Quell’Era (Alemanno) che ci è caduta addosso e che paghiamo ancora

maproma

Riporto qui alcune pagine dell’Ebook L’Era Alemanna che ho scritto alla vigilia delle elezioni amministrative di pochi mesi fa. Lo trovate a questo link se vi interessa. In questi giorni sto riflettendo, e non da solo, su cosa manca in termini di politica e soprattutto di informazione a Roma per affrontare gli effetti di quella catastrofe rappresentata da cinque anni di amministrazione Alemanno e Polverini. Rendendomi conto che i mali di Roma sono ancor più profondi, che la crisi economica, sociale e culturale ha tracciato ferite profonde, che il malaffare e la corruzione erano diventati modus operando, che i poteri criminali e padronali hanno fatto saccheggio di questa città e certo non si sono ritirati dopo la sconfitta della peggiore destra che si potesse immaginare.

E allora rileggo queste pagine e mi sembrano un buon punto di partenza per iniziare a ragionare anche sul futuro.

 

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Il testo da L‘Era Alemanna di Pietro Orsatti edito da I Siciliani / giovani

 

“‘Nsomma, alla fine stò sfizio te lo se voluto pijà. Dopo che so’ anni che stai a parlà de Era Alemanna alla fine sto’ libro l’hai pure scritto”.

 

“E nemmanco un decimo dello schifo che ce volevo mette c’ho messo”.

 

“Bravo! E pensi che così mo’ che l’hai scritto te se ‘nculano de più?”.

 

“No, ma come dici tu me so’ torto lo sfizio”.

 

“Annamose a pijà du pezzi di pizza co’ la mortazza dar fornaro, va’, che a me vedè tutto sto mettesse a ragionà, a scrive, a parlà m’ha messo fame”.

 

 

Non ho memoria di giorni buoni. In questi cinque anni ogni volta che ho posato gli occhi su questa città che mi ha visto bambino ho continuato a ripetermi “non è più mia, qualcuno me l’ha strappata via”.

 

Roma ha una sua anima segreta. Niente di romantico o esoterico. L’anima di Roma è un sorriso di disincanto, di presa in giro, di fatalismo che non crolla mai nella resa. In questi cinque anni quest’anima se la sono rubata a pezzi, come corvi su una carogna a strappare via brani di carne.

 

A Roma il “sinnaco” conta più del presidente del consiglio, di quello della Repubblica, del Papa, di Dio. E perfino, solo a volte però, della Roma e della Lazio. È così dal dopo guerra ed è stato così soprattutto dagli anni ’70 e ’80.

 

Di destra o di sinistra, democristiano o altro. Furbo o di cuore, autoritario o autorevole, maneggione o trasparente, populista o popolare, il sindaco è stato sempre il sindaco. Ed è di tutti. Compresi Giubilo con la sua disastrosa gestione e il suo impalpabile successore Carraro non erano riusciti ad incrinare questa percezione. Alemanno lo ha fatto. Ha svuotato il suo ruolo. Ha umiliato la figura del sindaco della capitale.

 

Con i suoi presidenzialismi tarocchi, con i suoi finti decisionismi, con la sua corte questa si di impresentabili. Con la sua retorica stucchevole e con la sistematica negazione delle proprie responsabilità. Perfino delle più minime. Delle più perdonabili.

 

Affari, parenti, finte privitazzazioni che nascondevano invece saccheggi, corti di cafoni che si abbuffavano, comitati di affari che nobilitavano personaggi di intollerabile inconsistenza e con certificati penali inquietanti. Si è visto di tutto e di più in questa gestione disastrosa. Aprendo un varco dove il peggio, anche le mafie, anche la corruzione più sfacciata, anche il razzismo e la disperazione e la dissoluzione del senso di comunità hanno trovato spazio. Gli ha dato una mano, per il tempo che c’è stata, la governatrice Renata Polverini. Stessa destra, stessa famelica ostentazione di un potere cafone. Polverini che ha allargato la corte e il saccheggio a quel potere, sotto traccia fino ad allora, di gente come Fiorito. La fame della provincia. Gli “inurbati” al banchetto dell’urbe.

 

Roma in questi anni di Era Alemanna è stata abbandonata. Altro che presunzione di Roma Capitale. Mentre si sperperavano miliardi in progetti faraonici e mai avviati e se avviati prontamente fermati (dalla giustizia o dai fatti) la manutenzione minima della città veniva abbandonata. Una città sporca, buia, incupita, inefficiente. E quando parlo di manutenzione non parlo solo dei marciapiedi, delle strade, degli edifici, delle reti fognarie, degli acquedotti, del pateimonio storico e artistico. Ma parlo anche della “manutenzione” della tenuta sociale, dell’accoglienza e dell’inclusione -che è cosa ben diversa della semplicistica integrazione -, della cultura e del senso profondo di comunità. Tutto è stato abbandonato a se stesso. Senza cura.

 

E poi il sistema circolatorio della città, il trasporto pubblico, diventato fondamentale in questi anni di gravissima crisi economica e finanziaria nazionale, europea, mondiale. Mentre si assumevano eserciti di impiegati e soprattutto manager con nessun titolo o competenza all’Atac, il numero degli autisti precipitava (meno di un terzo dei dipendenti), si interrompeva la regolare manutenzione dei mezzi, si facevano circolare bus preistorici e rotti e molto spesso insicuri per gli utenti, si tagliavano linee popolari se ne creavano di nuove con pochissimo pubblico – perché in questi anni è stato cambiato il contratto di servizio non più a numero di passeggeri ma a chilometri percorsi – e contemporaneamente si sperperavano fiumi di soldi pubblici esternalizzando e con disastrosi effetti sul servizio linee, mezzi, piani. E ancora. Mentre si apriva una linea di pochi chilometri di metro senza collaudi adeguati e con guasti immediati, le altre linee ormai sature venivano di fatto abbandonate. E quando partivano opere di ristrutturazione – il caso di Termini il più evidente – si portavano i lavori fino a un certo punto di avanzamento e stop. Poi si vedrà.

 

E gli affari e la grandeur al pecorino dei mega progetti? Le olimpiadi. La formula uno. Niente. Erano improponibili. E infatti non sono andate in porto. E si sono spesi comunque una montagna di soldi. E si è alzato un muro di fumo che nascondesse altro. Trattative per speculazioni e affari che facessero saccheggio del patrimonio della città.

 

E il sindaco di nessuno se non degli affamati di affari e “stecche” intanto strizzava l’occhio ai neofascisti di Casa Pound (con tanto di figlio adolescente militante dell’organizzazione), lanciava proclami sulla sicurezza e in solo cinque anni rendeva Roma dalla più sicura capitale europea nel 2008 a fanalino di coda della classifica. Ora spara in campagna elettorale: 14% di reati in meno. Ma poi vai a vedere di che tipo di reati si parla e ti accorgi che in gran parte sono proprio quelli che scompaiono in ogni luogo del mondo quando si impone su un territorio la dittatura delle mafie. Mafie che a Roma sono sempre state presenti (e tutte) ma mai erano arrivate a imporre una dittatura come quella che si sta affermando oggi con tanto di una guerra sanguinosa per il controllo del traffico anche internazionale della droga, del racket e degli appalti. Lui parla di 14%, mentre il mondo guarda Roma con preoccupazione.

 

 

“E allora? Sta città è sempre stata na tavola piena de roba da magnà pe’ tutti. Pe’ i palazzinari, pe’ li bottegai, pe’ quelli pronti a ammazzasse pe’ raccattà le briciole”.

 

“A Zi, ma c’è sempre stata na barricata che ha impedito che se magnassero tutto. Mo’ invece se so’ magnati pure li sogni, le risate, le lacrime…”.

 

“È la modernità”.

 

Scrivo le ultime pagine de L’Era Alemanna con davanti il bilancio dell’ultimo derby Roma Lazio. Otto accoltellati. L’ho già scritto, a Roma è tornata la moda del coltello. Non è un rigurgito nostalgico dei guappismi alla Rugantino. È altro. I gruppi dell’ultra destra hanno occupato militarmente le curve dello stadio, con tanto di corteggiamenti e assenso di Alemanno e della Polverini. Quando si parla della Roma e della Lazio vale tutto? Qui neanche si parla di tifo, anche perché gli eserciti – e i componenti della truppa – delle due opposte curve sono intercambiabili. A volte apparentemente opposti i battaglioni si scambiano favori e uomini. E sono davvero pezzi di un esercito, pronto a mettersi a servizio. Se c’è da fare massa critica per i tassisti, se c’è da fare la guerra al movimento degli studenti, se c’è da scatenare qualche pogrom nei confronti dei migranti.

 

Mi ci sono trovato in mezzo al caos e nella battaglia dell’ultimo derby. Un derby giocato di sera (si dice da anni che non sia possibile farlo ma ogni volta ci si ricasca) in corrispondenza di orario con uno sciopero del trasporto pubblico. E l’intera zona nord di Roma è caduta ostaggio della prova di forza dei neofascisti camuffati da tifosi. Ho trascorso alcune ore a assistere alla follia immobilizzato dai blocchi e dagli scontri e dallo sciopero dei mezzi pubblici, ostaggio come altre migliaia di persone di una battaglia annunciata e prevista. Che niente aveva a che fare con il calcio anche perché gli scontri e il delirio nello stadio non sono entrati. Non perché ci sia stato qualcuno che lo abbia impedito, ma perché gli eroici picchiatori e accoltellatori erano del tutto disinteressati alla partita e infatti tutto è avvenuto ben lontano dallo stadio che era solo luogo fisico al centro di un campo di battaglia enorme.

 

Sindaco e prefetto potevano chiedere lo spostamento del derby a altro orario. Sindaco e prefetto potevano chiedere ai sindacati lo spostamento dello sciopero dei trasporti o chiedere la precettazione degli autisti. Non è successo nulla di questo. E la città, ancora una volta, è caduta ostaggio dei neofascisti travestiti da tifosi.

 

“A Zi, te se mai chiesto che sarebbe successo se la sinistra nun avesse candidato Rutelli contro Alemanno?”.

 

“Si. E nun saremmo qui a parlà”.

 

“Li sinnaci se so’ illusi di usà i secondi mannati pe’ fa lo zompo. Na’ roba che nun se poteva vedè. Primo mandato fatti e cose bone, seconno chiacchere e propaganda pe’ ‘n posto ar governo. E poi Rutelli, dopo la tranvata che ch’aveva preso facenno lo zompo e candidasse contro Berlusconi… Che fai? Lo rimetti a corre a Roma”.

 

“È la politica”.

 

“No. È na stronzata”.

 

Roma ha la più alta pressione fiscale in Italia. In particolare l’Imu più cara. Ha un debito di 12 miliardi di euro (Alemanno dice ereditato da Veltroni anche se alla fine dei mandati di Veltroni venne certificato un debito di poco più della metà di quello attuale). Una famiglia solo per vivere a Roma spende circa 5.000 euro all’anno in più di una famiglia che vive nell’hinterland anche se scuola e lavoro rimangono nella capitale. Si tratta di una cifra composta da: tasse maggiori, costo di trasporto, prezzi di affitti e di immobili acquistati, prezzi di generi di consumo, prezzi maggiori perfino per generi alimentari.

 

Per far fronte a questa pressione Alemanno ha fatto qualcosa? No, assolutamente nulla. Ha camuffato le voci di spesa esternalizzando apparentemente servizi (puntualmente finanziati), tagliando servizi essenziali mentre contemporaneamente si alzavano tariffe al pubblico e aumentando a dismisura i costi di gestione ordinaria e straordinaria del comune e delle partecipare con una folle e fallimentare moltiplicazione di progetti faraonici mai andati in porto e attraverso i quali intanto c’era chi si arricchiva. Anche se le bocce rimanevano ferme.

 

Nessuno poteva immaginare che fosse possibile fare tanto per sfregiare Roma in soli cinque anni di amministrazione. Sotto ogni piano, ogni punto di vista.

“Nun sei mai riuscito ad annattene da sta città anche se m’hai fatto du palle così che lo volevi fa”.

 

“E c’ho provato. Ma ce lo sai che questa è la città mia, che nun riesco a tajà co’ lei”.

 

“Me stai a fa’ venì la cecagna co’ sto’ romanticismo appiccicoso. Fra ‘n po’ attaccherai a parlà de li maritozzi co’ la panna e della vaccinara che nun la sanno fa più come prima”.

 

“Ma che stai a dì? Quello che vojo sapè da te è solo sta cosa. Tu in questa Roma qua ti ci riconosci?”.

 

“No”.

 

“E te sta bene?”.

 

“Manco”.

 

“E allora?”.

 

“E allora niente. Famo che sta roba qua, quella che chiami Era Alemanna, sia arrivata dritta dritta al tramonto”.

 

“E io che sto a dì?…”.

 

“E ricordamosela bene sta monnezza. Per nun fassela ritornà addosso”.

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