Io so che tu non sai, tu non sai che io so. Strategie dei rapporti interpersonali… di Salvo Vitale


salvovitale
 

Leggo e riprendo questo articolo – che sento in qualche modo riguardarmi – di Salvo Vitale. 

“Le idee dominanti sono quelle della classe dominante” (Marx)

Il rapporto implica sempre una serie di categorie, dall’età, al sesso, alle esperienze in comune, all’intensità dei rapporti, alla frequenza, alla considerazione dell’importanza di una persona, di un gruppo, di una scelta ideologica, nella nostra considerazione. La discriminante dell’età rende più chiare alcune valutazioni: con molta soddisfazione, con qualche compiacimento, sai che gli altri scambiano la tua lucidità per obnubilazione. Il vecchio trucco di far credere folle il saggio, quello che ha scoperto il trucco, quello che può svelare agli altri la dimensione del trucco. E così il primo passaggio diventa di giocare con gli altri, i quali intanto pensano di giocare con te.
Io so, ma tu credi che io non sappia, oppure, se sai che io so, giochi a farmi credere che il mio sapere è falso, e io, che conosco i passaggi, ti lascio nella tua convinzione. E’ molto improbabile che tu riesca a capire, a intuire che ho totale coscienza delle tue piccole strategie, che conosco il tuo gioco e voglio farti credere di non conoscerlo: sei così chiuso in se stesso e nella tua convinzione di essere al di sopra di tutti, (il buco del culo del mondo), da non accettare, a parte i pochi casi di persone con particolare sensibilità, che la dimensione dell’altro possa conciliarsi e, meno che mai, sovrapporsi alla tua: se tu avessi la capacità non comune di metterti sulla mia stessa lunghezza d’onda, ci divertiremmo a giocare reciprocamente, al di là del diaframma della prevaricazione o dell’esclusione di un rapporto di reciproca ambivalenza caratterizzato dalla stima.
Io so che m’inganni e so che lo fai perché ciò ti fa sentire più furbo di me. Se proprio non voglio cedere, puoi alzare il tono della voce, parlarti addosso, non lasciarmi parlare, non lasciare, nel caso ci siano altri, che mi ascoltino. So quel che pensi: parla quanto vuoi, ma non mi smuoverai dalla mia posizione, tuttalpiù fingerò di essere d’accordo con te, rivendicando a me stesso l’abilità di saperti prendere in giro. E se i tuoi argomenti sono logici, rigorosi, documentati, ineccepibili, se mi metti con le spalle al muro, posso fingere di darti ragione, sì, va bene, certo, d’accordo, effettivamente..…però, ma, perché vedi…e intento cambio discorso, svicolo su altri argomenti, parlo di cose su cui non si può dissentire, per tornare a galla applicando al presente, all’oggetto, anzi al soggetto del contendere, una proprietà, una categoria, una chiave di lettura valida per altri contesti, una dimensione storica d’altri tempi, con effetti del tutto estranei alle cause di partenza. E, quando tutto ciò non bastasse, aggiungo qualche insinuazione sul tuo modo di essere, di giudicare, di ribattere, di non essere democratico e quindi di non accettare un parere diverso dal tuo: devi essere disposto a credere anche che il papa è, può essere ateo, che Messalina era, poteva essere vergine, che il ghiaccio si forma, si può formare dal fuoco: e, del resto, Wittingenstein non ha detto che “tutto ciò che è pensabile ha la possibilità di essere reale”? Già, la possibilità! Così abbiamo due parametri di presunta valutazione di superiorità, tra il singolo e il suo altro, e tra il singolo e i molti altri, tra i quali è stato sottoscritto una specie di codice regolamentare per creare attorno al singolo-altro, nel caso che si tratti di soggetto critico, espressione di una diversità inconciliabile, la barriera, il cordone sanitario, la presa di distanza, al fine di non rendere condivisibile ciò che lui sa e in cui crede.

Il singolo e gli altri
Su tutto si spalmano le modalità della sopraffazione, prima fra tutte quella psicologica: l’utilizzo senza scrupoli di tutti i mezzi di trasmissione e comunicazione dei saperi che nel corso dei secoli hanno dimostrato di avere la forza d’imporsi, cioè dei giudizi generati in singoli contesti sociali vincenti, in pratica il codice culturale delle classi abbienti, anzi, di coloro che hanno messo la loro intelligenza al servizio delle classi abbienti: è il principio direzionale che muove la reciprocità del rapporto con un eventuale altro sapere di direzione diversa. In realtà si tratta di unidirezionalità, intenzionalità a senso unico, che diventa prevaricazione attraverso l’uso di strumenti talora violenti, altre volte raffinati. Il rapporto con l’altro, diventa rapporto con la totalità dei singoli, la cosiddetta opinione comune, di cui si disegnano i margini di ciò che è “comune”, a proprio uso e consumo, oppure se ci spostiamo nel campo dei valori comportamentali, in quella che Stuart Mill definisce la “polizia morale”, la faccia etica della dittatura della maggioranza. L’eresia, come rifiuto o diversa interpretazione del codice religioso ufficiale, la scomunica come suo strumento di condanna, la tortura per arrivare all’abiura, una volta anche il rogo, il peccato come violazione delle regole morali, , il reato come violazione del codice penale e la condanna determinata dalla magistratura, sempre in linea con le direttive dei detentori del potere, sua espressione, e poi l’accusa di terrorismo, di attentato alla sicurezza dello stato, sono alcuni degli infiniti strumenti di repressione del dissenso, sia esso politico che religioso. Il tutto è dato dalla costante costruzione di un involucro di protezione intorno al sapere unico.
Platone prosecutore di Socrate? Neanche per sogno. Socrate aveva individuato in ogni soggetto la sua unicità e singolarità, il possesso di propri soggettivi saperi, che non si confrontavano con i saperi altrui al fine di estrapolare poi un sapere unico. Il messaggio o il valore intravisto da Socrate, introiettato attraverso il “conosci te stesso” ed estrapolato attraverso la maieutica, non tende a una generale astrazione verso la formazione di un “modello” di sapere oggettivo, ma circoscrive l’identità del singolo nella sua unicità, nella sua unità di misura per tracciare, delineare, colorare con il proprio strumento di personalizzazione l’esterno e la dimensione del pensiero nella forma, nell’impronta che ogni singolo riesce a dare a ciò che lo circonda: l’essere esterno come dimensione del proprio essere, il proprio essere interno come kantiana “forma”, ma non “a priori”, in cui registrare, sistemare i dati trasmessi dalla sensibilità. Impressioni e idee, (Hume), i cui meccanismi di associazione, diventati principi per il singolo e canoni per la totalità, galleggiano nella loro singolarità sconnessa e disorganica che chiude costantemente l’adito ad ogni certezza che non sia la certezza del dubbio, e forse neanche quella. Si potrebbe discettare sull’oggettività dei valori etici, dei principi morali, persino delle leggi, che sono o sarebbero quelle che, da una parte puniscono Socrate (ingiustamente) e dall’altra gli impediscono, per non venir meno ad esse, di fuggire, ma il sospetto che Platone abbia “violentato” il pensiero socratico per adattarlo alla sua concezione è troppo forte. L’oggettivazione, l’intuizione del modello unico, di cui i singoli modelli sono estensione o “copia”, se non brutta copia, è fatta da Platone: il suo idealismo è la cima più alta della sapienza aristocratica greca. Attraverso frammenti di idee, selezionati dalla capacità che essi contengono di potersi estendere a un nucleo di intelligenze, si crea l’idea unica, il modello, (eidos), la struttura, il calco, il punto di riferimento del pensiero, senza possibilità di errori, la perfezione di cui l’architettura della logica aristotelica diventa il metodo esplicativo, lo strumento applicativo.
E così si snoda nei secoli la lunga teoria di nuclei familiari più o meno potenti, in rapporto alla proprietà dei mezzi con cui imporre la propria ragione, la propria Weltangschaung, e la capacità di diffusione di idee e ideologie generate al proprio interno e spacciate per “uniche verità”. In pratica si attiva la distinzione in classi sociali, in ricchi e poveri, in servi e padroni, su cui si scrive la storia .E’ il caso di ricordare che nell’Atene di 250.000 abitanti, quelli che avevano la cittadinanza ateniese e che, quindi, potevano occuparsi di filosofia, di politica e altro, erano 25.000, il resto era tutta gente al loro servizio.
C’è una dialettica in tutto questo? Non credo. I detentori della ricchezza e della forza riescono, in ogni caso, a restare al loro posto e, se per caso scoppiano antitesi, rivolte, subbugli, sommosse, alternanze, tutto viene risucchiato dalla superiorità dell’idea astratta. I principi “immortali” della Rivoluzione Francese, sono solo principi che valgono come idee di fondo cui cercare di uniformarsi in apparenza, onde lasciare l’impressione che esista una possibilità teorica di applicazione laddove questa possibilità è, per sua composizione interna inapplicabile. Se la perfezione fosse conseguibile, non si potrebbe più anelare ad essere perfetti, così come, se l’infinito fosse misurabile, o addirittura esistente, non sarebbe più infinito.
Il cristianesimo ha trovato tutto pronto per essere servito: si è dovuto solo preoccupare di rendere accessibili a tutti i fondamenti del pensiero greco, facendo loro indossare gli abiti prima del più astratto pensiero ebraico e dopo del più pratico e sistematizzante pensiero romano: i parametri dell’idealismo platonico sono stati semplificati , con i concetti onnicomprensivi di dio, anima, mondo ultraterreno, spirito, virtù, preghiera, fede, grazia, estasi, giustizia divina a compenso delle umane ingiustizie, e altre creazioni mentali di questo tipo: il pregio di tutta questa costruzione dei “doppioni” (D’Holbach) sta nell’assicurare la gestione dei valori, anzi dei disvalori dominanti, utili alla perpetuazione della cosiddetta “razza padrona”, come momento di passaggio, più o meno transitorio, dietro cui è nascosta la violenza e la brutalità, delle classi sociali, che conoscono benissimo la teoria del negare come momento provvisorio per ricomporre una più rafforzata sintesi. La magra consolazione sta nel fatto che il regno dei cieli si aprirà dopo la morte e lì sarà fatta giustizia per tutti, perché davanti alla legge divina tutti saranno molto più uguali di quanto non lo siano sulla terra. Così la disuguaglianza, anche giuridicamente, trova la sua giustificazione. E, visto che la negazione è momento transitorio, utile al rafforzamento della tesi, c’è chi sostiene che bisogna evitarla per non rafforzare ciò che si vuole negare. Ovvero rimanere nella conservazione piena.

Il singolo e l’altro
Cosa c’entra questo con la considerazione iniziale? Quello in cui io credo è così come io lo credo, perché così mi è stato trasmesso, io l’ho accettato facendolo diventare l’elemento portante della mia identità e non esiste la possibilità di metterlo in discussione, perché altrimenti dovrei mettere in discussione me stesso, dovrei suicidarmi. E poi, perché? Sto bene così, dentro la caverna, a guardare le ombre sulla parete. E del resto il sapere alternativo può essere rischioso, stravagante, pericoloso, folle, eversivo, sovversivo, ideologicamente inquinante e, comunque, un’arma che minaccia la sicurezza dell’establishment sedimentato nella sua uniformità, insipienza, confezionamento e trasmissione di codici di comportamento che mascherano la propria identità, dove fare galleggiare con calcolato risultato le ochette e i galletti con sogni di affermazione nel mondo dell’immagine o in quello del facile successo economico, magari con la spinta, il “calcio in culo” del genitore. Nel ’77 si sosteneva che “il personale è politico”, nel tentativo di giustificare come politica la scelta di negazione della politica, il ripiego nella propria dimensione, soggettività, il distacco dalle idee “politiche” legate a strutture e a principi e obiettivi condivisi, sulla cui base costruire modelli di vita differenti. Tutto questo ha portato e comportato il ripiego nella classica “turris eburnea”, non solo quella degli intellettuali, ma anche quella dei militanti politici, a seguito di scelte di vita legate a modelli piccolo-borghesi, tipicamente egoistici, ma giustificate anche dalla constatazione di crolli e sconfitte che hanno reso sempre più lontano, se non utopico tutto ciò in cui si era creduto o per cui si era combattuto. E’ il caso di citare, a riguardo, il giudizio di Peppino Impastato: “La gente peggiore l’ho conosciuta proprio tra i “personalisti” (cultori del personale) e i cosiddetti “creativi” (ri-creativi: un concentrato di individualismo da porcile e di “raffinata” ipocrisia filistea: a loro preferisco criminali incalliti, ladri, stupratori, assassini e la “canaglia” in genere”.
E quindi un personalismo che non è il classico passaggio dell’incomunicabilità, come caratteristica dell’uomo della società industriale moderna o dell’estraneità come incapacità del diverso di sapersi adeguare alle regole comuni: queste sono disposizioni psicologiche motivate, anche se non prive di alcune caratteristiche estensibili universalmente: qui si tratta della “superiorità”, spacciata per identità nicciana, determinata dalla presunzione, spesso dalla stupidità, facilmente riscontrabile nella vacuità dei contenuti o nell’incapacità di sapere organizzare in progressione logica i dati acquisiti. La condizione è patologica quando l’io di colui con il quale ci si rapporta, diventa la sua assoluta unità di misura, con il ricorso ossessivo alla memoria di passate esperienze e conoscenze, per cercare, sempre e comunque, un qualche collegamento che ne giustifichi la referenzialità, la centralità assoluta, l’esi
bizione enciclopedica del proprio vissuto. La ricerca di gratifiche nasconde quasi sempre una insicurezza di fondo, il bisogno di sapere mostrare a se stesso e agli altri una valenza che nasconde molte debolezze. La cosa subisce un’impennata se c’è una platea, anche minima e, nel rapporto con il rifiuto di prendere coscienza dei propri limiti, può comportare degenerazioni e intolleranze nei confronti di qualsiasi tipo di dissenso. Si arriva così all’individuazione della dinamica del giudizio che cambia.

Il giudizio che cambia
Quando si vuole criticare qualcosa, si trova sempre qualche motivo per farlo. Anche a costo di fare forzature, di stravolgere un’affermazione per farla diventare il contrario di quella che è. In tal caso non c’è più il dato, ma il significato, la lettura soggettiva del dato. Il problema, tuttavia, non è nella critica, che è un effetto, ma nella causa che la determina. Perché si vuole criticare qualcosa? Qual è la molla che fa scattare la critica? Il movente non è molto distante, nel rapporto interpersonale, dalle situazioni con cui si sviluppa la crisi della biunivocità, sino ad arrivare alla sua totale negazione, che comporta anche la negazione della persona di riferimento. Più o meno come vedere attraverso un occhiale colorato, o anche di vista. Cambiata la chiave di lettura, ogni cosa assume dimensioni diverse e impensabili sino a poco tempo prima: tutto quello che sembrava bello, che mi faceva ridere, che destava ammirazione, diventa sciatto, banale, insipido, distante, sgradevole, antipatico. Ogni cosa, ogni gesto, ogni parola, diventa un tassello che alimenta la distanza, minuto dopo minuto, giorno dopo giorno, sino ad arrivare alla soppressione logica e psicologica dell’interlocutore, il quale, nella sua condizione di vittima sacrificale ha come possibilità o il silenzio, il taglio del rapporto dialogico, la costruzione di una parete divisoria, o un atteggiamento difensivo, se non si vuole inasprire la distanza, o, in rapporto al proprio livello di aggressività, la risposta fredda, colpo su colpo, il ping pong, il mettersi alla pari senza rinunciare all’analisi spietata e alla denuncia dei passaggi sotterranei che determinano le critiche e le manipolazioni degli argomenti. In quest’ultimo caso, poiché nessuno ammette che si tratta di errori di valutazioni o di chiavi di lettura emotivamente falsate, siamo già sull’orlo della rottura, con il suo micidiale carico di risentimenti, amarezze, incarognimenti, contrapposizioni, mugugni, rodimenti interiori, preparazione mentale della frase, della risposta, con attenta scelta delle parole, ognuna con la sua spietata forza di un’arma da taglio. Una vera e propria condizione patologica. Un cancro che rode, che alimenta metastasi, che distrugge la positività, la presenza del sorriso, della gioia, dell’intimità, della comprensione. Spesso un bacio, un abbraccio, possono dare l’illusione che tutto sia stato superato, ma, se c’è il malessere, questo non tarderà a ripresentarsi. Se non si è in grado di invertire questa fase, e, per farlo, ci vuole amore e intelligenza, l’unica soluzione è il bisturi. Al di là del rapporto d’amore, con tutti i suoi coinvolgimenti emotivi, rimane quello dialogico secondo l’indicazione di Epicuro: “di tutte le cose che la saggezza fornisce per rendere la vita interamente felice, quella più grande in assoluto è il possesso dell’amicizia”. Durante la rivoluzione francese la chiamavano “fraternitè”.
Tutto questo vale anche se variano le scelte ideologiche: in tal caso, oltre che a rinnegare le idee in cui si è creduto, si rinnega anche se stessi ( gli “errori giovanili”) e ci si circonda di una patina di autocompiacimento nel ritenersi capaci di “avere preso coscienza”, di avere avuto la forza e la capacità di rimettere in discussione un passato fatto di uomini e idee in cui non ci si riconosce più. Per non parlare delle forzature logiche, dei falsi teoremi che vengono adottati e che stanno dietro la necessità, se non la pretesa, di giustificare la scelta.
Quando avremo imparato a parlarci come compagni di uno stesso itinerario, il cui traguardo è il raggiungimento di una comune serenità e la disponibilità al confronto e alla costruzione di infiniti saperi, di infinite ideologie, di molteplici tolleranze e di comuni convivenze reciprocamente costruttive, avremo realizzato i vari e affascinanti modi di essere di una odiata, vituperata, temuta, osannata, offesa, oppressa e soppressa parola, il comunismo, dove ci si riconosce come “compagni”.
30.10.2013 – 27.12.2013

Pubblicato su Antimafia Duemila il 27 dicembre 2013

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