L’estate livida – incipit di un nuovo lavoro

borgate08

Le maschere ripugnanti che i giovani si mettono sulla faccia, rendendosi laidi come le vecchie puttane di una ingiusta iconografia, ricreano oggettivamente sulle loro fisionomie ciò che essi solo verbalmente hanno condannato per sempre. Sono saltate fuori le vecchie facce da preti, da giudici, da ufficiali, da anarchici fasulli, da impiegati buffoni, da Azzeccagarbugli, da Don Ferrante, da mercenani, da imbroglioni, da benpensanti teppisti. Cioè la condanna radicale e indiscriminata che essi hanno pronunciato contro i loro padri – che sono la storia in evoluzione e la cultura precedente – alzando contro di essi una barriera insormontabile, ha finito con l’isolarli, impedendo loro, coi loro padri, un rapporto dialettico. Ora, solo attraverso tale rapporto dialettico – sia pur drammatico ed estremizzato – essi avrebbero potuto avere reale coscienza storica di sé, e andare avanti, «superare» i padri. Invece l’isolamento in cui si sono chiusi – come in un mondo a parte, in un ghetto riservato alla gioventù – li ha tenuti fermi alla loro insopprimibile realtà storica: e ciò ha implicato – fatalmente – un regresso. Essi sono in realtà andati più indietro dei loro padri, risuscitando nella loro anima terrori e conformismi, e, nel loro aspetto fisico, convenzionalità e miserie che parevano superate per sempre.

Pier Paolo Pasolini dal Corriere della Sera 1973 “Contro i capelli lunghi”.

 

***

UNO

Dicono che il vento di ponentino, che rinfrescava la città d’estate, sia stato cancellato da un palazzo. Un solo enorme degradato squallido palazzo lungo un chilometro e costruito su una collina: Corviale. E il ponentino sarebbe sparito così, d’incanto. Un oggetto assurdo, quel palazzo, diventato fina dal giorno della sua inaugurazione ghetto dell’ultra periferia romana, messo lì sul cocuzzolo come Fort Apache a dominare il nulla. Come se fosse un’astronave aliena atterrata sulla Terra per dare inizio all’invasione degli ultracorpi.

Dicono così. Non so se sia vero, ma del ponentino ho solo memoria di quando ero ragazzino. A un certo punto non c’è stato più. L’afa ha preso il sopravvento e il ponentino è diventato solo un ricordo, appunto, per chi ha abbondantemente superato i quaranta. Per tutti gli altri un nome, un mito, un frammento di una canzone. Tanto che oggi si dubita sia mai esistito.

Dicono che la gente dei quartieri, quando arrivava l’estate, metteva su delle tavolate per strada e tirava tardi godendosi il fresco, il vino bianco dei Castelli allungato con la gazzosa o la spuma bianca. Ci si metteva assieme in più famiglie. Ognuno portava qualcosa e ogni sera era una festa.

Chissà, forse con la scomparsa del ponentino sono svanite anche le feste dell’estate.

A volte sogno che lo tirano giù quel palazzo e la città tornare a vivere accarezzata dal vento. Con uno sberleffo all’afa. Immagino le tavole imbandite nello slargo davanti al vinaio, cani e gatti siglare una tregua sotto i tavoli per spartirsi gli avanzi, lo scialletto sulle spalle delle signore d’età. Orde di ragazzini impegnati a scoprire la vita, padri in canottiera a omaggiare la notte con racconti di vita che sembravano fiabe. Sogno con attenzione, escludendo tutto il resto. Rimuovendo dai sogni quei frammenti che mi seguono fedeli anche da sveglio. Un giorno dopo l’altro. Non inquieti, agghiaccianti.

Dicono che gli anni ’70 siano stati gli anni del livore. Della violenza prima, dell’eroina poi. E che con gli anni dell’illusione socialista prima e del piazzista poi sia andata solo meglio. Se oggi guardo a questa città senza anima la differenza non la vedo con quegli anni del livore. Anzi, guardando i viali desolati di questa Roma qui, per chi la ricorda anche se a frammenti, non ci si riconosce più; solitudini sommate a solitudini, miserabili ben oltre alla povertà, disperati oltre alla consapevolezza della disperazione. Gli anni di piombo sono stati inghiottiti dal riflusso, la mala dalla mafia, il vino dalla roba e poi dalla coca. Non c’è più percezione di se e del rischio. Non c’è più senso di essere comunità, nei quartieri per intenderci, e si vive solo di apparenze senza neanche più cercare appartenenze. Dicono che gli anni ’70 furono una gran brutta storia. Ma chi lo dice, oggi, non ha la minima idea di cosa siano, ora, questi primi anni del Terzo Millennio.

Dicono che il ponentino un giorno tornerà a soffiare. Nell’attesa ricordo e appena ho l’occasione fuggo via.
(…)

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