La città in cui sono nato è una città civile. Non lo è stato (e non lo è) chi la dovrebbe proteggere

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Sono nato in una città civile. Ferrara. Una città che ha subito nel 1943 la prima strage della Repubblica di Salò. Una città borghese, certo, a volte perbenista. Ma antifascista. Non per opportunismo ma per identità.

Lo ha dimostrato stringendosi attorno alla famiglia di un ragazzo che è stato ucciso da dei poliziotti. “Eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi” verso Federico Aldrovandi una sera del 2009, Un ragazzo è morto nel corso di un normalissimo controllo. Poi la nausea dei tentativi di depistaggio, lo sconcerto di condanne miti di chi uccide invece di proteggere.  E Ferrara ha risposto. Stando accanto a quella madre che non si è fatta intimidire. Si è dimostrata civile, non accettando le provocazioni dei poliziotti condannati, nelle speculazioni da “battaglione della morte” di pezzi speriamo piccoli e marginali – ma non dismetteremo mai la vigilanza che fa parte del nostro status di cittadinanza – che si definiscono organizzazione sindacale. Che sindacato non sono  Lo dimostra con quanta chiarezza è arrivata condanna da parte di organizzazioni sindacali vere come il Silp/Cgil che rappresentano “uomini in divisa” dopo l’ennesimo delirio di uomini che appartengono alle forze dell’ordine e contemporaneamente si sentono fuori da ogni possibile controllo da parte della legge. Liberi di fare ciò che vogliono nascondendosi dietro a una giubba blu. E al corporativismo.

Ieri l’ennesimo sfregio, non a una famiglia che non troverà mai pace per i aver perso un figlio così, non a una città civile che rifiuta ogni ombra di arbitrio e abuso e violenza, ma a noi italiani. Tutti. Segnati da decenni di violenze, da troppe morti e ferite ancora aperte.

La mia città è una città civile.

 

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