Rileggendo Calderone e Buscetta, guardando a Cosa nostra di oggi

Tommaso Buscetta
Tommaso Buscetta

Ho riletto recentemente i due libri “testimonianza” sui pentiti Antonino Calderone (Uomini del disonore) e Tommaso Buscetta (Addio Cosa nostra) scritti da Pino Arlacchi nei primi anni novanta. Ammetto di non essere  un grande estimatori dell’Arlacchi politico e delle sue simpatie per certi ambienti giudiziari e di intelligence d’oltreoceano, ma il lavoro di sociologo e criminologo che produsse fra gli anni ’80 e i ’90 è stato inequivocabilmente importante. E ne siamo tutti debitori.

Ho ripreso in mano i due volumi perché ricordavo nel racconto dei due capi mafiosi alcuni riferimenti storici a una o più famiglie di Cosa nostra stabili a Roma in relazione al lavoro di analisi della escalation criminale in atto nella capitale negli ultimi anni; ma a un certo punto della lettura mi sono trovato davanti alla necessità di fare un ragionamento che poco a che fare con la presenza delle mafie a Roma.

Leggere i due libri in parallelo, oggi, lascia un senso di incompiutezza che va ben oltre a quello, inevitabile, del disvelamento. All’epoca questi volumi fecero ovviamente scalpore. Stiamo parlando di due personaggi di primo piano nella Cosa nostra prima della “mattanza” e della dittatura dei corleonesi che raccontando a Arlacchi la propria vita mostrano al pubblico la vera natura di un’organizzazione segreta criminale strutturata in maniera molto simile a una setta. Il lavoro su questo primo livello di lettura è impressionante. Ma ci sono alcuni aspetti in entrambe i racconti che oggi, davanti a quello che sappiamo (sia giudiziariamente che storicamente) rimangono quantomeno parziali.

Antonino Calderone
Antonino Calderone

Certo non era il compito di Arlacchi fare un interrogatorio o andare a individuare responsabilità o contraddizioni nelle dichiarazioni dei due pentiti, ma qualcosa di stonato c’è.

I due racconti procedono paralleli. Gli ambienti mafiosi di Buscetta a Palermo e quelli di Calderone a Catania. Tutti e due posizionati molto addentro ai vertici di Cosa nostra. Calderone è il fratello di Pippo, l’uomo che vuole riformare Cosa nostra e che per alcuni anni guiderà la commissione regionale prima di essere ucciso per ordine del suo ex amico Nitto Santapaola; Buscetta è l’amico e consigliere del boss più potente di Cosa nostra, Stefano Bontade, prima dell’ascesa di Riina. Figure di primo piano e al centro dell’attività criminale al massimo livello. Eppure tutti e due negano, o ne parlano come “business” condotto solo da alcuni, il loro coinvolgimento nel traffico di eroina. Il che è impossibile proprio per la loro posizione strategica all’interno dell’organizzazione.

Per Buscetta in particolare l’aroina arriva a essere conterollata da Cosa nostra (e stiamo parlando non solo del mercato italòiano ma anche di quello europeo e statunitense) solo a metà degli anni ’70 e solo da alcune famiglie. Per il resto il “traffico” che dava i suoi frutti era quello delle sigarette, dice lo stesso don Masino che di contrabbando delle bionde era stato un esperto. Il problema è che non è vero. E’ storicamente documentato come Cosa nostra trafficasse i derivati dell’oppio perfino prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, con tanto di compiacente “aiutino” da parte delle delle forze di occupazione dell’isola (vennero addirittura affidate le forniture farmaceuiche comprese la morfina e il loro trasporto a imprenditori mafiosi). Lucky Luciano impiantò a Palermo subito dopo la guerra una fabbrica di confetti (che come ripeno avevano mandorle all’eroina), i pescatori dela costa da Carini a Salemi, e in particolare la flotta di pescherecci di Castellammare del Golfo, erano più indaffarati a trasportare la polvere bianca raffinata dai marsigliesi più che a gettare le reti. E questo non negli anni ’70 e ’80 ma a partire dal 1957, E vogliamo parlare delle arance lase con all’interno eroina per il mercato tedesco? E le sardine e i caciocavalli per gli Usa? Un libro di quel periodo scritto da Michele Pantaleone nel 1966, Mafia e Droga, racconta tutto questo con grande precisione.

Cosa nostra ha sempre trafficato eroina da quando questa è entrata in commercio. Buscetta e Calderone lo sapevano perfettamente. Ed è improbabile che visto i ruoli che ricoprirono ai vertici dell’organizzazione non prendessero parte, anche solo marginalmente, al business.

Perché allora negare un fatto così importante non solo nel corso delle deposizioni ma anche al sociologo Arlacchi? Sia Buscetta che Calderone sono due perdenti. Fanno parte di quella parte di Cosa nostra uscita sconfitta (e addirittura sterminata) dalla seconda guerra di mafia. Buscetta e Calderone puntando il dito contro i corleonesi. Sono loro i dittatori che hanno fatto dell’eroina il punto focale del potere mafioso. Questa è la loro versione, comprensibile, e su questa linea impostano le loro dichiarazioni. Ma c’è un altro motivo, questa è la mia opinione, per cui i due boss decaduti negano la scelta strategica di tutta cosa nostra di non rinunciare all’affare della droga e anzi di prenderene l’assoluto controllo fin dagli anni ’70. I soldi. Non i soldi che avevano guadagnato loro, ma il patrimonio finanziario immenso che quell’immenso traffico aveva prodotto. Una montagna tale di denaro che rappresentava potere economico, politico, criminale.

Molti dei soldi dell’eroina, fra cui l’enorme patrimonio accumulato da Stefano Bontade, è leteralmente svanito nel nulla dopo il suo omicidio (che apre ufficialmente la guerra con i corleonesi) nel 1981. Non sembra essersene impossessati Riina e i suoi e nemmeno lo Stato è riuscito a metterci le mani sopra. Niente, svaniti. E stiamo parlando di cifre che potremmo ipotizzare ammontare potenzialmente a qualche miliardo di euro. Stiamo parlando dei soldi di quello che di fatto era il capo di Cosa nostra e che trafficava in eroina da lameno dieci anni, Proprio nel decennio di massima diffusione dell’eroina perima negli Usa e poi in Europa.

Quei soldi sono potere. Ed è un potere avverso agli odiati corleonesi. Un potere che va tutelato.

Cosa nostra, dopo l’offensiva da parte dello Stato a seguito delle stragi di 21 anni fa, ha poi trascorso almeno un decennio di immersione: “invisibili”, questo era il credo di Bernardo Provenzano. Tuttora, nonostant ogni tanto qualche ammazzatina ci scappi, Cosa nostra sembra essere non solo in ritirata ma in totale declino. Ma se poi ripensiamo a quei soldi (e non c’erono solo quelli di Bontade) e a tutti quelli investiti e fatti partire nell’universo della mimitica rete finanziaria internazionale nel corso del regno di zu Binnu, l’opinione che Cosa nostra sia finita e che non abbia più la capacità di prendere per la gola il potere economico e politico e sociale non sembra poi così certa.

C’è un capitolo nel libro dedicato a Calderone che fa ulteriormente riflettere. Un episodio del periodo fascista, quando un suo parente è costretto ad andare in Tunisia per sfuggire alla repressione del prefetto Mori. Da quell’esilio, di tanti, poi riprendeva a fine della guerra la corsa all’egemonia da parte di Cosa nostra. Non solo criminale.

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