A un dio a cinque stelle non credere mai. Caro Grillo, o ci fai o ci sei

Le domande sono troppe. Le risposte spesso non bastano. Ma è nostro dovere, come cittadini prima di tutto, di non arrenderci e continuare a fare le domande che vanno fatte e a pretendere e a ricercare le risposte.
Non ci possiamo rassegnare a un’immagine, in gran parte artificiale e abilmente costruita con una campagna virale di marketing inedita per il nostro paese, di una catastrofe in cui tutto crolla (per colpa di una onnicomprensiva e indefinita Kasta) e tutto è da gettare nel bidone della spazzatura. E soprattuto dobbiamo rifiutare anche la semplice idea e che solo un uomo (e la sua ristretta cerchia di fedeli) possiedano risposte, soluzioni e verità. Ci siamo già passati. Con il fascismo, e più recentemente con l’autoritarismo salvifico e fintamente benevolo del berlusconismo.

Da qualche anno, ma soprattutto nell’ultimo periodo, il campo di battaglia dell’intimidazione e della minaccia si è trasferito sul web. Dopo mesi e mesi di attacchi, insulti, di negazione e criminalizzazione dell’avversario politico (fino a definirlo ossessivamente un “morto che cammina”), dopo una campagna altrettanto ossessiva contro la stampa tutta a eccezione di pochi “big” schierati e “certificati” tutti quanti “servi del potere” o a busta paga di questo o di quello. Non solo è un messaggio falso proprio perché generico e che definisce nemico chiunque non appartenga alla cerchia degli “eletti” e degli “illuminati” dal verbo 2.0. È un messaggip pericoloso che crea bersagli.

Sono giorni difficili da interpretare. Non sono bastati quei sette colpi di pistola esplosi davanti a palazzo Chigi in un pomeriggio da cani. Il primo maggio un nutrito pattuglione di coglioni (di cui la maggior parte non dubito annoiati figli di papà) hanno sfregiato la festa del lavoro a Torino, Milano, Napoli inneggiando allo sparatore narcisista della domenica e augurandosi una violenza di popolo esercitata a casaccio da gruppetti di vandali (e coglioni) ordinari camuffati con le griffe dei tarocchi rivoluzionari della domenica. E ancora. A fargli da spalla il guru Grillo (e alcuni suoi fedelissimi tipo quel il coglione del giorno consigliere a Torino con il suo “sparare nel mucchio”) che ha sparso il solito corollario di messia della catastrofe con l’attacco a una delle poche cose che ha retto (facendo montagne di errori e fatica) all’orgia di potere del berlusconismo: il sindacato.

Caro Grillo, prima prendi le distanze dalla violenza poi ributti benzina sul fuoco in un giorno, il primo maggio, che si annunciava già complesso da gestire visto quello che era successo solo tre giorni prima?

Delle due, Grillo: o sei un coglione pericoloso pronto per essere imbottito di ansiolitici oppure sei un pericoloso imitatore del Terzo Millennio di Mussolini.

E come lui vuoi far precipitare la situazione fino al punto di maturazione giusto per presentarti come unico salvatore? Altro che “golpettino istituzionale”.

Delle due una. Ripeto. E non parlo di tutte le persone che hanno votato o appoggiato M5S, ma di te, Grillo, del tuo socio Casaleggio e di quella iper struttura ristretta che governa soldi e “patenti di fedeltà”. Non ci sono altre possibilità. Quindi rispondi a queste domande se sei una persona in buona fede.

Delle due una.

Il movimento antifascista ha liberato questo paese, ha dato a questa repubblica una costituzione, ha sconfitto il terrorismo, le diseguaglianze feudali di un paese arretato. Questo è un paese che da quel primo maggio del ’47 ha ben presente quali siano i suoi nemici: i fascisti, i mafiosi e i loro complici nelle classi dominanti. E tu, Grillo – consapevole o no – rientri perfettamente nella categoria Ha funzionato questo modello in termini di marketing? È evidente. Hai raccolto il 25% del voto alle ultime elezioni. Ma il prezzo che questa operazione innesca nella società, caro Grillo, sei disposto a pagarlo? Il prezzo si chiama macerie. Si chiama guerra. Si chiama negazione del riconoscimento delle diversità. Si chiama crollo della coesione e inclusione sociale. Di chiama violenza. Che tu lo voglia o meno a questo conduce la strada e il “verbo” della tua organizzazione, sempre meno movimento di base e sempre più oggetto profondente identitario e autoritario.

Ha dichiarato ieri a Repubblica la presidente della camera Boldrini, commentando l’ondata di minacce (anche di morte) e di insulti e calunnie che ha ricevuto in questi mesi dal web: “Si sta diffondendo una cultura della minaccia tollerata come burla. So bene che la questione del controllo del web è delicatissima. Non per questo non dobbiamo porcela. Mi domando se sia giusto che una minaccia di morte che avviene in forma diretta o attraverso una scritta sul muro, sia considerata in modo diverso dalla stessa minaccia via web. Chiedo che si apra una discussione serena e seria”.

Si, discussione deve essere aperta. E quello che sta subendo la Boldrini oggi, nel mio piccolo sia io – come altre migliaia di persone e cittadini e giornalisti – l’ho subito a partire da quell’inchiesta su Casaleggio e Grillo che pubblicai tre anni fa (quindi in tempi non sospetti) su Micromega. Su questo blog, andando a ritroso, ne troverete alcuni clamorosi esempi.

Non si tratta, quindi, di un’esasperazione degli ultimi mesi, ma di un modus collettivo costruito in anni di martellamento e di campagne di marketing virale. Ed è la stessa rete (che è grazie al cielo una cosa molto diversa dal recinto chiuso per le vacche immaginato da Casaleggio) che deve riuscire a mettere in funzione gli anticorpi a questo mix di intimidazioni mutuate dal linguaggio mafioso e al ciber squadrismo degli ultimi anni.

Scrivevo alcuni giorni fa commentando quei sette colpi sparati davanti a Palazzo Chigi in un pomeriggio da cani: “La violenza contro il silenzio, l’alienazione e l’esclusione. La violenza come atto dimostrativo. La violenza non percepita come “mortale” ma come atto narcisistico e di auto rappresentazione.
Che questo germe stia attecchendo nel nostro paese (due casi in pochi mesi) ci dice due cose: primo che ci sono troppe armi in giro e che le nostre normative sono solo “apparentemente” restrittive; secondo che si sta frantumando il concetto stesso di comunità che bene o male ha tenuto in piedi questo paese”,

E proseguivo: “continuare a inviare messaggi ossessivi di negazione dell’altro (siete morti, siete morti che camminano, arrendetevi, siete circondati, etc etc). A furia di dire “quello è un morto che cammina” a qualcuno può venire in mente che visto che è morto nessuno se la prenderà se lo si ammazza davvero.
Se c’è ancora qualcuno si ricorda su che basi si fondava la propaganda (serba e non solo serba) prima e dopo lo scoppio del conflitto in Bosnia, non faticherà a trovare paralleli con questi casi che non sono cronaca ma segnali sociali allarmanti. Quando si nega l’esistenza dell’altro si nega il suo diritto anche di vivere. E la violenza diventa accettabile e quindi praticabile”.

Dopo aver sentito (e riletto) le parole del prof Becchi di ieri e soprattutto i goffi tentativi di prendere le distanze oggi dall’utile Becchi (fino a ieri) da parte tua, Grillo, e di alcuni tuoi fedelissimi (e selezionatissimi) eletti, ho avuto l’ennesima conferma di quanto il ragionamento che sto cercando di fare qui, fili. Anzi, che la situazione sia molto più grave di quanto ci immaginassimo”.

Ritorno a una vecchia e meravigliosa canzone di Fabrizio De Andrè. Anni ’70.

“E adesso che ho bruciato venti figli sul mio letto di sposo
che ho scaricato la mia rabbia in un teatro di posa
che ho imparato a pescare con le bombe a mano
che mi hanno scolpito in lacrime sull’arco di Traiano
con un cucchiaio di vetro scavo nella mia storia
ma colpisco un po’ a casaccio perché non ho più memoria

e a un dio senza fiato non credere mai”.

E qui ripeto l’invito a rileggersi “Marcia su Roma e dintorni” di Lussu per vedere linguaggi e modi di agire (e smentire) del fascismo della “prima ora” che tanto piace alla presidente del gruppo alla Camera Roberta Lombardi.

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