“Grande raccordo criminale”, come nasce un libro sul sistema politico e mafioso a Roma


Prefazione « Grande Raccordo Criminale

Il sistema politico/mafioso controlla la capitale. A Roma certe cose non si dicono. Anzi, non si possono dire. Non da oggi, ma da sempre. Tutti più o meno lo percepiscono, molti lo sanno con certezza, ognuno ne paga le conseguenze e, come si dice a Roma, “fanno pippa”, se ne stanno zitti e buoni al posto loro. Perché a Roma le mafie (tutte e ben posizionate) e in raccordo con pezzi deviati dello Stato, eversione nera e ambienti massoni, ci sono e stanno in ottima salute fin dai primi anni ’70 (e già si crogiolavano all’ombra del Cupolone nei decenni precedenti) e facevano affari, impicci, morti.

Chi ha i miei anni si ricorda molto bene cosa era la banda della Magliana, che dimensione assunse il potere mafioso che controllava l’uragano dell’eroina, che clima ci fosse nella città, quale fosse il livello di intrecci fra pezzi dell’eversione e il mondo della criminalità e soprattutto qual’era lo scenario politico e degli apparati. Per molti il nome di Alessandro Alibrandi, tanto per fare un esempio, dice poco e nulla. Per quelli della mi generazione no. Come quello di Giusva Fiorvanati, i Nar, e i tanti protagonisti di quel “Romanzo Criminale” che poi, proprio perché letto come romanzo, a Roma si è dissolto in passato remoto. E’ solo passato?. No. Anzi da quel passato si è arrivati a un sistema, apparentemente pacificato ma che basta pochissimo perché si ri-materializzi in sangue. Come è successo negli ultimi anni. A Roma.

Qualsiasi persona con un minimo di cervello – e anche se non vive a Roma – certe cose le può perfettamente intuire. Se in un paese dove la principale azienda è – per fatturato e diffusione – la Mafie SPA, come ci si può illudere che la capitale ne sia immune? E infatti non lo è. A Roma si intrecciano affari e rapporti, si costruiscono fortune e si indicano indirizzi politici a livello nazionale e internazionale. E le mafie a Roma non si sono limitate certo a aprire oltanto qualche ufficio di rappresentanza e a mettere in piedi attività di lobbyng. Trafficano (i dati anche se parziali di quello che è la movimentazioni di traffici di stupefacenti, armi e esseri umani fanno rabbrividire), controllano il territorio e le attività criminali, gestiscono estorsioni, usura, prostituzione, riciclano i proventi delle attività illecite in altre apparentemente legali e mettono le mani su appalti e affari miliardari (in euro).

E uccidono.

Questo libro nasce dall’incontro di due lavori paralleli che alla fine si sono fatti uno. Poco meno di un anno fa io e Floriana Bulfon abbiamo cominciato a collaborare. Stavamo avanzando su due piani diversi. Io partendo dall’evidenza di un conflitto armato che stava ridisegnando (con una lunga sequela di morti) lo scenario degli equilibri non solo a Ostia (come in molti credono) ma in tutta la città.

All’inizio stavamo cercando di fare qualche servizio. Poi ci siamo resi conto che la mole di materiale che avevamo ci imponeva di fare un libro. Questo libro che uscirà la seconda metà di febbraio per Imprimatur: Grande Raccordo Criminale.

 

Scrive Giulio Cavalli, nella prefazione al libro:

C’è qualcosa di peggio dell’ignoranza sulle mafie: l’indifferenza. L’abbiamo letto e sentito mille volte nei libri, nelle campagne elettorali, nei convegni e, se siamo fortunati, nelle cerchie di amici anche tra i discorsi da aperitivo. Eppure l’indifferenza che sta sopra Roma e il Lazio in generale è un’indifferenza come la trovi solo qui: ostile, arrabbiata, confusa, infastidita. Proprio mentre al Nord gli arresti e la società civile aprono finalmente una lucida discussione sulle mafie senza fermarsi alle negazioni e agli allarmi, mentre nel Sud sono centinaia i focolai di rivoluzione e bellezza, Roma cova silenziosamente le proprie braci mafiose come se fosse stata saltata a piè pari dalla scossa della consapevolezza nazionale.

(…)

Grande Raccordo Criminale collaziona finalmente le famiglie facendo i nomi e i cognomi, andando a riprendere i protagonisti della banda della Magliana che si sono riciclati in anelli di raccordo con la criminalità organizzata, reinserisce i Casamonica in un contesto più ampio e smette (finalmente) di considerare Ostia un’enclave criminale apolide così come le confische del centro città romano come piccoli “avvertimenti” da sbattere in prima pagina per un paio di giorni. Serve tirare le fila, serve mettersi con dovizia, intelligenza e amore (perché c’è tutto l’amore che si potrebbe trovare in un romanzo sulla difesa della propria terra, in questo libro) a studiare, scriverne e farne parlare. Quando le mafie si attorcigliano tra politica, estremismi e pezzi di istituzioni diventano qualcosa difficile da raccontare e descrivere, cominciano a contare su un’impunità culturale oltre che troppo spesso giudiziaria: così le sparatorie in giro per la città, la condanna di Carmine Fasciani posto al 41bis oppure la colonizzazione dei bagni al lido di Ostia (senza dimenticare l’emblematico caso Fondi) non riescono a scuotere le coscienze soprattutto grazie ad una mancata coesione sociale sul tema (quella politica facciamo che per ora non ce l’aspettiamo nemmeno). Roma e il Lazio hanno bisogno di un’evoluzione consapevole e veloce, devono tirare le fila di un’antimafia sociale, politica e culturale che decida per davvero di mettersi in gioco per strutturare un presidio antimafioso di studio e di racconto che spalanchi gli occhi su una città sommersa tra le slot machine, i compro oro pubblicizzati finanche all’interno degli ospedali, le discariche come percolato della legalità, i bingo e il gioco d’azzardo che tengono lati interi di strade al limite del raccordo, di ipermercati che non hanno giustificazione di mercato e un’edilizia selvaggia com’è selvaggia l’edilizia al soldo del riciclaggio; poi c’è la droga (e finalmente se ne parla) che per chissà quali strani percorsi dell’informazione sembra diventa roba calabrese e lombarda dimenticando quanto la capitale sia snodo fondamentale per i commerci: droga finalmente riportata anche qui, dove l’attività giudiziaria la racconta sempre in transito; poi le minacce: negozi bruciati, uomini gambizzati, usurai fuori dai bar come nei sottofondi di qualche città sudamericana e invece si è appena di qualche chilometro in periferia.

 

PER AVERE PIU’ INFORMAZIONI SUL LIBRO 

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