“E Mario Volava” un racconto da un libro del 2011 – L’Italia cantata dal basso

genova02Mi sono ritrovato questo racconto sotto gli occhi facendo un po’ di pulizia in archivio. E che è stato pubblicato nel mio secondo libro “L’Italia cantata dal basso” per Coppola editore. E qui lo ripropongo

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E MARIO VOLAVA

Cantare vecchie canzoni senza ricordarne le parole, saltare da una strofa all’altra, ignorando il verso successivo fino a quando, quasi d’improvviso, le sillabe si formano incerte alle labbra.

Il mare una striscia cobalto nella luce di rimasugli di giorno, e Mario, occhi arrossati dalla stanchezza, accarezzò le manopole che comandavano il braccio d’acciaio della gru: un breve sicuro gesto e il container, tonnellate di merci stipate in una scatola con la sorpresa, si sollevò nel vuoto come un foglio di carta soffiato via dal vento di ponente. Alle sue spalle la città sembrava gridare nel traffico del rientro: una sirena lontana lo fece sobbalzare.

Un attimo, un tremito della mano. Il container venne giù con lentezza, come al rallentatore, verso il molo, verso quei ragazzi che stavano camminando spediti verso casa, alla fine della giornata, gli abiti del lavoro stipati in borse piccole e consumate, le scarpe lucide di chi pensa che è venerdì sera, e che ci sono fidanzate da vedere e risate d’amici e poi il sabato e la domenica davanti, prima di tornare a faticare, e la partita della Samp e il caffè a letto del lunedì, quando fuori è ancora buio.

Mario gridò dentro la cabina di vetro sospesa a trenta metri da terra, e nessuno lo poteva sentire. Gridò con tutto il fiato e chiuse gli occhi. Sentì a malapena il frastuono del container che si spaccava sul bordo del molo. Non sentì, invece, gli urli di chi stava sotto. Riaprì gli occhi e capì subito che era successo il peggio.

Si chiamava Jan e veniva da un porto del mare del nord: un contratto di subappalto a bordo di una nave per che nessun italiano avrebbe mai accettato. Nessuna assicurazione, solo un indirizzo a cui mandare un telegramma. Si chiamava Jan e faceva il tornitore spaccandosi la schiena dieci ore al giorno raddrizzando alberi motore di carrette che da decenni avrebbero dovuto smettere di navigare. E mentre Mario scendeva tremando lungo la colonna che tratteneva la scala della gru, nessuno, ma proprio nessuno, si ricordava il suo nome. Lo chiamavano il polacco, e ridevano con lui, “belin”, e del crocifisso d’oro falso che si metteva in tasca prima di attaccare a lavorare e della fotografia del papa che aveva incollato dietro a quella della moglie e che lui guardava ogni tanto tirando fuori un vecchio portafoglio nero che era appartenuto a suo zio, marinaio, che da Cracovia era partito per mezzo mondo e poi c’era tornato, o almeno così raccontava quando si istupidiva di acquavite in un’osteria nella zona operaia a ridosso delle acciaierie statali, prima che la tubercolosi se lo portasse via dando finalmente tregua a una moglie che odiava.

Il polacco era sotto una delle ante del container sventrato. Mario, anche se dall’alto non aveva visto cosa era successo, capì che là, fra l’asfalto e la lamiera ondulata. c’era qualcuno e corse, come mai aveva corso in vita sua, verso due ragazzi che, sbiancati in faccia dalla paura, si stavano rialzando stupiti di essere ancora vivi. “Dai, che lì sotto c’è uno”, gridava per risvegliarli, mentre altra gente, da lontano, correva lungo il molo: il rumore, di quello scatolone d’acciaio che si spaccava sulla pietra e l’asfalto, si doveva essere sentito fin su alla città.

Mario urlava e piangeva, poi si ammutolì di colpo quando vide il primo sangue. Sentì tutti i suoi anni e i ventidue che aveva passato in cima a una gru precipitargli sulle spalle. Pensò a sua moglie, Francesca, e a Gianni che stava studiando per il primo esame all’università. Pensò alla casetta che gli avevano lasciato i suoi a Rio Maggiore, con alle spalle le vigne arrampicate sul fianco della montagna, la casa dove era nato, vivo per caso perché non c’era il dottore in paese quando a sua madre arrivarono le doglie e da levatrice si improvvisò quel donnino piegato di fatica di sua nonna. Ricordò il primo bacio e il primo lutto e l’anno che aveva passato imbarcato. “Chi è?”, chiese, e nessuno rispose.

Arrivò anche l’Ingegnere, con la giacca e la cravatta stretta alla gola e il cappotto poggiato sulle spalle senza aver infilato le maniche. L’Ingegnere: nessuno sapeva se lo fosse davvero, ma lui si comportava come tale. E da ingegnere si mise subito a strillare ordini, per sollevare la lamiera. Ci misero poco a tirare su il metallo. Jan era sotto, gli occhi chiusi, morto: chissà se si era accorto di qualcosa.Gli uomini erano tutti lì, in cerchio, quando arrivò la volante della polizia. Nessuno parlava. Solo Mario, dopo essersi sfregato la fronte con il dorso della mano, si guardò intorno e chiese a Carlo, un collega che conosceva da vent’anni: “Ma chi è?”. Carlo lo guardò, solo per un istante, si mise le mani tasca e si grattò i testicoli attraverso la stoffa. “Non lo so”.

Poi più niente. Fino a sera, a casa.

Si addormentò seduto, di colpo, un braccio che gli attraversava il petto e la mano aggrappata alla manica della camicia. Lei lo guardò stupita. Da più di vent’anni viveva con quell’uomo e non le era mai successo di vederlo crollare così, improvvisamente, come abbattuto da un fulmine, sulla bocca una frase monca. Sapeva cosa era successo al termine del turno, dell’incidente che aveva ucciso quel ragazzo polacco. Aveva visto tornare Mario più tardi del solito, lui così puntuale: già prima di vederlo sapeva che era successo qualcosa di grave. Non c’era stato bisogno di spiegare nulla, solo quelle poche parole necessarie a ricostruire quello che era successo. E poi Mario, davanti al piatto della cena, che in pochi istanti lei aveva riscaldato mentre lo ascoltava, si era come spento, afflosciandosi contro lo schienale della sedia. Non un sonno sereno, più uno svenimento.

Pensò di svegliarlo, di dirgli di andare a letto, ma poi si fermò, il gesto della mano congelato a mezz’aria, e rimase lì a guardarlo, in silenzio. Per la prima volta da anni lo vide non come quel ragazzo che aveva incontrato, per sbaglio, due decenni prima, salendo sull’autobus che dalla Foce portava in centro, abbronzato dall’ultimo imbarco e con quella luce da predatore negli occhi che all’inizio l’aveva spaventata. In piedi, al centro della cucina, vide le rughe, i capelli grigi, le mani rovinate dal lavoro, la pelle del collo che si era raggrinzita. Nel volto di suo marito addormentato vide il tempo che era trascorso.

Francesca scostò piano una sedia, attenta a non far rumore, coprì con un piatto la cena e rimise il tappo alla bottiglia di vino, poi sfiorò i capelli di Mario con una carezza e spense la luce della cucina prima di sedersi davanti a lui, nel buio. E aspettò, gli occhi aperti nell’oscurità.E intanto Mario sognava, di quando da ragazzo saliva su per le terrazze che dominavano il mare, dove la gente del posto coltivava l’uva più dolce e preziosa di tutta la Liguria, cercando un angolo dove si potesse vedere dall’alto quanto più mare l’occhio potesse accettare. E sognava di quelle lucertole nere e verdi che veloci si nascondevano fra le pietre dei terrazzamenti appena ci si avvicinava, come piccoli lampi fra i sassi che riflettevano il sole. “Un giorno, Mario, tutto questo mare ti porterà via”, gli diceva suo padre la sera, seduti uno accanto all’altro su uno scoglio ad ascoltare le onde. Ma suo padre si sbagliava: non era stato il mare a portarlo via dal paese, ma un lavoro sospeso fra terra e cielo, un lavoro che aveva accettato solo quando Francesca era rimasta incinta dopo pochi mesi ed erano stati costretti a sposarsi in fretta e furia che già le lacrime di lei facevano sparlare tutto il vicinato. E aveva detto addio al mare e alle rupi intagliate per trasferirsi in una casa popolare di Genova, dove il mare era solo un odore lontano o uno sfondo fra l’intrico di antenne, cavi, cemento e lamiere del porto. Vent’anni nella cabina di una gru sospeso a trenta metri da terra.

E Mario sognava, le mani spellate dal lavoro, il ponte della nave su cui si era imbarcato a vent’anni, e il porto di Spalato, il primo porto che aveva toccato dopo la partenza da Spezia, un secolo prima. E ricordava le case bianche che si affacciavano sul mare, le imposte colorate che nascondevano stanze scure e fresche nei pomeriggi d’estate, e la gente aperta che parlava una lingua dura e diretta come la grappa che si mandava giù seduti ai tavolini dei vicoli. Sognava di quei sogni che hanno il sapore del mare, di quel mare che aveva sempre amato e che non aveva mai avuto il tempo di maledire. Sognava del vento che si infilava in spifferi taglienti dentro la cabina della gru, nei pomeriggi d’inverno, dopo turni massacranti accettati per qualche migliaia di lire in più di straordinari. Sognava e il mondo, il suo mondo, si era come congelato intorno a lui.

Mario, sognando, si ritrovò a bestemmiare il proprio lavoro. Il suo corpo ebbe un sussulto nel buio, lieve, e un filo di saliva gli colò dall’ angolo della bocca. Il lavoro, appartenere a una classe, all’aristocrazia operaia di chi si spaccava la schiena nel porto. Belin, che tempi.

Come accecato da un lampo ricordò la prima assemblea, nella Chiamata stracolma, e sentì nella gola il sapore della polvere mossa dai piedi di migliaia di lavoratori in attesa. In ascolto. I dirigenti scesi da Roma parlavano, parlavano, parlavano. Cercavano di calmare le acque, pacati, seri, gli abiti buoni, le scarpe pulite. Ma che ne sapevano loro del lavoro nel porto? Che ne sapevano dei turni e dei rischi? Che ne sapevano dei soldi legati alla merce e che quando le navi non arrivavano a malapena bastavano ad arrivare a fine mese? Mario li ascoltava cercando di capire se i brividi che gli tagliavano la schiena fossero provocati da quella brutta influenza che non era ancora passata o dalla rabbia che montava. Si guardò intorno, cercò di incrociare lo sguardo con quello dei suoi compagni. Si ritrovò davanti al suo stesso stupore, alla sua stessa incredulità. Ma che ne sapevano?

Quando bloccarono i varchi del porto erano tutti lì. Sembrava una festa. Tutto era fermo, le gru, i muletti, i camion le navi. E alla fine ci riuscirono. Riuscirono a immobilizzare davvero quella macchina perfetta che nei secoli era diventata il più grande porto italiano. Il più grande.

Il sogno delle grandi navi, come l’Andrea Doria, che dai cantieri italiani era partita per l’America, non carica di povera gente in cerca di un lavoro e di una possibilità, ma di sogni e signori, di lusso e di luci. La nuova Italia del dopoguerra, che correva, che voleva andare oltre agli stretti confini del Mediterraneo. Tutto fermo. Congelato. Da un pugno di portuali dalle braccia come tronchi e dalle facce scavate dal vento e dalla fatica. Che spettacolo. La città era tutta lì, con loro. Sembrava che quel gesto, il bloccare il porto, fosse solo un atto che dava forma al sentire collettivo di una città che lentamente sentiva sfuggirgli via il suo ruolo, la sua storia, la sua ricchezza di uomini, idee e mare.

Dio, che sensazione. Sentirsi parte, sentirsi nel giusto, avere finalmente il coraggio di dire basta, oltre questa linea non si va.

E Mario volava, sopra quella che era diventata la sua città. Ne sentiva il calore e il puzzo. Percepiva la comprensione e la complicità. Volava, rasente, a pelo d’acqua, fino alle darsene dei cantieri a levante, dove colossi d’acciaio cavi, come grotte di ciclopi galleggianti, si ergevano immobili sostenute da cattedrali di impalcature. Sospeso fra cielo e mare, fra montagne scavate dai torrenti e onde che mangiavano via la terra giorno per giorno, risacca dopo risacca.

E di colpo si ritrovò in osteria, davanti il collega napoletano che a pochi anni dalla pensione si era ritrovato a dover immigrare a nord, lui operaio metalmeccanico specializzato, tornitore. Ed erano passati dieci anni in un attimo, il tempo di un sospiro. Il sentirsi sconfitti, sentirsi gli anni e lo scherno dei potenti sulla schiena .

Il vino aveva sciolto la lingua all’operaio, una volta per tutte, e Mario si ritrovò lì, in sogno, ad ascoltare la storia di quel suo amico scavato dagli anni. Una storia che anche se non conosceva, non gli apparteneva, gli suonava familiare, simile alla sua, a migliaia di braccia e teste e sguardi che avevano fatto il Paese.

L’operaio iniziò a parlare, frasi spezzate, che all’inizio erano quasi inudibili per poi diventare piano piano un sogno che si faceva voce.

“Ma voi non ceravate, non ascoltavate, non guardavate. Vedete davanti a voi solo un operaio disoccupato. Qualcosa di meno di un uomo. E allora non mi rimane altro che prendere finalmente una decisione. Traccio una linea a terra, come facevamo da bambini. Da questa parte ci sono io, da quell’altra ci siete voi”.

Mario e gli altri non capivano. Guardavano l’uomo ubriaco che in piedi urlava. Poi, quando si calmò, fu tutto più chiaro. A due anni dalla pensione aveva perso di nuovo il lavoro.

E Mario sognava, continuava a sognare, di quei sogni che non ti danno pace, che ti lasciano teso nel sonno, che la mattina, quando ti svegli, rimangono lì nella testa come se fossero veri.

Sognava della nascita di suo figlio e dei suoi genitori arrivati all’ultimo momento dal paese e del sorriso di Francesca quando lui si mise a piangere vedendo per la prima volta gli occhi del bambino. E sognò l’ingegnere e Gianni e il polacco…

E Mario volava, sopra il mare, gli sarebbe bastato allungare una mano per sfiorare l’acqua, e il cielo era una lama che gli scaldava la schiena. Tutti i ricordi di una vita volavano con lui a una voce dalla costa, il vento, pietoso, che asciugava le lacrime.

E Mario smise di sognare. O forse, finalmente, non ricordò più.

***

Un lampo, un soffio di vento. La finestra della cucina, che era socchiusa, sbatté con un colpo secco. Mario trasalì nel buio.

“Vieni. andiamo a dormire”, disse Francesca e lo prese per mano.

***

L’ITALIA CANTATA DAL BASSO FINESTRE SBIECHE SUL BELPAESE

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L’Italia cantata dal basso Finestre sbieche sul Belpaese

Racconti, appunti, pezzi di inchieste e reportage. Come pagine di un diario. Per raccontare, attraverso finestre sbieche, il Belpaese. Quest’Italia che non festeggia. Storie di lavoro e di mafie, di mestiere di narratori e di viaggiatori senza meta. Un itinerario contorto che attraversa porti, fabbriche, città, bordelli, terremoti e sogni. Da Palermo a Fortaleza, passando per Genova, Trieste, Roma, Reggio Calabria e Casal Di Principe. Un po’ racconto giornalistico, un po’ racconto e basta.

Formato 14,5×20,5, pp. 144, 2011 ISBN 978-88-97073-09-3 Prefazione di Riccardo Orioles Introduzione di Francesco Saverio Alessio Postfazione di Salvo Vitale
Compagnia Lettera 32
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