempre qualcuno più antimafioso di te”. Se poi si arriva a sintesi si raggiunge l’apoteosi. Anche se lasci qualcuno sotto tiro e con il culo scoperto chi se ne fotte, l’importante è tenersi stretto il proprio presunto giocattolo autoreferenziale. Quanta strada indietro si è fatta e si continua a fare.  

Di Pietro Orsatti
Tutto finito, falso allarme. Il messaggio che stanno lanciando esponenti politici di rilievo com il sindaco di Roma Ignazio Marino e il ministro dell’Interno Angelino Alfano è chiarissimo. Nessun’allarme mafia nella capitale, i problemi sono altri. Quali? I soliti, ovviamente. Piccolo spaccio e prostituzione. E le troppe manifestazioni di “violenti”. Le risposte passano dal prevedibile al grottesco. Divieto di manifestazione ai “violenti”, campagna di delazione da parte dei cittadini attraverso sms e mms con tanto di istituzione di numero a cui inviarli. E il duo, con tanto di spalla nella figura del prefetto Pecoraro, si sono affrettati a presentare alla stampa il piano “Roma Capitale Sicura” che si sono spinti a definire “quasi una rivoluzione”. Quasi, eh!
Oltre a mettere a rischio cittadini troppo zelanti che in quartieri tipo San Basilio e Tor Bella Monaca si metteranno a fotografare (in assenza di una presenza almeno simbolica dello Stato) piccoli spacciatori e qualche magnaccia, e annunciare la mano pesante per i manifestanti violenti – e non dubitiamo che i primi a subire questa stretta saranno le migliaia di cittadini romano che sono stati costretti a occupare edifici abbandonato o sfitti per avre un tetto sulla testa – il piano è un capolavoro dell’arte negazionaista. Nei confronti delle mafie.
Mafie – e continuano a far finta di non saperlo – che ritengono irrilevanti e marginali nell’affrontare la sicurezza della città. Le operazioni Nuova Alba a Ostia etc? Fatti di quartiere senza nessun rilievo per gli aspetti politici e affaristici che si intravedevano allarmanti nelle carte della prima ordinanza. Le centinaia di sequestri di beni e attività alle mafie? Cose che capitano. Gli atti di intimidazione, le violenze e gli omicidi che si sono verificati negli ultimi anni? Regolamenti di conti fra bande. Le infiltrazioni di società collegate alle mafie negli appalti pubblici e in particolare in relazione alla costruzione della Metro C? Qualche mela marcia. La corrispondenza di nomi di aziende operanti nella capitale – basta fare l’esempio del raddoppio del porto turistico di Ostia – con ditte coinvolte nelle ultime indagini sull’Expo a Milano? Silenzio.
Non parliamo poi delle ripetute segnalazoni da parte della magistratura e delle forze di polizia della continuità di rapporti fra mafie a Roma (ormai stabilizzate da decenni, tutte, e che operano quasi come una Associazione Temporanea di Impresa come abbiamo scritto Floriana Bulfon e io nel recente libro Grande Raccordo Criminale per Imprimatur ed.) del tutto ignorate sia dal ministro che dal sindaco e – questo ancor più grave – dal prefetto. L’importante è negare per dissimulare l’impotenza dello Stato davanti alle organizzazioni mafiose e al sistema di potere osceno che unisce mafie, pezzi della politica e dell’economia e apparati dello Stato. Un potere ancor più inattaccabile di quello che emerse negli anni’70 ai tempi di Pippo Calò e della Banda della Magliana. Un potere che si è sostituito in gran parte a quello legale.
Siamo tornati indietro di decenni. Non nel Sud del Paese. Non a Palermo o a Reggio Calabria e Napoli. Siamo all’anno zero a Roma. Nella capitale di questo grottesco paese. Ed anche capitale delle mafie.

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