Il primo capitolo de L’Era Alemanna (ed @isiciliani ) – tanto per avere chiaro chi votare

20130604-120458.jpgDomenica e lunedì si vota a Roma per il ballottaggio. Per avere chiaro di che cosa è in gioco  eccovi il primo capitolo dell’ebook L’Era Alemanna edito da I Siciliani giovani ( http://www.isiciliani.it )

Questa non è un’inchiesta, anche se spunti di inchiesta se ne troveranno e non pochi, quanto un reportage e diario politico e personale realizzato fra il 2007 e il 2013 e che mira a raccontare gli effetti che ha avuto la giunta Alemanno sulla vita sociale, economica, morale e culturale della capitale.

Sei anni, perché il racconto parte appunto nel luglio 2007 con l’apparizione di Gianni Alemanno, in compagnia del suo allora camerata di partito Francesco Storace, alla manifestazione dei tassisti al Circo Massimo e si conclude con l’arresto nel marzo 2013 di Mancini, suo uomo di fiducia al vertice per lungo tempo dell’Ente Eur – forse il più ricco in termini di patrimonio immobiliare a Roma – per una storiaccia di presunte tangenti ricevute da un’azienda della galassia Finmeccanica, la Breda Menarini.

E in mezzo ci sta Roma. E i romani vecchi e nuovi, che siano nati al Testaccio o a Bucarest, a Primavalle o a Karachi.

Scrivevo un anno fa, all’epoca del fattaccio brutto di Torpignattara, quello in cui perse la vita un commerciante cinese e sua figlia nel corso di una rapina per strada: “Una città senz’anima, che ha perso il treno per diventare davvero capitale. Cupa, egoista, provinciale, sporca di una sporcizia immateriale. Una sporcizia morale”.

L’Era Alemanna fa impallidire il disastro messo in piedi dal sindaco Giubilo negli anni ’80. Quel Giubilo che era diventato democristiano dopo una lunga militanza in quella destra (proprio la stessa) da cui proviene Gianni Alemanno. Giubilo creatura dello “squalo”, Vittorio Sbardella, passato alla storia per la sua giovanile partecipazione all’assalto della libreria Rinascita e poi per le 1200 delibere approvate nella notte che precedette la cessazione dei suoi poteri e l’insediamento del commissario prefettizio. Alemanno è riuscito a superare perfino quelle vette che si credevano irraggiungibili.

Oltre alle due parentopoli Ama e Atac c’è una lista impressionante di fatti e episodi: il consulente del suo Gabinetto Giorgio Magliocca indagato per concorso esterno alla Camorra in seguito e dopo un lungo iter giudiziario scagionato da ogni accusa e anzi probabile vittima di una “mascariata” messa in piedi dalla criminalità organizzata per colpire lui e forse condizionare in qualche modo le azioni future di Alemanno; la moglie Isabella Rauti indagata anche lei per concorso in abuso di ufficio; gli ex terroristi NAR assunti nelle partecipate; le truffe sul sale da spargere sulle strade durante la celeberrima emergenza neve del 2012 con il suo corollario grottesco di gaffe e polemiche propagandistiche mentre la città collassava in pochi centimetri di neve: le gare pubbliche con un solo partecipante (parlo di quella relativa alla Tevere SPA e all’affidamento di parte consistente del trasporto pubblico su gomma); le figuracce del GP di automobilismo e delle Olimpiadi (e delle ipotesi di speculazioni immobiliari mai abbastanza indagate come motivazione di quelle due candidature e probabilmente collegate alle ipotesi di variazioni del PRG se le due iniziative fossero andate in porto). E ancora, il suo addetto stampa che misteriosamente compare sul luogo di uno stupro alla vigilia delle elezioni; la prova di forza in consiglio comunale – sfregio al risultato del referendum sull’acqua pubblica – per la privatizzazione della partecipata Acea; il tentativo fallito, in concerto con il governatore della Regione Renata Polverini, sulla gestione dei rifiuti di favorire i soliti noti nell’affare colossale della gestione dei rifiuti della capitale fino all’inevitabile collasso (con tanto di procedura di infrazione avviata dall’Unione Europea) cercando prima di far partire una discarica davanti alla Villa D’Este di Tivoli (contro la quale si è pronunciata perfino l’Unesco) poi di favorire dopo un balletto patetico mirato a determinare, come unica scelta possibile davanti a un’emergenza da loro stessi creata e alimentata, la proprietà della discarica di Malagrotta (ormai satura) con la creazione di un’altra discarica in un territorio già compromesso e a rischio da decenni o dell’impianto Malagrotta 2 come è avvenuto a un mese e mezzo dalle elezioni.

E come potremmo dimenticare, poi, gli affari e affarucoli della sua corte fra “magnate” di pajata con Bossi e feste dei cortigiani? Un’orgia di sottopotere esplosa sotto il suo regno e di quello della sua “socia” Renata Polverini governatrice della Regione.

E non dimenticherò di certo quella guerra di mafia in corso da almeno due anni per il controllo del racket e del traffico di droga negata a ogni morto ammazzato per strada (e ormai si parla di decine e decine di omicidi). Negata perché “la mafia a Roma non esiste”.

E ancora la beffa del comune che si presenta parte civile al processo sull’Ama ma solo per difendere l’immagine del sindaco danneggiata, si dice, da quella vicenda. La sua immagine non la città, non confondiamoci.

Tutto questo c’è nell’Era Alemanna, ma non descritto attraverso un’esposizione asettica di fatti, ma nel racconto di questa città che si degrada giorno per giorno grazie a questa gestione disastrosa. Un racconto partigiano. Come scriveva Saverio Lodato nell’introduzione del libro Quarant’anni di Mafia, non troverete in questo libro “un resoconto algido e asettico di quelle vicende, non essendo stato, io, inviato in terra straniera”.

Il racconto che state per leggere è costruito per frammenti e non in ordine cronologico. Avanza per immagini, sensazioni, dati, racconti. È, credo, il modo migliore per rendere giustizia parziale a quello che abbiamo vissuto. A come l’ho vissuta io.

Zero

Non sono nato a Roma, ma ci sono cresciuto, è il luogo dove mi sono formato, fatto uomo. Il quartiere dove sono arrivato da bambino ha lasciato una traccia indelebile nella mia voce, nel mio accento. Non quella lingua coatta che oggi si definisce erroneamente romanesco e sdoganata dalla televisione. Un gergo che non ha nulla dell’ironia e della dolcezza di una comunità meticcia e inclusiva che si è fatta popolo attraverso la sua lingua. Ecco, quella lingua dei quartieri meticci è la mia. Strascicata ma mai indolente che si può fare lama con un un solo accenno. Quella lingua in cui penso ora scrivendo queste pagine.

Mentre tiro giù queste prime righe de L’Era Alemanna, mi arriva la notizia della morte dell’ex sindaco Ugo Vetere. Poco tempo fa è scomparso anche lo storico assessore dell’estate romana Renato Nicolini. Sono stati fra gli uomini che più hanno ridato senso e dignità alla capitale negli anni di piombo e della strategia della tensione, del cemento e degli affari, e che ne hanno avviato una ricostruzione morale e culturale che fa parte del mio DNA di romano. Altri nomi mi vengono in mente. Argan. E soprattutto Petroselli. Il sindaco di quei quartieri che erano Roma. Un sindaco che cancellò la presunzione borghese e clericale di considerare i cittadini di Roma (tutti) un popolino manovrato e influenzabile.

Ritrovo una pagina scritta nella lingua del mio quartiere. Che questi anni di profonda trasformazione descrivono. E che fotografa il disorientamento dell’oggi. Questa pagina.

Dimme come se fa. Ricordame che faccia ch’aveva sto quartiere quanno da regazzini ce se giocavamo anime e ginocchia pe’ fasse vedè granni. E granni nun eravamo. Dimme che posto è questo, oggi, che se ne annamo via de prescia senza guardasse attorno, pe’ nun vedè sto schifo, sta solitudine, sto niente che ce taja er sorriso come na lama.

Dimme dove se so cacciati li sogni nostri, quelli che se raccontavamo ‘n piazza prima d’annasse a schierà davanti alle guardie. Che eravamo tanti e la paura diventava de meno quanno se facevamo stretti. Compagni, e lo eravamo pe’ davvero. Mica era ‘no scherzo. D’inverno, come è ora, insieme come non lo semo oggi. Dimme, amico mio, che te sei strappato pelle e sorriso quanno se la so presa sta città quelli che c’hanno ancora addosso er sangue de Walter e Valerio. Sputtanata, sta città, da du’ zozzi che c’hanno piantato un centro commerciale sulla campagna dove se scappava a vive lontani dall’occhi der monno. Dimme che fine hanno fatto le donne der quartiere che quanno ‘scivano de casa te facevano sognà ‘na vita migliore. Dimme che fine ha fatto Mara co’ quell’occhi che te tojeveno er fiato e Vincenzo, l’omo suo. E Brozio e Francesca, e poi Giampiero co’ quella testa de ricci e Rappa che se perdeva pe’ strada tutte le vorte che, de notte, se ne tornava a casa. Dimme, fratè, che c’entra sta morte pe’ la strada che pensavamo d’avesse lasciato alle spalle. Dimme andò so finite le famije nostre, li nostri sogni e le risate de quanno s’eravamo ripresi sta città. Prima er giorno. Poi la notte. Era nostra e de tutti. Che senso c’ha sta monnezza co’ l’amici nostri barricati in casa pe’ la paura di chi te sta chienenno aiuto. Dimme perché mo’ se semo persi l’amore pe’ l’incroci, pe’ il vino bianco ammischiato co’ la gazzosa e il bianco che se fa tutt’uno cor nero. Poracci tutti, a dasse ‘na mano pe’ campà. Ora ognuno pe’ cazzi sua a ringhiasse addosso come cani. Dimme ndò sta l’amore pe’ le cose fatte ‘nsieme e ndò è finito er sinnaco nostro che scenneva ne li quartieri in manica de camicia. Nun me basta che ch’abbiano dato er nome de na strada. Nun me po’ bastá. Petroselli ora ce se metterebbe de punta a capì come arisolverla sta storia qua. Che nun ce se capisce da ndò è partita e ndò vo’ annà a parà. Dimme che nome ha sta città. Io nun lo so più.

È ricordando quegli anni, come la città era cambiata, cosa era stato fatto, che scrivo. E ricordando poi la ritirata davanti agli affari e all’immobilismo di Giubilo e di Carraro, del CAF in formato romano, e poi il tentativo di “rinascita” della prima giunta Rutelli (non della seconda) e della prima Veltroni (non della seconda) che mi sono messo a lavorare di memoria, scarpe e penna cercando di descrivere L’Era Alemanna, i cinque anni più cupi e grotteschi che abbiamo vissuto, da cittadini. Iniziando da un giorno di luglio. Anno 2007. Circo Massimo di Roma. In un mare di taxi.

Il titolo è disponibile in Pdf, ePub e mobi (kindle).

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