Le rivoluzioni degli altri e come perdere la propria

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Ricordati, c’è sempre qualcuno più comunista di te
Anonimo

Strane coincidenze.
In queste ultime settimane stavo ragionando sulle vere valutazioni che mi avevano spinto a fare recentemente alcune scelte anche drastiche sia sul piano personale che, soprattutto, su quello politico (il termine “politico” mi fa sorridere in questo caso, ma usiamolo lo stesso). Una di queste decisioni (solo in pochi ne sono a conoscenza e solo internamente) è di aver ritirato la mia firma da I Siciliani giovani se non per un pezzo – fra l’altro critico e certo non auto- commemorativo – sul numero stampato a dicembre. Questo non significa certo che io prenda le distanze dalle persone, dai percorsi e dagli obiettivi del progetto de I Siciliani giovani. Che ho condiviso e sostenuto con il mio lavoro per due anni e passa. Quello che mi ha spinto a prendere le distanze e a ritirare la firma non è certo l’obiettivo ideale del progetto, ma non potevo più accettare prassi e metodo di gestione – che solo apparentemente e esternamente non c’è – che non riuscivo più a condividere. Una prassi, in particolare, basata su motivazioni personali e caratteriali che all’interno della vita di un gruppo di lavoro diventano per forza di cosa discriminanti politiche.
Stavo ancora meditando su come dare forma alle mie riflessioni, quando questa mattina ho letto il formidabile pezzo di Salvo Vitale Io so che tu non sai, tu non sai che io so. E ho inevitabilmente sorriso. Perché quel pezzo in qualche modo mi tira in causa – e può essere perfettamente sovrapponibile alla vicenda che ho appena descritto. In parte l’ho letta come un’indiretta ramanzina, ovviamente. Alta. Anzi altissima. In parte l’ho interpretata come una sollecitazione a ragionare e a entrare nel merito di . Perché entrare nel merito, eventualmente, deve essere chi in questa storia per onore e disgrazia ci sta dentro (anche se ha fatto un passo indietro come me).
Ecco la coincidenza.

Ragioniamo quindi sulle rivoluzioni. Quelle possibili oggi e non quelle perse o tentate o sognate in passato. Era quello che stavo cercando di fare proprio in questi giorni. E allora parliamo di Open source. Partendo proprio dal software Open per eccellenza, Linux. Su cui si dicono tante cose, spesso a sproposito, soprattutto sulle motivazioni e lo spirito che spinsero – e spingono tutt’ora – Linus Torwalds a rendere pubblico e accessibile il codice sorgente del suo software.
Direte: “Che minchia c’entra Linux con i Siciliani giovani? Che ci azzecca un sistema operativo con il progetto editoriale di un giornale?. Lo spiego subito, e poi lascio che a parlare sia Torwalds stesso.
I Siciliani giovani nasce come progetto di rete. C’è un soggetto, il giornale, che raccoglie il lavoro giornalistico di vari soggetti singoli e collettivi (e quindi anche di altre testate) che operano in totale autonomia e con pari dignità. L’obiettivo è la circolazione dell’informazione (soprattutto sull’oscenità del potere politico-mafioso) e la creazione di un prodotto che è frutto di innumerevoli prodotti. Senza primogenitura. Senza che il percorso personale di ciascun soggetto venga dettato dal “contenitore”. Cioè, il controllore non c’è. Un giornale Open Source. Bello, no? E’ infatti a questo che ho aderito.
Il problema è: I Siciliani giovani è un pezzo della rete oppure è il soggetto che determina chi fa parte della rete? E ancora. I Siciliani giovani hanno la possibilità di intervenire a dettare la linea politica, personale e editoriale sui vari soggetti che hanno liberamente accettato di far parte della rete fino al punto di entrare pesantemente nel merito di altre e diverse scelte non politiche ma lavorative e professionali degli altri soggetti? I Siciliani giovani sono quindi un pezzo della rete o la rete è de I Siciliani giovani?
A tutte queste domande la mia risposta è stata finora sempre no. I Siciliani giovani è solo un nodo della rete, non può e non deve entrare nelle scelte personali/lavorative e professionali (e editoriali) degli altri nodi.
Il problema che si è creato, invece, è che chi gestisce (per autorevolezza e per scelta) I Siciliani giovani intende condizionare tutte le scelte anche non relative alle attività della rete. E quando dico tutte sto parlando di tutte.
Risultato? Si perdono pezzi di rete, si perde entusiasmo, soprattutto si perde forza e qualità di un prodotto collettivo e si sta ognuno per conto suo.
Ecco qui. Tutto qui.

Il brano del libro “Rivoluzionario per caso” di Linus Torwalds che inserisco qui sotto è lungo, lo so. Ma vale la pena leggerlo. Si tratta della risposta ad alcuni suoi detrattori, in particolare a Richard Stallmann
programmatore di free software (poco più di un decennio prima di Linus) e estensore della licenza GPL che lo aveva fortemente criticato perché aveva accettato, senza abbandonare il progetto open di Linux, un lavoro in un’azienda. Lavoro. Capito? Tipo mangiare, pagare le bollette, avere un tetto sulla testa, ogni tanto garantirsi un paio di giorni di vacanza. Roba del genere, normale.
Insomma, buona lettura

***

La gente mi prende troppo sul serio. Prendono molte cose troppo sul serio. É una lezione che ho imparato negli anni passati a essere il volto umano di Linux è che c’è qualcosa di ancora peggiore: a certe persone non basta prendere le cose troppo sul serio da sole. Non sono contente finché non convincono altre persone ad abbracciare la loro ossessione. E uno dei motivi per cui non mi piace possedere animali domestici.

Vi siete mai fermati a pensare perché i cani amino tanto gli uomini? No, non è perché i loro padroni li portano ogni sei settimane a fare la toeletta e ogni tanto raccolgono quello che loro lasciano sul marciapiede. È perché ai cani piace che si dica loro cosa fare. Dà loro una ragione per vivere. (Il che è particolarmente importante da quando molti di loro sono stati «licenziata tramite la sterilizzazione, che li ha privati del loro lavoro di riproduttori di nuove generazioni di cani. E con poche eccezioni non c’è grande richiesta per gli altri lavori in cui riescono particolarmente bene, tipo annusare i roditori.) Come umani, voi siete i capi del branco e dite ai cani come si devono comportare. Seguire i vostri ordini è la loro passione. E sono contenti così.

Sfortunatamente anche gli uomini funzionano allo stesso modo. Alla gente piace che ci sia qualcuno a dire loro cosa fare. È il nostro kernel. Tutti gli animali sociali sono fatti così. Il che non vuol dire essere sottomessi. Vuol dire che è probabile che andiate d’accordo con gli altri quando vi dicono che cosa fare.

Poi ci sono persone con idee individuali, gente che ha delle convinzioni in determinati ambiti, convinzioni forti fino al punto di fare dire loro: «No, io non vi seguo. E queste persone diventano leader. È facile diventare un leader. (Deve esserlo, se ci sono riuscito anche io, giusto?) Altre persone che in quegli ambiti non hanno convinzioni tanto forti saranno più che felici di lasciare che questi leader decidano per loro e dicano loro cosa fare.

È un diritto assoluto di qualsiasi essere umano fare ciò che chi si è scelto come leader gli dice di fare. Non discuto questo punto, anche se lo trovo piuttosto deprimente. La cosa che trovo inaccettabile è che qualcuno – che sia un leader o un seguace – provi a imporre agli altri la propria visione del mondo. Il fatto che la gente sia disposta a seguire praticamente chiunque, me compreso, è deprimente. Ed è spaventoso che a quel punto la gente vorrà imporre la propria seguacità – se esiste una parola del genere – agli altri, me compreso.

Non pensate agli evangelizzatori robotizzati e pulitini che bussano alla vostra portaogni volta che siete al computer e cercate di concentrarvi su un problema tecnico complesso, o quando i bambini si sono finalmente addormentati e voi state iniziando a fare gli sdolcinati con vostra moglie. Nella comunità open source c’è un esempio più a portata di mano: gli zeloti che ritengono che ogni innovazione dovrebbe essere pubblicata in forma di GPL («GPLlata», in gergo hacker). Richard Stallmann vorrebbe che tutto fosse open source. Per lui si tratta di una battaglia politica e vuole usare la GPL come base dell’open source. Non vede alternative. La verità è che io non ho pubblicato Linux in open source per motivazioni tanto elevate. Io volevo un feedback. Ed era così che si facevano le cose agli albori dell’informatica, quando la maggior parte del lavoro veniva svolto nelle università o nei laboratori della difesa e poi finiva per essere estremamente aperto. Quando te le chiedevano, passavi le sorgenti a un’altra università. Ciò che Richard fece, dopo essere stato tagliato fuori da alcuni progetti che amava molto, fu di essere la prima persona a usare consapevolmente l’open source.

Sì, ci sono benefici immensi che derivano dall’aprire le proprie tecnologie e renderle disponibili, come è successo a Linux e a tutta una serie di innovazioni. Per farvi un’idea di questi benefici vi basta considerare gli standard qualitativi relativamente bassi di qualsiasi progetto di software chiuso. La GPL e il modello open source consentono la creazione della tecnologia migliore. Tutto qui. Inoltre impediscono l’accaparramento delle tecnologie e assicurano che chiunque sia interessato a un progetto o a una tecnologia non possa essere escluso dai suoi sviluppi.

Non è un punto da poco. Stallmann, che meriterebbe un monumento per avere creato la GPL, ha fatto nascere il fenomeno del free software soprattutto perché era stato escluso da una serie di progetti interessanti quando questi passarono dal mondo accademico e aperto del Massachusetts Institute of Technology a un ambiente aziendale e chiuso. Il più importante di questi progetti fu quello della macchina LISP Il LISP nacque come parte della comunità delle intelligenze artificiali. Come spesso accade, qualcuno pensò che fosse tanto interessante da dover formare una start-up, farne un successo commerciale e guadagnare un sacco di soldi. Nelle università

succede sempre così. Ma Richard non faceva parte del gruppo commerciale, così quando il LISP divenne un progetto commerciale con la formazione nel 1981 di una società chiamata Symbolics, ne venne improvvisamente tagliato fuori. Per aggiungere il danno alla beffa, la Symbolics gli rubò di sotto il naso un bel po’di collaboratori del laboratorio di intelligenze artificiali.

La stessa cosa gli accadde in altre occasioni. Per come la vedo io, le sue ragioni per la promozione dell’open source non erano tanto anticommerciali, quanto antiesclusione. Per lui l’open source vuol dire non poter essere tagliati fuori. Vuol dire poter continuare a lavorare a un progetto a prescindere da chi lo mette in commercio.

La GPL è fantastica perché permette a chiunque di entrare (e restare) in gioco. Pensate a che grande progresso per l’umanità! Ma questo vuol dire che tutte le innovazioni dovrebbero essere GPLlate?

Neanche per idea! É il corrispettivo tecnologico del problema dell’aborto. Ogni singolo innovatore dovrebbe poter decidere se GPLlare un progetto o se scegliere unapproccio più convenzionale al copyright. La cosa che mi fa impazzire di Richard è che lui vede tutto in bianco e nero. E questo crea inutili divisioni politiche. Non capisce mai il punto di vista degli altri. Se si interessasse di religione, sarebbe un fondamentalista.

In effetti la cosa più fastidiosa – seconda solo ai fanatici religiosi che bussano alla mia porta per venirmi a dire in cosa dovrei credere – è la gente che bussa alla mia porta (o mi bombarda di e-mail) per dirmi come dovrei pubblicare il mio software. Non dovrebbe essere una questione politica. La gente dovrebbe poter decidere da sola. Una cosa è suggerire a qualcuno di considerare l’idea di GPLlare il proprio software e poi lasciarlo decidere da sé. Un’altra cosa è mettersi a discutere. È davvero terribile quando la gente si lamenta del fatto che io lavori per un’impresa commerciale che non GPLla tutto ciò che produce. Io di solito rispondo che non sono fatti loro.

La cosa che trovo tremendamente irritante in Richard non è il fatto che creda che Linux -poiché il suo kernel faceva affidamento su applicazioni del progetto software gnu – dovrebbe chiamarsi «gnu/Linux». Non è il fatto che ce l’abbia con me perché sono diventato il volto pubblico dell’open source anche se lui condivideva il codice quando io dormivo ancora in un cesto della biancheria. No, il motivo per cui lo trovo tanto fastidioso è che si lamenta costantemente del fatto che altre persone non utilizzano la GPL.

Ammiro Richard (da lontano) per un sacco di motivi. E tendenzialmente rispetto le persone che, come Richard, hanno opinioni morali molto forti. Ma perché non possono tenere per sé queste opinioni? La cosa che più detesto è quando la gente mi dice cosa dovrei o non dovrei fare. Provo una profonda antipatia per le persone che pensano di avere voce in capitolo sulle mie decisioni personali (eccetto, forse, mia moglie).

Nel corso dello sviluppo di Linux sapientoni come Eric Raymond hanno suggerito che il successo del sistema operativo e la longevità della sviluppo open source siano in parte stati un effetto del mio approccio pragmatico e della mia capacità di non schierarmi con nessuno nelle dispute. Sebbene Eric sia probabilmente il migliore teorico del fenomeno open source (e sebbene io sia fermissimamente contrario alle sue idee a favore delle armi da fuoco), credo che la percezione che ha di me sia leggermente sfasata. Non è che io mi astenga dallo schierarmi. È solo che provo un profondo biasimo per chiunque cerchi di imporre la propria morale agli altri. E potete sostituire la parola «morale» con «religione», «fede informatica» o altro ancora. Se imporre una morale è sbagliato, il passo successivo – istituzionalizzare una morale – lo è doppiamente. Credo fermissimamente nella scelta individuale, il che vuol dire che penso che quando si tratta di questioni morali la scelta spetta a me e a me soltanto.

Voglio decidere da solo. Sono assolutamente contrario a che la società imponga regole non necessarie. Credo fermamente che in privato si dovrebbe poter fare qualsiasi cosa si voglia, purché non si faccia del male a nessuno. Qualsiasi legge che dica il contrario è una legge molto, molto sbagliata. Ed esistono leggi che dicono il contrario. Mi capita di scoprire delle regole che fanno paura, soprattutto tra quelle imposte nelle scuole e ai bambini. Provate a immaginare di imporre delle norme perinsegnare l’evoluzione e di farvi portare da queste norme nella direzione sbagliata. É una cosa spaventosa. È la coscienza sociale che infila il proprio orribile naso in posti con cui non dovrebbe avere nulla a che spartire.

Allo stesso tempo io personalmente credo che esista qualcosa di più importante di me e delle mie decisioni morali individuali: non si tratta della razza umana, ma dell’evoluzione. Di conseguenza voglio che le mie scelte individuali tengano conto delle problematiche sociali. Ma credo sia una cosa innata. Credo che il fatto di tenere conto del sociale sia una cosa innata nella biologia umana, nell’evoluzione. In caso contrario saremmo scomparsi molto, molto tempo fa. L’unica altra cosa contro cui valga la pena di concionare: la gente che tende a fare delle prediche. Non c’è alcun motivo valido per evangelizzare a destra e a manca e per sentirsi tanto nel giusto mentre lo si fa.

E io ora sto parlando come uno di loro. Ma è una trappola in cui è facile cadere quando la gente inizia a prenderti troppo sul serio.

Linus Torwalds

 

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