«Li sordi so’ a…

«Li sordi so’ arrivati co’ la roba. Si, co’ l’eroina. Erano l’anni Settanta, i primi Ottanta. Na’ cosa così. Famo a capisse, guarda che ce staveno già tutti a Roma a fa’ l’impicci co’ la politica e co’ li fascisti e li massoni. Ce staveno i palermitani e li catanesi e poi quelli der Canada che mo’ so’ sciti de corpo. Ce staveno li camorristi, li calabresi. Pure li zingari ce staveno, calati dall’Abruzzo. Te ripeto: tutti. Ma li sordi de la roba hanno fatto sartà er banco, allora. Na’ montagna. Ecco, pensa a ‘sta cosa e pensa che
‘sta storia nun è mai finita. E che mo’ sta a zompà n’artra vorta tutto co’ la coca, che mica è ‘na droga pe’ ricchi come na’ vorta. Mo’ è droga de tutti. Come la roba na’ vorta, ma de più». Di più.
Lui, “marangone” ormai mezzo pensionato, la spiega così la Roma criminale, mentre parla d’altro e s’incaz za «de le ingiustizie, perché ar Pupone nun j’hanno mai dato er pallone d’Oro». La droga, i soldi e una storia che non è mai finita. Perché a Roma non oggi, ma da almeno trentacinque anni, è crollato l’impianto di chi ha sempre analizzato e affrontato le organizzazioni mafiose singolarmente. Come se ognuno operasse con una propria strategia e collaborando, solo in caso di necessità, con gli altri sodalizi. A Roma no. Roma è stato il laboratorio e il centro, il luogo di incrocio e di contaminazione.

Da “Grande Raccordo Criminale” di Floriana Bulfon e Pietro Orsatti Imprimatur editore in libreria dal 26 febbraio.

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