Le esecuzioni di ieri a Roma. La guerra in corso e il silenzio che si fa complice

Roma, ieri. Tre omicidi in un giorno solo. Prime ore della mattina a Tor Sapienza un uomo di 62 anni, pensionato con un piccolo precedente per droga risalente al 2004, ucciso per strada con un unico colpo di pistola alla testa. Un’esecuzione. Poche ore dopo, a Focene sul litorale nord vicinissimo a Fiumicino, un uomo suona alla porta di una casa. Apre un quarantenne. Un altro colpo alla testa. Un’altra esecuzione. Non è ancora finita. Anzio, sempre litorale questa volta a sud. Vengono sparati più colpi contro due giovani a bordo di un’automobile. I due cercano di fuggire ma vengono inseguiti e raggiunti dai killer. Bilancio, un 23enne morto e il suo amico di 22 anni in fin di vita in ospedale.
L’ultimo omicidio del genere, un’altra esecuzione, era avvenuto poco tempo fa, la vigilia di Pasqua, in un bar di Tor Bella Monaca. In mezzo c’è stata una notte di follia – almeno così l’ha definita la stampa romana – sulla Palmiro Togliatti con colpi di pistola esplosi da una macchina in transito all’indirizzo di altre automobili. Un paio di settimane fa. Il primo omicidio di ieri, prima che arrivasse notizia degli altri due fatti di sangue, si era tentato di definirlo come “inspiegabile” e di associarlo alla “notte di follia” della Palmiro Togliatti. Perché in questa città è meglio parlare di fatti “inspiegabili” pur di non affrontare l’evidenza.
Questa la cronaca, in sintesi. Difficile definire “una coincidenza” tre fatti di sangue del genere nello stesso giorno. Un giorno particolare, poi. Con i seggi per le elezioni amministrative di Roma appena smontati e con l’ufficilizzazione dei risultati data solo qualche ora prima. Ma andiamo avanti. Torniamo a Tor Sapienza. Solo alcuni giorni fa avevo ricevuto alcune segnalazioni di “movimenti” in quel quartiere. Come erano arrivate a me, che non sono nessuno, lcredo che fossero arrivate anche alle forze dell’ordine quelle voci. Un’altra coincidenza che solo pochi giorni dopo venga messa in scena un’esecuzione per strada?
È molto difficile parlare di coincidenze davanti a fatti del genere. È difficile soprattutto farlo quando da almeno tre anni di omicidi di questo livello se ne contano a decine (a Pasqua mi ero fermato a un conteggio provvisorio e non ufficiale di 64 fatti di sangue( fra Roma e l’hinterland mentre è in corso contemporaneamente un’offensiva inedita per quantità e intensità di attentati e incendi verso esercizi commercial in molte aree di Roma e proprio del litorale. Parlare di fatti inspiegabili e di inspiegabili coincidenze sembra un tentativo di pericolosissima minimizzazione davanti a quella che ogni giorno che passa diventa sempre più evidentemente una guerra di mafie. Mafie, si. Perché a Roma, e radicate da decenni, ci sono tutte. Esistono ancora residui (a questo punto definirli residui è assolutamente riduttivo) di quell’organizzazione criminale conosciuta storicamente come Banda della Magliana con tutto il suo background di relazioni con il mondo dell’estremismo nero, con la finanza illegale e ambienti massoni, con Cosa nostra e i clan dei Casalesi. C’è una presenza molto consistente e ormai intrecciata strettamente con pezzi non marginali del tessuto produttivo della capitale di organizzazioni più comunemente definite come mafiose: dei Casalesi, della camorra napoletana, della ‘ndrangheta, di Cosa nostra. C’è anche il radicamento forte e territorialmente omogeneo in alcuni quartieri dei Casamonica. Ai quali si aggiungono emersioni sempre più consistenti di organizzazioni straniere. E gli affari sono sempre gli stessi: droga, estorsioni, usura, appalti. E poi investimenti nel mattone, in aziende “pulite” e nella finanza al fine del riciclaggio. E a questo punto non si può evitare di ipotizzare relazioni e infiltrazioni nelle amministrazione e nella politica locale e non.
Ecco lo scenario. Organizzazioni di matrice mafiosa che spesso agiscono di concerto (attraverso cartelli fra varie organizzazioni) per il controllo del traffico della cocaina (più del 30% della coca commerciata in Europa transiterebbe per la capitale) e per lo spaccio della stessa (un’area di 4milioni di abitanti fornisce un bacino di clienti immenso). Poi il racket e l’usura. Poi gli appalti e i sub appalti. Poi le speculazioni immobiliari e patrimoniali e finanziarie. Affermare, come ha fatto la politica finora, che il problema “mafie” a Roma è solo un fattore marginale è un errore enorme. Soprattutto in una fase di profonda crisi economica e sociale come l’attuale che proprio alle organizzazioni criminali apre spazi immensi. E soprattutto quando è evidente, visti i fatti di sangue e la moltiplicazione di incendi e bombe a aziende commerciali e produttive, che sono saltati equilibri consolidati fra le varie organizzazioni e che si è dato il via libera a un conflitto sanguinoso. Una guerra di mafie, appunto, che è in corso nella capitale del nostro paese. E che si svolge da almeno tre anni con picchi drammatici come quello di ieri in un silenzio assordante della politica, delle istituzioni e dei media. Un silenzio che pur se inconsapevolmente rischia di diventare complice.

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