Cosa direbbe Pasolini? Quel capitolo di un libro scritto per Salvatore Coppola

 

Salvatore Coppolo. Foto di Sebastiano Gulisano
Salvatore Coppolo. Foto di Sebastiano Gulisano

Ripropongo il primo capitolo (in forma di bozza così come lo ricevette Licchia) del libro L’Italia Cantata dal Basso edito da Salvatore Coppola (Licchia, appunto). Datato, il capitolo. Ma non tanto. Un libro scritto e pubblicato fra il 2010 e 2011.

Ricordando Salvatore, ricordando Pier Paolo

 

***

Ci manca, enormemente, Pier Paolo Pasolini. Ci manca la sua lucida critica, la sua visione chiara e tagliente della nostra società. Ci manca il suo saper capire spietatamente le cose e descriverle. Rendere comprensibile quello che accade in questo Paese allo sbando, minuziosamente. Capendo il tempo in cui si vive e anticipando quello che accadrà. Cosa direbbe oggi Pasolini osservando il tracollo del berlusconismo? Come descriverebbe la fine del potere dell’uomo di Arcore, illuminato come un centro commerciale, falso come un tarocco esposto in una vetrina?

 

Esterefatti guardiamo questo nostro pezzo di storia scivolare verso il nulla. Fra scandali, feste, orgette, anziani libertini a caccia di ragazzine, servi sempre pronti a servire, a inchinarsi e obbedire. Ci stupiamo della sfrontatezza del potere, di imprenditori che non fanno impresa, di politici che si dedicano alla vanità, di intellettuali, presunti, che si offrono al migliore offerente. Sta cadendo Berlusconi , ma non il berlusconismo. Cade di schianto come un ubriaco. Nel lusso pacchiano di chi sa di potersi permettere tutto, anche l’impossibile. Perché compra quel poco che resta. Compra cose, idee persone, corpi.

Cosa direbbe oggi Pier Paolo ascoltando un ministro dell’Interno fornire una versione se non tarocca quantomeno parziale, incompleta, di una notte di impazzimento istituzionale? Cosa direbbe delle telefonate del premier in questura di Milano per far “sparire” al più presto da quelle stanze una ragazza di 17 anni frequentatrice delle sue feste? Cosa direbbe nel vedere un magistrato costretto a convocare i giornalisti per smentire un ministro?

Rimane un sapore amaro in bocca leggendo le cronache di questi novelli 100 giorni di Sodoma. A osservare i fiumi di fango che straripano dai media  utilizzati come armi. A vedere la fuga di questi fedelissimi al leader che, vedendolo scivolare nel baratro, farebbero di tutto pur salvare la pelle. Anche negando di averlo servito.

Rileggo i verbali e gli atti dell’inchiesta  sulla “cricca” e poi quelli sulla cosiddetta P3. Se fossi Licio Gelli li querelerei questi neofiti dell’associazione segreta. Al confronto di quello che emerge da queste inchieste, prontamente svanite dall’attenzione pubblica, la loggia P2 sembra una onlus. E Licio Gelli, appunto, un brav’uomo.

Come commenterebbe Pasolini la notizia dell’ex direttore del Sisde a capo della Protezione civile? Possibili che nessuno si scandalizzi, faccia domande? Proprio alla luce di quello che è diventata la protezione civile sotto il regno di Bertolaso, i dubbi e le domande dovrebbero sorgere naturali. E invece nulla. Come nulla accade anche davanti a alluvioni che in Veneto, Campania  e Calabria  potevano essere facilmente prevenute. Come nulla accade davanti al nostro patrimonio artistico e culturale che frana, si sgretola. Come nulla accade, ancora una volta, a L’Aquila, da decine di mesi abbandonata, senza fondi, senza risorse , senza attenzione. Perché non si può ammettere che si è abbandonato un pezzo del Paese dopo aver speculato sulle loro spalle, sul loro dolore, sui loro lutti. E nulla accade in Campania , dove l’emergenza rifiuti  è diventata un modo di vivere. Dove il potere si manifesta con teste rotte e rivolta di popolo. Come a Brescia, terra di evasori, come dimostrano le recenti indagini della Guardia di Finanza, dove si  bastona chi chiede di risarcire con un  atto di giustizia  quei lavoratori stranieri truffati da persone per bene. Italiani brava gente.

 

Tutto questo è accessorio e marginale nell’orgia finale del potere. Mentre altri poteri, forse più rassicuranti ma non meno terribili si preparano a prenderne il posto.

Ci manca Pasolini. In questo momento di sbandamento. In questa attesa. Proprio ora che temiamo di essere trascinati anche noi, quel poco che resta della nostra comunità, nel baratro della caduta di Berlusconi .

Ci manca quando vediamo le gru dell’Expo di Milano tirare su la scenografia padana dell’inutilità foraggiando la ‘ndrangheta con fiumi di denaro. Quando emergono verità inconfessabili sulle stragi di mafia  del biennio 1992 e 1993. Quando i cronisti calabresi, e non solo loro, si trovano a rischiare la vita per raccontare frammenti di verità. Quando si forniscono scorte a lenoni elargitori all’ingrosso di ragazze in vendita e pronti a soddisfare i desideri e i vizi dell’imperatore e della sua corte. Quando quelle stesse scorte si negano a testimoni di giustizia , magistrati, giornalisti e politici coraggiosi sotto minaccia.

“Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica  sono due cose inconciliabili in Italia  – scriveva Pasolini il 14 novembre del 1974-.  All’intellettuale – profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana – si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici. Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al “tradimento dei chierici” è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere”. Ci manca.

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