Il caso Roma smaschera definitivamente Grillo. Per lui la base “non ha alcun valore”


“In merito ad alcune iniziative dei consiglieri comunali di Roma si ribadisce che: il MoVimento 5 Stelle non fa alleanze, né palesi né tantomeno mascherate, con alcun partito, ma vota le proposte presenti nel suo programma. L’unica base dati certificata coincidente con gli attivisti M5S e con potere deliberativo è quella nazionale che si è espressa durante le Parlamentarie e le Quirinalie e quindi il voto chiesto da De Vito on line non ha alcun valore”. Così parlò non Zaratustra ma Beppe Grillo liquidando il M5S romano, la possibilità di pesare e tanto nel nuovo corso post Alemanno guidato dal neo sindaco Ignazio Marino. Sindaco che aveva incontrato i consiglieri M5S e aveva offerto l’assessorato (senza scavalcare l’obbligo del curriculum) alla legalità alla sicurezza urbana chiedendo al movimento di presentare la candidatura di una donna con specifiche caratteristiche e competenze. Ma il padrone ha detto no. E bene ha fatto Marcello De Vito (già candidato a sindaco di Roma per il M5S) che la consultazione online con la base comunque sarebbe andata avanti: “Intanto vediamo come va il sondaggio, poi si deciderà il da farsi. Chiariremo la nostra posizione in conferenza stampa questa sera dopo la chiusura del sondaggio alle 15″. Bravo. Attendiamo ora dopo la scomunica da parte del capo i provvedimenti disciplinari e l’usuale campagna di insulti e minacce via blog per gli esponenti romani che hanno osato pensare con la propria testa e soprattutto immaginato di consultare la base (che secondo Grillo non conta nulla se non pensa e dice come dice lui).
E ieri il parlamentare M5S Adriano Zaccagnini ha lasciato il gruppo, offrendo un’analisi di quello che è il movimento e di chi e con che metodi lo guida: Non è un partito aziendalista ma un movimento aziendalista in cui la strategia politica è calata dall’alto. D’altronde dopo 20 anni di berlusconismo, non poteva che nascere un Berlusconi 2.0”. E Ancora, spiega, “non è il Grillo il problema, ma l’approccio aziendalista e non politico del M5S, lo staff di cui si sta fidando”.
Ecco stanato il partito o movimento padronale. Ed entra nel dettaglio, questo ennesimo ex. “Ora che la gogna mediatica rischia di ritorcersi contro i talebani stessi, lo staff della comunicazione ha pensato bene di fare una pausa dopo settimane di stillicidio. Si giocano la subdola carta della restituzione delle diarie. L’unica che riusciranno a rimestare a loro vantaggio. Tuttavia non c’è volontà di pacificare, è solo tattica. La strategia è quella di sbarazzarsi delle ‘mele marce’ e degli indesiderati”. E poi specifica Zaccagnini: “Non c’è nulla di cui meravigliarsi in un contesto aziendale funziona così: c’è il mobbing c’e l’alienazione frustante inflitta per portare le persone a non poter lavorare serenamente. Sono comunque i vertici aziendali a dettare le permanenze e i distaccamenti. E in un clima del genere si fa fatica ad esprimere il proprio dissenso, si ha timore e paura”.
Bravo, anche lui.
Una domanda, però, sia a Zaccagnini che agli altri dissidenti più o meno palesi penso sia obbligata. Visto che da anni i metodi di gestione e il problema della democrazia interna erano perfettamente visibili sia dentro che all’esterno del M5S perché solo ora arrivare a fare i paladini del dissenso? Non è per caso che finché si era nelle grazie del capo conveniva e quindi era meglio cucirsi la bocca? Che tristezza in ogni caso questa nuova politica profondamente vecchia.

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