La morte di Andreotti non interrompa la ricerca della verità sui rapporti “storici” fra Stato e mafia

GIULIO ANDREOTTI

Che un pezzo di storia di questo paese sia ormai indecifrabile cdon la morte del sette volte presidente del consiglio Giulio Andreotti è un fatto.

E soprattutto del capitolo stato/dc/mafia.

Si è detto tutto sull’omicidio Mattarella? No, e ceertamente non si è detto abbastanza.

Nella sentenza n. 1564 del 2003 della Corte di appello di Palermo nel processo a carico di Andreotti, confermata definitivamente in Cassazione, si legge: «E i fatti che la Corte ha ritenuto provati dicono, comunque, al di là dell’opinione che si voglia coltivare sulla configurabilità nella fattispecie del reato di associazione per delinquere, che il sen. Andreotti ha avuto piena consapevolezza che suoi sodali siciliani intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; ha, quindi, a sua volta, coltivato amichevoli relazioni con gli stessi boss; ha palesato agli stessi una disponibilità non meramente fittizia, ancorché non necessariamente seguita da concreti, consistenti interventi agevolativi; ha loro chiesto favori; li ha incontrati; ha interagito con essi; ha loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella, sia pure senza riuscire, in definitiva, a ottenere che le stesse indicazioni venissero seguite; ha indotto i medesimi a fidarsi di lui e a parlargli anche di fatti gravissimi (come l’assassinio del presidente Mattarella) nella sicura consapevolezza di non correre il rischio di essere denunciati; ha omesso di denunciare le loro responsabilità, in particolare in relazione all’omicidio del presidente Mattarella, malgrado potesse, al riguardo, offrire utilissimi elementi di conoscenza».

Perché è necessario non dimenticare.

Qualche anno fa l’attuale procurattore generale a Caltanissetta Roberto Scarpinato mi spiegava che quella dell’omicidio Mattarella è «una storia che nessuno ha mai raccontato, in sceneggiati o in film. Aspetto che qualcuno mi chiami per sceneggiare insieme questo film perché è una storia esemplare. Non è una delle tante storie, è una di quelle storie in cui raccontandola descrivi i perché e i per come del Paese. Piersanti Mattarella era il figlio di un ministro democristiano il quale ha cercato di cambiare il corso della vita pubblica. E lo ha fatto. Non è solo la storia di un uomo ucciso dall’ala militare della mafia. È la storia di un affare di famiglia interno alla classe dirigente. Perché ogni anno nel corso delle commemorazioni dell’omicidio Mattarella si continua a ricordare soltanto chi furono gli esecutori materiali, dimenticandosi che c’è tutt’altra realtà processuale con fatti di rilevanza penale accertati che in qualsiasi altro Paese, che non volesse fare lo struzzo, sarebbero oggetto di riflessione collettiva. Il silenzio su questa storia è significativo, ci spiega tutto il resto, anche i film, le fiction, la rimozione».

Ci sono gli incontri, mai smentiti da una sentenza e anzi riportati nelle motivazioni della sentenza di prescrizione (e non di assoluzione, del processo Andreotti, che ci raccontano di quegli incontri fra i cugini Salvo, Stefano Bontate, Salvo Lima e il divino Giulio. Ci sono i sospetti, le dichiarazioni di decine di pentiti di mafia, perfino alcune sibilline battute del “divino Giulio” che ci fanno intravedere il dialogare fra un pezzo della Dc nazionale (e non solo siciliana) e la parte “utile” e “presentabile” di Cosa nostra, proprio quella Cosa nostra guidata da Stefano Bontate prima della mattanza e della scalata dei corleonesi.

Di tutte queste vicende, e nopn solo di queste, dobbiamo sapere la verità e conoscere pezzi condizionanti del nostro passato di popolo e nazione.

La memoria non può essere parziale e meno che mai un atto strumentale.

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