Il golpe. Una piccola storia di stragi, impicci e imbrogli

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Mettiamole in fila le cose, così come deve essere fatto per capirle bene. Tempo e luogo e fatti e coincidenze. In fila, in ordine, che altrimenti ci si perde nel tentativo di capirle. Ecco, così. Una storia, se la devi raccontare bene, deve avere un solido punto di partenza. Un luogo, una stagione, un tempo. E poi una progressione.

Luglio, la sera che non aveva portato tregua all’afa. Una città, Roma, sfinita dalla calura che solo dopo il tramonto si anima, tanta gente per strada anche fino a tardi. Per le vacanze erano partiti in pochi quell’estate. Pochi soldi, molte incertezze, la crisi che mordeva.

Due cronisti. Uno era tornato a casa da poco, un appartamento a metà strada fra Piazza Vittorio e Piazza San Giovanni. Accese la televisione cercando qualcosa da vedere che gli facesse dimenticare il caldo. L’altro stava facendo una sostituzione in un quotidiano, uscito dalla redazione si era accorto di aver finito le sigarette e si era fermato in un bar che le vendeva aperto tutta la notte vicino San Giovanni. Un pacchetto di MS e una birra per qualche minuto di sollievo.

Pigrizia. Sul divano sbirciando la televisione accesa senza volume. Tregua. Al bancone di un bar godendosi un barlume di aria condizionata. Si era alzato perfino un filo di vento a rinfrescare la notte. Si respirava.

Tutto è successo in un istante. Proprio mentre il primo si raddrizzava sul divano vedendo sotto le immagini di un vecchio film scorrere la didascalia che si attendevano dettagli su un “presunto” attentato avvenuto a Milano vicino alla sede della Rai, e l’altro ignaro che riempiva il bicchiere di birra gelata al bancone.

Prima fu lo spostamento d’aria. Poi il suono. Il boato.

E allora ti metti a correre. Perché sai che è successo qualcosa di enorme, e il tuo lavoro è quello di andare e raccontare. Non ci pensi neanche un secondo. Vai in automatico. Corri. Lungo via Emanuele Filiberto o attraversando la piazza verso la colonna di fumo calpestando un tappeto di vetri sparsi sull’asfalto. Corri. Non fai altro. Il tempo per pensare e per la paura può aspettare.

E lo senti poi, distante ma non troppo, il secondo botto. E non riesci a capire che cosa stia accadendo, a te, alla tua città, al tuo paese.

E rimani lì, per un bel po’. Testimone. Tornando a casa molto dopo ti immagini che ogni macchina parcheggiata sia carica di tritolo. Ci pensi. Eccome se ci pensi.

27 luglio 1993. Via Palestro a Milano, poi Piazza San Giovanni a Roma e ancora nella capitale a San Giovanni al Velabro. Tre bombe, praticamente contemporanee.

Una guerra.

***

Passano 21 anni. I due cronisti, che all’epoca non si conoscevano poi sono diventati amici. Autunno, sono ospiti in una casa a capo Milazzo. Stanno scrivendo due libri. Uno sulla Trattativa Stato Mafia, l’altro – con una collega – sul sistema di potere mafioso a Roma. Due facce della stessa storia.

E mettono in fila, fatti, dati, nomi. Un gioco che fanno spesso da quella notte di luglio. Stupendosi ogni volta della logica e dell’evidenza che quella lista dimostra. Dal 1991 fino al ’94.

Gladio, mani pulite, L’omicidio di Salvo Lima, le stragi di mafia del ’92 Capaci e Via D’Amelio, il rinvio a giudizio di Andreotti, la Falange Armata, e gli anonimi, e i contro anonimi e le spiate, e ancora la caduta di Craxi e la fine del Psi e della Dc e del sistema tutto, e l’arresto di Riina e la mancata perquisizione per due settimane del suo covo, e poi gli altri attentati: via Fauro a Roma, via dei georgofili a Firenze, un macchina carica di Tritolo come avviso sotto Palazzo Chigi, e intanto Dell’Utri e Berlusconi che si inventano Forza Italia prima in segreto e poi organizzano, in due anni, la discesa in campo. E ancora gli attentati di Milano e Roma, e poi quello non andato in porto allo Stadio Olimpico. Prima si inceppa il detonatore, poi arriva un contrordine.

1994. La prima Repubblica è finita. Inizia il ventennio del cavaliere.

“Un Golpe”

“E fatto bene”

“E dovremmo anche ringraziare”

“In che senso”

“Al confronto della Grecia o dell’America latina per arrivarci hanno fatto pochi morti”

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