L’Italia degli apparati e del vacuo politico. Il caso Kazakistan

Italian Prime Minister Silvio Berlusconi

Da quando, molto giovane, ho iniziato ad interessarmi di politica il termine “apparati” ha avuto un chiaro significato per me e come lo è stato per la mia generazione. Il potere degli apparati praticamente autonomo e fuori il controllo delle istituzioni (ma non dei politici soprattutto se punti di riferimento di determinati poteri economici). Questo valeva ai tempi della Guerra Fredda (e in cghiave Atlantica per decenni è stato tutto concesso), poi negli anni del terrorismo nazionale, prima, e internazionale, oggi, poi ancora nell’occupazione dello Stato da parte del “nuovo” rappresentato da vent’anni di berlusconismo. Gli apparati sono sopravissuti a tutto, anzi si sono nutriti del progressivo svuotamento qualitativo del ceto politico che li doveva governare e/o controllare. Oggi questa burocrazia invisibile governa e condiziona la vita democratica fuori ogni controllo della Costituzione.

Prima dell’attuale crisi Kazakistan ricordiamo qualcosa di quello che rappresenta questa autonomia per assenza della politica degli apparati in Italia. Ricordiamo – e si tratta solo di alcuni casi fra tanti – la vicenda di Gladio, i dossier di Telecom, la trattativa Stato mafia (se c’è stata nei termini che intuiamo oggi lo dirà il processo in corso), il caso Abu Omar, la palude del G8 di Genova del 2001, la grottesca vicenda della nipote di Mubarak, la scandalosa e disastrosa gestione della protezione civile sotto la guida di Bertolaso, il carrierismo e i tanti misteri degli ultimi vent’anni di carriera di De Gennarofino all’ascesa alla presidenza di Finmeccanica. E potremmo continuare per ore a raccontare le incredibili anomalie degli apparati sia in termini di gestione diretta che depistaggi e complicità in tutta la storia repubblicana. A partire da quel primo maggio 1947 e la strage di Portella della Ginestra.

Sembra di rivivere una storia di altri tempi. Quella della Sapo svedese al tempo dell’assassinio del premier Olaf Palme.

Il caso Kazakistan è sintesi di questa crisi che non si fa fatica a definire democratica. Fa bene Ezio Mauro,  direttore de La Repubblica, a chiedere, senza mezzi termini, le dimissioni del ministro dell’interno Angelino Alfano come a criticare l’atteggiamento da pompiere del ministro degli Esteri Emma Bonino. E a dire che gli italiani ormai digeriscono tutto, anche questa bruttissima vicenda.

Quel blitz nella villa a Casal Palocco, periferia sud di Roma, dove è stata prelevata a forza Alma Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov. mostra con chiarezza il corto circuito fra apparati senza controlli e politica inadeguata ci mostrano senza pietà come sia ridotta ai minimi termini la nostra democrazia.  

Come mostra quale sia il livello di nauseabonda complicità di alcuni politici italiani con alcuni infrequentabili dittatori del gas e del petrolio dell’ex URSS, in particolare Silvio Berlusconi che a quanto pare avrebbe perfino avuto un incontro con il presidente kazako Nazarbayev in Gallura.

Trattandosi di un caso eclatante, e vista anche la disponibilità di denaro e di relazioni del marito dissidente/oligarca, questa vicenda è venuta alla luce.  Ma quante altre violazioni del genere avvengono nei confronti dei richiedenti asilo e dei rifugiati?
 
Altra questione. Chi erano i 40 agenti, chi era il funzionario che gestiva l’operazione, chi ha la responsabilità delle almeno 10 gravi violazioni che si riscontrano nel racconto della donna? Ci sono stete minacce, violenza, intimidazione, ricatto, coercizione e pressioni al limite della tortura, mancata identificazione, nessuna presentazione di carte, nessuna tutela legale se non all’ultimo momento, mancato riconoscimento dell’asilo anche se espressamente richiesto.  Senza contare le abnormi violazioni dei diritti di tutela di un minore.
Qui non ci sono solo qualche funzionario in cerca di visibilità e di protagonismo. Qui è saltato tutto. E’ saltato tutto a partire da ogni singolo agente che ha partecipato al blitz (il rifiuto di eseguire un ordine palesemente illegale è un diritto e un dovere) fino funzionari che hanno coordinato e gestito l’operazione; è saltato tutto dalle decisioni del capo della squadra mobile di Roma fino al questore della capitale; è saltato tutto dai funzionari dell’Interpol fino a quelli del ministero degli interni; è saltato tutto dai magistrati che hanno dato copertura legale a un’operazione illegale e stesso dicasi dei funzionari del ministero degli esteri colti da amnesia; e poi il ministro e il ministero dell’interno e la totale incapacità di gestire in modo adeguato una cosa del genere sempre che, come dicono, il ministro non ne fosse informato. Ma visto che il suo capo di gabinetto gestì direttamente tutta la vicenda dall’inizio (compreso il rapporto irrituale se non palesemente illegale sul piano del diritto internazionale con l’ambasciatore kazako) è verosimile che Alfano non solo fosse a conoscenza della vicenda ma che in qualche forma la autorizzò.
Ovviamente ora si cerca di spegnere con la sabbia  il fuoco dello scandalo. Ma è una vicenda che, se fossimo in un paese normale, segnerebbe un punto di non ritorno. Ma un paese normale non lo siamo.

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