Ma non dicevano che le mafie a Roma non c’erano?

casalotti

Cose strane che capitano nella capitale. Si continua a dire “si, le mafie ci sono, ma la situazione non è poi gravissima”. E intanto si contano i morti. Come ieri. A Casalotti, quartiere dell’ultra periferia romana sulla via Boccea. Roberto Musci, 33 anni, agli arresti domiciliari per alcuni reati legati alla pubblica amministrazione, è stato chiamato in strada da una persona, in via Giuseppe Lazzati. Ma non appena è uscito dal portone è stato freddato con diversi colpi di pistola. Fine. Ormai il conto è difficile da tenere. Mettiamola così, diciamo che questo è il primo morto ammazzato a Roma di questo nuovo anno.

Mentre si colpiscono gli affari della camorra che riciclava e gestiva colossi della pizza napoletana DOC nella capitale (tre giorni fa l’operazione degli inquirenti con 23 sequestri fra ristoranti e bar).

Ora l’allarme c’è, ma sempre frammentario. Sempre qualcosa che a Roma c’è, ma arriva da fuori, è altro dalla città, dalla sua economia, dal suo clima, dal suo vivere quotidiano.

Ma so tratta di un’illusione. O meglio, di una sottovalutazione (generale) che va avanti da decenni con conseguenze gravissime. Oggi.

Il 4 aprile del 2013 scrissi un post (poi ripreso da numerosi siti fra cui I Siciliani giovani e Antimafia2000) dal titolo “QUELLA PAROLA, “MAFIA”, CHE A ROMA NON SI PUÒ DIRE. IL RACCOLTO ROSSO DELLA CAPITALE“. Ricomincio, oggi, da quello.

Scrivevo all’epoca:

È in corso da alcuni anni una guerra di mafia nella capitale e nessuno la chiama con il suo nome. Perché si ha una paura terribile di pronunciare la parola “mafia”. Sembra quasi che ci si vergogni di aver abbassato la guardia e di aver sottovalutato la penetrazione e il radicamento delle mafie nel tessuto economico e sociale della capitale, e allora meglio negare che assumersene pubblicamente la responsabilità. E ancora, temo – anche se sempre più spesso trovo conferma dei miei timori -, a qualcuno conviene non definire, non chiamare con il proprio nome, la mafia o le mafie per pura convenienza. Perché le mafie portano soldi e affari. E potere. Come trent’anni fa. Come anche prima.

Perché la mafia non è semplicemente criminalità che si organizza. La mafia è potere criminale, economico e anche politico. Deaglio parla di “borghesia mafiosa”. Altri, come Roberto Scarpinato e Saverio Lodato ne “Il ritorno del principe” definisco la mafia come fenomeno nato e condotto all’interno della classe dominante. Tutte e due le definizioni sono esatte. Perché la mafia ha mille aspetti per esprimersi. E solo pochi e chiari obiettivi: arricchimento e garantirsi impunità.

Quando invece di parlare di mafia o mafie si usa il termine “criminalità organizzata” già si mette in atto una sottovalutazione consapevole del problema. Quando un’esecuzione di mafia viene definita come “regolamento di conti fra bande” si mette in atto un’operazione di rimozione che abbiamo già vissuto e subito nel passato e che ha causato enormi tragedie a tutta la nostra comunità.

/…

Poche le voci discordanti e stonate in questo coro anestetizzante. Qualche dichiarazione proveniente dalla procura (puntualmente inascoltata e pubblicata in taglio basso dai giornali) altre da parte di alcuni esponenti delle forze di polizia. Ma la versione più accreditata dalla politica e dalla stampa capitolina è quella minimalista. Si, forse la mafia c’è a Roma come in tutto il paese del resto, ma certo non è in atto alcuna guerra. State tranquilli.

Non mi stavo inventando nulla di nuovo. Stavo scoprendo l’acqua calda, ma lo facevo – scrivendo – con qualche mese di anticipo su quello che poi ci ha offerto la cronaca. Non perché fossi chissà quale genio, semplicemente perché applicavo le normali regole giornalistiche che, quando si tratta di Roma, c’è una tendenza generale a dismettere.

Questo articolo ha scatenato una piccola reazione a catena. Alcuni giorni dopo – credo la mattina successiva, non ricordo bene – mi telefonò una collega, Floriana Bulfon, che anche lei stava cercando di capire che minchia stesse accadendo nella capitale, quali erano le forze in campo, da dove venivano, e soprattutto perché in quel preciso momento storico. Decidemmo, con prudenza, di lavorarci assieme. Già l’anno precedente, con Sebastiano Gulisano, avevo iniziato a ragionarci sopra. Avevamo scritto un primo pezzo per Rassegna Sindacale (il settimanale della CGIL), e da lì e da quel primo lavoro che siamo ripartiti. Poi gli arresti a Ostia, poi alcune operazioni anti riciclaggio, poi… poi, altri frammenti di un colossale raccordo criminale.

Intanto noi lavoravamo. Come matti. Cercando di ricostruire una mappa e una storia del fenomeno mafioso a Roma. Nel suo insieme. Ogni giorno di più sconcertati di quanto tutti i soggetti che avevano il dovere di farsi carico di denunciare non la presenza ma lo strapotere mafioso a Roma avessero invece sottovalutato il fenomeno nel suo osceno insieme. Perché se tocchi Roma, tocchi il sistema. E gli intrecci del potere. Quelli palesi e quelli, troppi, nascosti che hanno segnato la vita intera della nostra Repubblica.

Alla fine questo lavoro, enorme e enormemente parziale, lo abbiamo messo su carta e fra poche settimane sarà in libreria (Grande Raccordo Criminale – Bulfon Orsatti – per Imprimatur editore – Marchio di Aliberti editore). Non una “chiusa”. Ma un punto di partenza per ricominciare (se non iniziare) a ragionare. Sull’oscenità del potere politico-imprenditoriale-mafioso nella Capitale.

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...