La preparazione dell’attentato a Giulio Cavalli. E quella voragine – e quella fuga di notizie – sulla sicurezza a Lodi

giulio-cavalli

La memoria della brava gente è sempre corta. La memoria della mafia, invece, è eterna. La memoria delle istituzioni è grottesca e altalenante. Non ricorda, si perde in guazzabugli burocratici, lascia troppo spesso voragini all’agire dell’anti-stato mafioso. La politica quasi sempre minimizza e mostra fermezze istantanee e altalenanti solo a sangue versato o davanti alle telecamere nel corso degli annuali tour commemorativi (di morti ammazzati e abbandonati in vita, ovviamente). Ha buona memoria la politica, come le mafie, ma solo per negare il ricordo davanti ai microfoni. “Non ricordo, non sapevo, nessuno mi ha avvisato, qualcosa non ha funzionato nella catena di comando”.

La mafia, ripeto, ricorda perfettamente tutto e sa attendere. Il momento giusto. Se poi lo Stato distratto l’aiuta con la propria pochezza, è così facile fornire occasioni a chi sa utilizzarle.

Proviamo a immaginare, quindi, un attore scassaminchia, di nome Giulio Cavalli, spettinato, narciso e dalla bocca larga. Così poco padano e “perbene” in questa borghese provincia lodigiana dove è cresciuto e si è fatto uomo. Un attore che parla di mafie, di malaffare, di politica gretta e affaristica e di pezzi dello Stato che agiscono come club privati. Un attore che si è fatto un pezzo di vita facendo politica e finendo a subire, poveretto, l’ultimo mandato del “Celeste” al Pirellone, e anche lì non ha tirato il piede indietro. Di sinistra, ecco l’ennesima aggravante, e anti razzista e sbeffeggiatore di leghismi e berlusconismi. Si, scassaminchia. Talmente scassaminchia da essere l’unico attore in Europa a subire minacce dalle mafie. Dai gelesi prima, dai calabresi – ormai lumbard – poi.

Immaginiamolo, Giulio, con la vita privata sconvolta e inquinata da minacce continue a lui e ai suoi familiari, dal vivere sotto scorta da anni, da essere ogni giorno sempre più solo. Prigioniero della propria libertà di parola.

E poi. Proviamo a immaginare l’ufficio della prefettura di Lodi dove si decidono tutele e scorte per persone a rischio come Giulio. In quell’ufficio arriva la notizia che Cavalli non è più domiciliato in quella città anche se la sua famiglia, i suoi figli e i suoi genitori continuano a viverci. Si, non vive più lì, Giulio. La vita lo ha condotto a una separazione, ma i suoi figli e i suoi genitori e il suo lavoro e il suo teatro continuano a essere lì a Lodi, e lui si muove avanti e indietro dalla città in cui vive a quella dove vivono i suoi cari e c’è suo lavoro. E quindi. Questa notizia del “diverso domicilio” è arrivata, come è ovvio, alla prefettura della ridente cittadina padana e i funzionari accaldati automaticamente hanno avviato le procedure per togliere il più presto possibile la scorta a Giulio proprio in quel di Lodi. Cioè nel luogo dove è sempre stato minacciato e dove è più facilmente raggiungibile. La questione già sarebbe stata assurda – a farebbe indignare chiunque – se ci si fosse fermati a questo. Ma è successo altro. E di peggio. Si, perché la notizia della sospensione della sicurezza a Lodi è arrivata alle orecchie della ‘ndrangheta con una velocità impressionante, che subito ha rimesso in moto il meccanismo inesorabile per attuare piano pe uccidere Giulio. Con un finto incidente, si è deciso dopo aver scartato l’idea di una finta overdose. Si, perché ormai non si tratta solo di minacce. Questi hanno emesso una sentenza di morte.

Poi un collaboratore di giustizia ha parlato. E il piano e lo scenario in cui è maturato è emerso. Senza possibilità di equivoco.

Oggi Francesco Piccinini su FanPage ha pubblicato una video-intervista al collaboratore di giustizia Luigi Bonaventura che mostra l’orribile lucidità della ‘ndrangheta e la follia burocratica – optando per la versione più ottimistica – che ha consentito ai clan di mettere in piedi il progetto di omicidio.

Giulio Cavalli io non lo immagino. Non ne ho bisogno perché lo conosco e mi onoro della sua amicizia. Tante battaglie ci hanno visti vicini. Io so che ha paura, ma che continuerà a vivere la sua vita e il suo impegno. So della consapevolezza che mette nelle cose che fa. E con me tanti altri, armata Brancaleone che con lui non retrocede. Certo arranca, fatica, si dispera ma non molla, Giulio. E non dobbiamo mollare noi dimenticando quello che sappiamo, quello che abbiamo visto e appreso in tanti anni di lavoro e impegno. Piccolo esercito di scassaminchia, nonviolenti ma mai arresi.

Ogni giorno, da questo istante in poi, verificheremo l’attività della prefettura di Lodi responsabile della sicurezza di Giulio in quella città. E chiediamo, e continueremo a chiederlo fino a quando non verrà data risposta, come sia stato possibile che la ‘ndrangheta fosse a conoscenza della soppressione della tutela contemporaneamente se non prima di Giulio Cavalli.

La memoria lunga l’abbiamo anche noi.

***

Il pezzo di Riccardo Orioles su http://www.isiciliani.it – aggiornamento

Nel mirino della ‘ndrangheta l’artista antimafia Giulio Cavalli

di Riccardo Orioles

La ‘ndrangheta avrebbe pianificato un agguato per uccidere Giulio Cavalli: un finto incidente per eliminare un artista che da anni si batte contro la mafia. Lo afferma Luigi Bonaventura, un pentito della cosca Vrenna-Bonaventura che di recente, con le sue testimonianze, ha contribuito all’arresto di oltre 130 membri della principale cosca di Crotone, nel corso dell’operazione Heracles coordinata da Pierpaolo Bruni della DDA di Catanzaro.

L’attentato, secondo il pentito, avrebbe dovuto essere condotto mediante un camion che avrebbe dovuto investire Cavalli appena gli fosse revocata ( per una “dimenticanza” burocratica fra Lodi e Roma) la scorta. In un primo momento era stata presa in considerazione un’overdose forzata di eroina, ipotesi poi scartata perché, non essendo la vittima un consumatore di droga, l’esame autoptico avrebbe poi destato sospetti negli inquirenti; perciò l’idea del falso incidente stradale.

Cavalli “è uno scassamichia”, “non si fa i c… suoi”, “va ai processi”, “porta l’antimafia in teatro”.

La testimonianza colpisce per la lucidità con cui Bonventura racconta come Cavalli “non sarebbe potuto morire per mano della ‘ndrangheta perché se ne sarebbe fatto un martire”, di come ci fosse la necessità di “delegittimarlo”. Ancor di più colpisce la descrizione della lingua parlata dagli organizzatori dell’attentato: “parlano tutti in italiano senza accento”. La ‘ndrangheta, in Lombardia, è proprio diventata “moderna”.

Tratto da: http://www.isiciliani.it
 

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