Una storia di mafia “esemplare” che sbuca fuori dai documenti

Palermo anni '60, Monte Pellegrino
Palermo anni ’60, Monte Pellegrino

Relazione conclusiva della Commissione Antimafia del 1976. Documento specifico del gruppo di lavoro sul contrabbando di tabacchi e droga. A pagina 333 di questa sezione compare una storia, che i commissari portano ad esempio di come pezzi dello Stato nell’ipotesi più benevola favoriorono per incomptenza la carriera di un noto mafioso.

Leggiamola

Allucinante è il caso di Davi Pietro: il Ministero
degli interni con una nota del 18
agosto 1960 « riservata-personale », diretta al
Questore di Palermo e firmata « pel Capo della
Polizia », chiede di « fornire informazioni
sul conto del Davi specificando se risulta
che nei confronti del medesimo, titolare del
passaporto n. 7876108, rilasciato da codesto
ufficio in data 15-7 u.c. (cioè luglio ’60),
pende istruttoria penale presso il Tribunale
per contrabbando ed altri reati ».

Il Ministero dell’interno è stato messo sull’avviso
dalla Guardia di finanza (sempre
nel 1960) perché il Davi è pregiudicato per
associazione a delinquere, contrabbando e
traffico di droga.

Se il Ministero dell’interno avesse avuto
una semplice scheda intestata al Davi avrebbe
saputo subito che il personaggio era uno
dei bosses più agguerriti e pericolosi della
mafia, aveva un curriculum di criminale
abile e potente e che solo perché mafioso
era riuscito a sfuggire, ed ancora oggi è
latitante, ai giusti rigori della legge penale.
Eppure esistono, quando il Capo della polizia
chiede notizie, una miriade di informazioni
che, sparse per uffici diversi, si contestano
a vicenda, ma, se coordinate, avrebbero
dato la -misura « di un uomo idi rispetto
». Questo in sintesi e solo a mo’ di esempio
il coordinamento che ha fatto il Sottocomitato
della nostra Commissione: Davi
Pietro è nato nel 1907 ed è soprannominato
Jimmy l’americano. Inizia molto giovane
la sua attività criminale: nel 1925 viene
fermato più volte per misure di pubblica
sicurezza. Viaggia anche molto, il che per
quel tempo è abbastanza insolito per un
giovane mafioso nutrito e protetto dall’arretrata
provincia della Sicilia occidentale. È
a Brescia nel 1926, colpito da mandato di
cattura; a S. Remo il 22 settembre dello stesso
viene munito di « foglio di rimpatrio ».
È a Milano nel 1935 ed ancora a S. Remo
nel 1936 viene rimpatriato col foglio di via
obbligatorio. A Milano nel 1939 viene imj
plicato in un caso di omicidio e la locale
Questura chiede (ma senza risultato) a quella
di Palermo « ricerche, arresto e traduzione».

Anticipatore di tempi ipiù ruggenti (quelli
degli anni 70) è già parte rilevante nell’organizzazione
del contrabbando e del traffico
della droga.

In Germania viene incriminato per traffico
di 400 chilogrammi di cocaina e i suoi
rapporti arrivano fino al Messico e nel Sud
America. È in contatto con i trafficanti intemazionali
più agguerriti, come gli organizzatori
di lanigeri, i famosi Burms, e con
il còrso, non meno famoso, Pascal Molinelli.

Nel dopoguerra Davi crea la più grossa
organizzazione di contrabbando del tabacco
del Mediterraneo. Nel 1950 è denunziato dalla
Guardia di finanza per il contrabbando
di 13.128 chilogrammi di tabacco estero, di
cui 9.000 chilogrammi sequestrati. In Germania,
sempre nel 1950, la polizia, in collaborazione
con il servizio narcotici degli USA,
lo accusa per il traffico di 300 chilogrammi
di cocaina. Nel marzo 1952 la Questura di
Palermo lo denuncia per tentato omicidio
in rissa: si era sparato in un negozio per
la vendita di orologi, ma la rissa non c’entrava
per niente. Si scoprì dopo che il negozio
era il paravento per un’organizzazione
dedita al traffico clandestino di valuta della
quale il Davi era il personaggio di primo
piano, per cui ila sparatoria costituiva un
regolamento di conti.

Nel 1952 il Giudice istnittorc del Tribunale
di Palermo emetteva mandato di cattura,
ma il Davi si è già reso latitante. Poi
lo stesso giudice il 12 luglio 1952 con la
sentenza lo rinviava a giudizio iper rissa
mentre lo proscioglieva dal tentato omicidio
per legittima difesa, e revocava il mandato
di cattura.

Nel 1954 Davi è ancora nel mirino dell’Ufficio
Narcotici USA: una segnalazione alla
Guardia di finanza lo individua come capo
di una organizzazione contrabbandiera in
stretta alleanza con nomi prestigiosi come
quello di Elio Forni. Eppure nel 1955 Davi
si presenta al Consolato USA di Palermo per
chiedere il ‘visto per gli Stati Uniti e come
credenziali per giustificare la richiesta (allora
i limiti per l’ingresso negli Stati Uniti
erano molto rigorosi) presenta una lettera
del cittadino americano Daniel Wolpert che
conferma la necessità di vedere il Davi in
j USA per il « commercio di prodotti farmaceutici
» insieme ad Albert Burms, il noto
contrabbandiere di Tangeri.

Nel corso di un’operazione anti-contrabbando
del 1957 uno dei fermati, tale Manetti
Giovanni, dichiarava alla Guardia di
finanza che a Palermo esistevano solo due
potenti organizzazioni per il contrabbando
del tabacco: quella di Ponente Gaspare e
quella di Jimmy l’americano, cioè di Davi
Pietro.

Nell’aprile 1957 l’Ufficio misure di sicurezza
e prevenzione ideila Questura di Palermo
invia una lettera al Commissario di pubblica
sicurezza di Palermo perché il Commissario
stesso (non il Questore) prenda in attento
esame la posizione di Davi che « in
data 28 aprile 1950 est stato denunciato
opera Nucleo Polizia Tributaria di Palermo
contrabbando chilogrammi 13.128 tabacchi »
al fine di fare pervenire alla Questura « ove
se ne riscontrino gli estremi, motivata proposta
per applicazione suoi confronti provvedimento
diffida ».

È .questo un esempio classico di insipienza
sospetta perché, la Questura dovrebbe
sapere tutto su uno dei più grossi mafiosi
della città sulla quale dovrebbe vigilare, di
lassismo burocratizzante perché è assurdo
chiedere per lettera ad un Commissariato
della stessa città quello che si può ottenere
in pochi minuti con una telefonata, ima anche
di favoreggiamento, non sappiamo fino
a che punto consapevole, sicuramente sospetto,
del gioco .mafioso.

Fra questi rivoli burocratici si perde la
possibilità di individuare singole responsabilità,
e tutto si diluisce nel gioco esasperato
di competenze tra un ufficio e l’altro,
in ‘modo che si innesta un gioco di « scaricabarile
», come la Commissione di inchiesta
in più occasioni ha potuto accertare, nel
quale il vittorioso resta sempre il mafioso.

Infatti il Commissario, a cui sono state
chieste notizie, ed è parte del gioco, così
risponde alla Questura: « dal 1952, epoca in
cui venne denunciato per rissa (il Davi), non
ha più dato luogo ad ulteriori rilievi con la
sua condotta in genere. Egli è commerciante
in preziosi con laboratorio ed uffici hi
Via lonello 7, in società con D’Anna Michele,
e versa in buone condizioni economiche.
E sposato con iprole e non risulta
che mantenga rapporti con elementi malfamati
o mafiosi », perciò il Commissario, tale
dottor Campagna, « non ritiene di formulare
la proposta di ohe trattasi », cioè la diffida.
Val la pena di notare come pennellata
finale che titolare del diritto di infliggere la
diffida è, per la legge del 1954, il Questore e
che, come la Commissione d’inchiesta ha più
volte accertato, la (misura della diffida non
ha ‘mai spaventato nessun mafioso e si è rivelata
solo strumento di piccole persecuzioni
locali.

Naturalmente in mancanza di un coordinamento
e di un ufficio centrale che raccolga
tutti i dati per essere in condizione di
trasmetterli in qualunque momento a tutti
gli uffici periferici di vigilanza di ogni specializzazione,
si verificano casi ohe sono allucinanti
o rasentano il grottesco. Eccone
uno che riguarda il nostro personaggio: lo
stesso giorno, il 12 maggio 1960, arrivano
alla Questura di Palermo due lettere, una
del già noto Commissario di pubblica sicurezza
dottor Campagna, che riconferma la
sua precedente comunicazione di stima e di
fiducia nel Davi e l’altra del Nucleo polizia
tributaria della Guardia di finanza, che comunica
l’arresto avvenuto a New York di
Davi Pietro e Mancino Rosario, perché « gravemente
sospettati di traffico di stupefacenti
e preziosi ».

Per concludere questa prima parte di un
tipico esempio di comportamento palesemente
improduttivo per qualsiasi azione anticrimine,
c’è da aggiungere .che il Questore
di Palermo non rispose neppure alla richiesta
« riservata-personale » che il Ministero
degli interni aveva a lui diretto in data 18
agosto 1960, tanto che lo stesso richiedente
il 6 ottobre 1960 con una nuova lettera « riservata-
personale » — doppia busta — « raccomandata
» pregava di voler riscontrare
la precedente richiesta.

Quando il Questore risponde il 19 ottobre
1960 con lettera « riservata doppia busta »,
si guarda bene dall’esprimere una sua valutazione
sul personaggio, che pure è ormai
noto a tutte ile polizie; si limita a riferire le
risultanze dei « pubblici registri »: ohe presso
il locale casellario non sono annotate
condanne penali, che la Guardia di finanza
gli ha segnalato che il Davi è sospettato
di traffico di stupefacenti, tanto che sarebbe
stato fermato dalla polizia americana e
canadese, che le sue condizioni economiche
| sono buone e « pare che si interessi al commercio
all’ingrosso di preziosi» (sic)!

Al Davi viene rilasciato il passaporto il
30 maggio 1960, ma giusto perché il Tribunale
di Roma ha disposto in tal senso per
quanto riguarda il (processo per contrabbando
che ivi è pendente, validità che è stata
rinnovata per due anni, sempre perché il
Tribunale non ha avuto nulla da obiettare.

La divisione nei poteri del nostro apparato
pubblico per comparti stagni funziona
egregiamente per gli alibi reciproci: il Tribunale
concede il nulla-osta perché giudica
su un solo fatto, quello ‘del contrabbando,
e non conosce, perché nessuno glielo ha mai
detto, la personalità dell’imputato, ed il suo
esteso curriculum criminale.

Il Questore, che pure dovrebbe conoscere
tutto, sia la posizione ufficiale nel processo
pendente, sia quello che riferiscono tutte le
polizie, è pago dell’autorizzazione del Tribunale
che lo scarica di responsabilità.

Il Sottocomitato d’indagine della Commissione
parlamentare ha cercato di approfondire
l’esame di questo ed altri simili fatti
per poter dare un giudizio che, seppure
non comporta l’adozione di sanzioni per
responsabilità da colpire, dato anche il lungo
tempo trascorso, è giusto che sia espresso
per comprendere il difficile mondo mafioso,
correggere gli errori del passato e suggerire
proposte al Parlamento per adottare
nuovi strumenti legislativi. Orbene sarebbe
un errore attribuire Ja .serie di questi incredibili
comportamenti a disfunzioni dell’apparato,
all’arretratezza del « sistema » della
pubblica amimini’Strazione, al lassismo dei
singoli o alla compiacenza di pochi verso
l’organizzazione mafiosa.

Dalla incredibile inettitudine a vigilare sul
vertice mafioso di (Palermo fino alle compiacenze
sul caso Darvi, tutto l’apparato preposto
alla sicurezza pubblica si mostra incapace
a combattere il fenomeno mafioso
perché esso stesso è corroso dalle tarme invisibili,
ma potenti della sottovalutazione manosa.
Non è per caso che si lascia ad una
sola guardia di Pubblica sicurezza di relazionare
sugli incontri all’albergo delle Palme,
così come non accade per caso che il
Questore di Palermo prima di rispondere al
Ministro sulla richiesta Davi .prepara tre
minute (agli atti della Commissione) e nella
prima datata 6 settembre 1960 cancella
la notizia che risulta negli archivi e che
qualcuno ha inserito: nel 1939 il Davi era
ricercato dalla Questura di Milano perché
ritenuto responsabile di omicidio, poi lascia
dormire la pratica e finalmente decide la
risposta, dopo il sollecito.

Quando si manifesterà con decisione la
volontà politica di combattere la mafia,
cambierà il sistema, oltre ohe gli uomini, e
le tradizionali lentezze burocratiche, le carenze
dell’organizzazione saranno superate da
volontà e decisione di agire con coraggio
e tempestività.

Lo stesso « caso Davi » è ancora il simbolo
di questi mutamenti di indirizzo che
si manifestano negli organi della sicurezza
pubblica, nella Magistratura, nello stesso
rapporto con uomini ed organizzazioni dell’apparato
politico. Siamo praticamente al
« dopo Ciaculli » (1963) da cui è possibile
datare un nuovo metodo nella lotta alla mafia,
grazie anche all’iniziativa della nostra
Commissione parlamentare.

Il 13 aprile 1964 il giudice istnittorc del
Tribunale di Palermo emette ‘mandato di
cattura contro Davi per associazione a delinquere
con Cavatalo, Buscetta, Torretta,
personaggi tristi e famosi nell’organizzazione
mafiosa.

Con (rapporti del 28 luglio 1965, 15 dicembre
1965 e 23 febbraio 1966 la Questura
di Palermo denuncia nuovamente Davi per
associazione a delinquere unitamente a Badalamenti,
Caramola, Forni, Greco Salvatore,
Gambino Paul, La Barbera Rosario, Mancino
Rosario.

Al processo di Catanzaro il 22 dicembre
1968 Davi è condannato a 4 anni di reclusione;
il 31 dicembre 1969 viene colpito da
altro mandato idi cattura insieme con altre
53 persone per associazione a delinquere;
infine fa parte del processo « dei 114 » di
cui parleremo in seguito.

Ma Davi si è reso latitante e, come riferiscono
le segnalazioni di polizia, vane sono
risultate le ricerche per catturarlo.

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