Il Belpaese infelice

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Mentre siamo impegnati al registrare l’agonia dell’eterna telenovela berlusconiana – rimuovendo venti di guerra e crisi economica – ieri nel silenzio generale è stato reso pubblico il secondo rapporto dell’Onu sulla felicità. E l’Italia, fotografata impietosamente, scivola sempre più in basso nella lista dei paesi più “felici”.

L‘Adnkronos ha pubblicato un ottimo pezzo ieri che qui riporto integralmente

 

Quasi un crollo di nervi. L’Italia come paese depresso, almeno stando al secondo Rapporto mondiale sulla Felicità dell’Onu, è un risultato che non ci si aspetterebbe da un paese denso di bellezze naturali e culturali, eppure il fu-Belpaese è 45° nella classifica, sovrastato da paesi di ogni continente e anche tradizionalmente alle prese con problemi di una serietà qui sconosciuta, come ad esempio Panama, Israele, Messico. A parlarne con l’Adnkronos sono due economisti e un sociologo, rispettivamente Paolo Cacciari, Giuseppe De Marzo e Domenico De Masi; il primo teorico della decrescita felice, il secondo impegnato nella campagna “Miseria Ladra” di Libera, che verrà presentata questa sera a Grosseto, e il terzo propugnatore dei valori anche sociali di un tempo liberato dal lavoro “classico”. Tutti puntano il dito sulla progressiva erosione dello Stato sociale, accoppiata a una più recente scomparsa della “missione sociale” della collettività italiana.

 

 

“Sono tutto sommato sempre le stesse, care, vecchie socialdemocrazie a tenere botta anche in questi tempi di crisi -osserva Paolo Cacciari, tra i promotori del Festival della Decrescita di Venezia-, quelle che hanno conservato il welfare, lo Stato sociale. Sapere di avere un futuro tutelato dalla collettività rasserena e rende più felici”. E questo è il primo dei motivi, osserva, che vede cinque nazioni al di sopra delle Alpi ai primi cinque posti: ma non basta.

 

 

“C’è anche da sottolineare che in quei paesi le città ‘funzionano’, con servizi di ogni genere, traffico automobilistico sempre più scarno, aree conviviali sempre più estese: tutto ciò dà una sensazione di benessere che la mercificazione non dà”. Mentre in Italia va “constatato un suicidio in atto. Un volersi male che parte da precondizioni invece ottime, con il nostro territorio storicamente attraente e una stratificazione culturale tra le più pregiate del mondo. Abbiamo fatto andare a male tutto ciò, e ora ne paghiamo le conseguenze”.

 

 

Sulle “città funzionanti” punta anche Domenico De Masi. “Sono una derivata del welfare funzionante: quando esistono i servizi statali di buon livello, il resto è a ricaduta. Invece vedo che in Italia il welfare viene smantellato, e mi chiedo che senso abbia. Per certi versi noi dovremmo essere strafelici: abbiamo clima, natura, opere d’arte. Un popolo felice non può stare 4 mesi a discutere sulla sentenza di Berlusconi. Siamo un popolo depresso perché non ci occupiamo più della nostra felicità. E invece deve essere il primo pensiero della mattina”.

 

 

Inoltre, “ci rende infelici il disorientamento. Non abbiamo più una coscienza della nostra utilità come società, della nostra ‘mission’ umana. Senza parametri di navigazione, senza sapere cosa sia bene o male, libertà o schiavitù, andiamo a sbattere -conclude De Masi- Un esempio mi è stato dato giusto oggi da una mia studentessa, che ha definito l’Italia ‘uno dei paesi meno liberi del mondo’. Non ha proprio idea di dove sia e cosa sia, e fortunata lei che non era all’esame altrimenti l’avrei bocciata”.

 

 

“Un popolo privo di cultura, memoria e valori è un popolo destinato a perdersi. E del resto la parola crisi vuol dire scegliere: quando non scegliamo o fai scegliere ad altri, come accade da oltre trent’anni, nella crisi ci restiamo”. Giuseppe De Marzo, teorico dell’economia democratica e impegnato insieme a Libera di don Luigi Ciotti nel lancio della campagna Miseria Ladra, che proprio stasera verrà presentata a Grosseto con 10 proposte per uscire dall’impasse economica italiana, osserva che “la povertà è diventata la principale malattia: quasi il 20% vive in povertà relativa con 506 euro mese, 4,6 milioni al di sotto e quindi in povertà assoluta: dati che peggiorano di anno in anno. Questo oggi è il peggior paese in Europa dove nascere: c’è il 32,3% di possibilità di rimanere povero se nasci oggi qui”.

 

 

A questo processo socioeconomico “si accompagna quello culturale, che rende il nostro paese apparentemente triste”. Ma “possiamo tornare a osare la speranza e a ricostruire un noi collettivo -prosegue De Marzo- se sapremo guardare alle parti più vive del paese”, quel sistema solo apparentemente frastagliato e scollegato fatto da coloro che “in questo momento storico combattono contro la povertà che si battono alla difesa Costituzione, contro la costruzione di megaopere inutili, per i servizi pubblici non in mano ai privati, per i beni comuni, una mobilità differente, per le energie rinnovabili, contro le mafie, che oggi hanno più l’aspetto della speculazione e delle banche che stozzano il futuro”.

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